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Rapporto del viaggio
dell’ex
Presidente degli Stati
Uniti d’America
Jimmy Carter in Israele,
Egitto, Siria,
Arabia Saudita e
Giordania
(13-22 aprile 2008)
Traduzione a cura di Giandomenico Ongaro
per BoccheScucite
Rapporto del viaggio dell’ex Presidente
degli USA Jimmy Carter
Insieme a Rosalynn (mia moglie) e Jeff (mio fratello),
sono arrivato in Israele domenica,
13/04/2008, dopo una missione molto stimolante e di
grande successo per monitorare le elezioni in
Nepal
(vedere il mio rapporto di viaggio precedente ). Dato
che Israele aveva rifiutato di approvare
una
visita pianificata precedentemente da tre di noi anziani
statisti (Kofi Annan, Mary Robinson ed
il
sottoscritto), mi aspettavo la stessa reazione negativa
quando ho riproposto questo viaggio per
conto
di The Carter Center. Naturalmente tutte le mie
richieste di incontrarmi con ministri del
governo sono state pubblicamente respinte e, cosa ancora
più seria, anche tre richieste del nostro
Servizio Segreto di lavorare con il servizio di
sicurezza Israeliano sono state respinte. Questa è
stata
la prima esperienza del genere nei oltre 125 paesi
stranieri che abbiamo visitato dopo aver
lasciato la Casa Bianca (dopo numerose articoli
giornalistici su questo argomento, quando siamo
ritornati in Israele, il servizio di sicurezza Shin Bet
ci ha incontrati all’aeroporto ed ha collaborato
con
noi).
In Tel
Aviv, siamo stati ricevuti da Bob Pastor, dall’ex
deputato al Congresso Steve Solartz,
e da
Hrair Balian, che sono arrivati su un aeroplano fornito
da Jeff Skoll, ed insieme siamo andati
al
Hotel King David di Gerusalemme. Il mio primo impegno è
stata una lunga intervista al
quotidiano Ha’aretz, con la quale li ho convinti che noi
eravamo determinati, che proprio i rischi
erano
il motivo della nostra decisione per questo viaggio, e
ne ho spiegato le ragioni e gli obiettivi
fondamentali. Per fortuna, in una democrazia come
Israele, ci sono numerose fonti di informazione
anche
da parte di privati cittadini, che sono esperti di
politiche e orientamenti del governo. Inoltre,
le
politiche ufficiali Israeliane sono ben note.
Il
Presidente Simon Perez ha accettato di incontrarmi
privatamente con i membri delle
nostre
famiglie ed abbiamo avuto uno scambio di idee molto
piacevole e congeniale. Più tardi, uno
dei
suoi aiutanti ha riportato falsamente che era stata una
conversazione aspra e che io ero stato
rimproverato per i miei piani di incontrare Hamas. I
nostro incontro successivo è stato con Noam e
Aviva
Schalit, genitori del giovane soldato Israeliano
prigioniero dei Palestinesi a Gaza da 18 mesi.
Ci
siamo impegnati a fare quanto ci era possibile per
informarci sulle sue condizioni e per
contribuire alla sua liberazione.
Dopo
un meritato riposo, abbiamo cominciato la giornata
successiva con una colazione di
lavoro
con due ricercatori israeliani esperti di pubblica
opinione che ci hanno fatto un rapporto a
partire dalle loro informazioni più recenti sugli Ebrei
Israeliani. In breve: gli Israeliani sono
abbastanza soddisfatti dello Status quo, hanno poca
fiducia nei negoziatori di pace di entrambe le
parti,
sono deliberatamente disinformati sulle aspirazioni dei
Palestinesi, e (sorprendentemente )
nei
negoziati di pace con i Palestinesi, sono molto più
preoccupati del “diritto di ritorno”che degli
insediamenti o di Gerusalemme.
Il
Console Generale degli USA, Jacob Wales ci ha dato dei
ragguagli sul ruolo apparentemente
limitato che il Dipartimento di Stato Americano gioca
nei Territori Occupati.
Gli
Israeliani sono molto restrittivi, i costi della
sicurezza nel West Bank sono alti, e non hanno
accesso a Gaza.. Più tardi, abbiamo appreso da diverse
fonti che ci sono alcune differenze
fondamentali tra il Dipartimento di Stato lo NSC
(Consiglio per la Sicurezza Nazionale) / Casa
Bianca, e come nella maggior parte dei casi, prevale il
parere della Casa Bianca.
Abbiamo avuto un incontro informativo con Yossi Beilin,
Fondatore del partito politico
Meretz, e co-autore delle proposte di Ginevra. Subito
dopo, con nostra grande sorpresa, egli ha
tenuto
una conferenza stampa e mi ha citato (con accuratezza )
su diversi argomenti. La nostra
tappa
successiva è stata Sderot, una città di circa 20.000
abitanti vicina a Gaza e che negli ultimi
sette
anni, ogni giorno è stata colpita da almeno due missili
Qassam, la maggior parte dei quali lo
scorso
anno. Tredici persone sono state uccise da quei piccoli
razzi poco precisi e la città è
traumatizzata dagli attacchi giornalieri. Le strade, i
parchi giochi, ecc., erano vuoti e circa 3000
residenti se ne sono andati. Dalla cima di una collina,
abbiamo osservato la vicina Gaza,
dopodichè abbiamo avuto una lunