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Anno III,  Comunicato  20 ottobre 2008

 

 

 

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Nessuno si assume la responsabilità della persecuzione dei cristiani iracheni

di Rami Nouri

20 ottobre 2008

 


Ancora non è chiaro chi siano i veri responsabili delle violenze perpetrate in questi giorni ai danni dei cristiani iracheni. La cosa certa è, però, che la comunità cristiana sembra essere vittima del clima di scontro politico, etnico e confessionale che si sta affermando nel paese in vista delle elezioni provinciali, che risulteranno decisive per gli equilibri politici nel paese

Centinaia di famiglie cristiane hanno lasciato la città di Mosul (400 Km a nord di Baghdad) perseguitate dalle minacce di morte e dalle immagini delle abitazioni distrutte dei loro parenti, ed accompagnate dallo spaventoso clamore mediatico attorno al destino della presenza cristiana in Iraq. Dopo il 2003 tale presenza ha subito violente 'scosse’ che hanno spinto la maggior parte dei cristiani ad abbandonare il paese.

Con ancora indosso gli abiti con cui avevano trascorso la notte, alcune famiglie cristiane sono fuggite quando hanno sentito i megafoni che chiedevano loro di lasciare le loro abitazioni entro poche ore. Dopo neanche 48 ore le famiglie in fuga erano più di 1.500, accompagnate dagli interrogativi riguardo a chi sia il responsabile di questi incidenti che hanno provocato la morte di più di 12 cristiani e la distruzione di non meno di tre abitazioni.

Il ministero degli interni iracheno ha ultimamente escluso l’eventualità che questi incidenti siano stati causati da al-Qaeda, dopo che l’organizzazione aveva emesso un comunicato in cui negava il proprio coinvolgimento. Diverse altre formazioni armate attive a Mosul, fra cui l’Esercito Islamico (al-Jaish al-Islami), il fronte "del Jihad e del Cambiamento" (al-Jihad wa 't-Taghyir), il partito Baath, e il gruppo "Ansar al-Islam", hanno emesso comunicati in cui condannavano questi episodi.

Va sottolineato che la campagna di persecuzione contro i cristiani ha avuto inizio in concomitanza con l’inasprirsi del conflitto politico fra i diversi partiti per l’assegnazione dei seggi dei consigli provinciali (dai quali sono state escluse le minoranze), alla luce delle tensioni fra Baghdad ed Erbil (la capitale della regione autonoma del Kurdistan iracheno, circa 80 Km a est di Mosul (N.d.T.) ) scatenate da uno scontro fra l’esercito iracheno e le forze dei Peshmerga curdi, e dalle minacce turche di entrare nel nord dell’Iraq a seguito del conflitto con il Partito dei Lavoratori Curdi (PKK).

Un violento conflitto politico

I cristiani, che avevano fatto della piana di Ninive, nella provincia settentrionale di Mosul, la loro patria in Iraq da centinaia di anni, si sono trovati di fronte ad un conflitto politico curdo-arabo che è costato loro morte e distruzione nell’arco di pochi giorni.

Osama al-Najifi, deputato arabo della provincia di Mosul al parlamento iracheno, ha accusato i Peshmerga agli ordini del governo autonomo del Kurdistan, e dispiegati a Mosul ormai da cinque anni, di aver cacciato le famiglie cristiane dalle loro case.

Al-Najifi afferma che l’allontanamento delle milizie curde dalla città di Mosul è l’unica soluzione per porre fine allo sfollamento dei cristiani. Egli ha chiesto al governo iracheno di sostituire con urgenza le forze militari attualmente presenti nella città con altre forze "provenienti da Baghdad". Si tratta tuttavia di un provvedimento che, se venisse preso, susciterebbe il risentimento curdo.

Da parte loro, i curdi hanno respinto con forza le accuse chiedendo la revoca dell’immunità per quei parlamentari che hanno accusato i Peshmerga di essere responsabili dell’accaduto. Il parlamento curdo ha inviato una delegazione nelle regioni in cui si sono rifugiati i cristiani, offrendo assistenza umanitaria e sostegno finanziario.

L’esponente di spicco della coalizione sciita – e vicepresidente del parlamento – Khaled al-Attiya ha riconosciuto che "ciò che hanno subito i cristiani è avvenuto per determinati scopi politici". Tuttavia al-Attiya si è rifiutato di indicare apertamente i responsabili, parlando di "ambienti terroristici" il cui obiettivo sarebbe quello di influenzare gli sforzi volti a definire delle quote di rappresentanza stabili per le minoranze religiose ed etniche – prima fra tutte quella cristiana – all’interno dei prossimi consigli provinciali.

Poi ha aggiunto: "Questa volta il terrorismo in Iraq ha preso di mira i cristiani, in coincidenza con la nostra discussione relativa alla legge sui consigli provinciali ed al riconoscimento dei diritti delle minoranze all’interno di questa legge. L’ultima operazione contro i cristiani ha avuto come obiettivo quello di influenzare l’andamento del dibattito in corso".

Dopo mesi di scontro politico, confessionale ed etnico tra arabi, curdi e turcomanni (dentro e fuori il parlamento iracheno) relativamente all’identità ed al futuro della città di Kirkuk, il parlamento aveva approvato il mese scorso la legge elettorale per i consigli provinciali, dopo aver abrogato l’articolo 50 che riguarda le quote di rappresentanza delle minoranze religiose ed etniche, come i cristiani, gli shabak, e gli yazidi.

Yunadem Kanna, deputato cristiano al parlamento iracheno, parlando con il nostro giornale ha sottolineato il fatto che "l’abrogazione, da parte del parlamento, del diritto delle minoranze ad essere rappresentate all’interno dei consigli provinciali è un segnale dell’arretramento della democrazia e del concetto di fratellanza in Iraq, e del tentativo di imporre la volontà dei partiti politici alle componenti più piccole della società irachena allo scopo di realizzare interessi particolari". Egli ha affermato che "quanto è accaduto può solo essere descritto come una espropriazione delle libertà delle minoranze presenti nel tessuto sociale iracheno – come i cristiani, i sabei, gli shabak e gli yazidi".

Manifestazioni cristiane avevano avuto luogo a Mosul prima degli ultimi incidenti, a partire dal giorno successivo all’approvazione della legge. Esse chiedevano la riconferma dell’articolo 50 nella sua forma iniziale all’interno della legge elettorale per i consigli provinciali. I dimostranti avevano dichiarato che il loro diritto ad un’equa rappresentanza all’interno dei consigli provinciali non costituiva il tetto massimo delle loro richieste politiche, e che essi si sarebbero spinti a chiedere l’autogoverno della piana di Ninive e delle altre regioni storiche da essi abitate che  sono state annesse alla regione del Kurdistan.

Kanna ha criticato il governo iracheno per "la sua lentezza nel prendere i provvedimenti necessari a fermare l’ondata di violenza", ed ha aggiunto che "il numero di famiglie cristiane che sono fuggite dalla città di Mosul ha raggiunto in una sola settimana la quota di 1.566".

Pressioni politiche e religiose

E’ stato precisato che i cristiani sono stati presi di mira da milizie e gruppi armati, e ciò ha spinto molti di essi ad abbandonare il paese. Ciò è avvenuto soprattutto a seguito delle pressioni di alcuni gruppi armati che hanno chiesto ai cristiani di convertirsi all’Islam o di pagare la 'jizya’ (la tassa che in epoca medievale era imposta ai sudditi non musulmani, i quali in cambio avevano la libertà di praticare la loro fede, e il diritto di ricevere protezione dallo stato musulmano di fronte ad eventuali aggressioni esterne (N.d.T.) ).

Nell’agosto del 2004, vennero fatte saltare cinque chiese in un solo giorno. Inoltre decine di sacerdoti cristiani sonno stati rapiti e uccisi in Iraq ad opera di ignoti. L’episodio dell’uccisione del sacerdote Paulos Iskandar di Mosul, rapito e decapitato, suscita ancora raccapriccio quando si parla delle sofferenze dei cristiani nel paese.

Secondo i dati che siamo riusciti ad ottenere dal ministero iracheno della pianificazione, prima dell’occupazione americana dell’Iraq nel 2003, i cristiani nel paese erano circa 850.000, concentrati a Baghdad, Mosul, Kirkuk e Bassora. Questa cifra è scesa di molto negli ultimi anni a causa dell’emigrazione di decine di migliaia di cristiani.

Secondo i dati del ministero dell’emigrazione, circa 40.000 famiglie cristiane hanno lasciato l’Iraq dopo le esplosioni delle chiese. Il partito assiro conferma che sono soltanto 250.000 i cristiani che tuttora risiedono in Iraq, e che anche questi ultimi attendono soltanto la prima occasione per lasciare il paese.

Mille anni di convivenza

Il patriarca Emmanuel Dali, capo della chiesa cristiana in Iraq, ci ha parlato della tragedia dei cristiani iracheni, ponendosi il seguente interrogativo: "Dopo mille anni in cui abbiamo vissuto insieme, perché oggi, nel XXI secolo, vengono compiute azioni ingiuste ed inumane contro di noi?".

I capi delle chiese cristiane nella provincia di Ninive hanno invitato i loro fedeli ad agire con ragionevolezza, senza lasciarsi trascinare da voci e dicerie tendenziose e non obiettive.

In un comunicato diffuso dai mezzi di informazione, hanno invitato a non pubblicare notizie che seminano la paura e la discordia tra cristiani e musulmani, "figli di una stessa nazione", ed hanno chiesto agli ulema musulmani ed alla popolazione di Mosul di moltiplicare gli sforzi per riportare la calma.

Le voci di condanna che si sono levate in tutto l’Iraq ed in tutto il mondo, da parte di tutte le personalità politiche e religiose, hanno tuttavia creato ulteriore confusione ed incertezza intorno a questi episodi di persecuzione nei confronti dei cristiani, ed a coloro che ne sono realmente responsabili.

Secondo la popolazione di Mosul, il governo iracheno e quello locale hanno reagito con grave ritardo per porre fine a questi episodi, ed anzi si sarebbero decisi a prendere provvedimenti soltanto a causa della pressione dei mezzi di informazione e delle notizie allarmanti da essi diffuse. Una settimana dopo gli avvenimenti, il portavoce del ministero degli interni ha escluso il coinvolgimento di al-Qaeda, ed ha affermato che il ministero è in possesso di informazioni importanti relative ai responsabili, le quali sarebbero state rese pubbliche entro 48 ore. Tuttavia sono passati alcuni giorni, ma l’attesa verità non è stata rivelata.


Rami Nouri e Hussein Ali Dawud sono corrispondenti da Erbil e Baghdad per il quotidiano 'Dar al-Hayat’


FONTE ORIGINALE :  لا أحد يعلن مسؤوليته عن تهجير مسيحيي العراق

 

FONTE ITALIANA :  www.arabnews.it

 

TRADUZIONE :  UNIMED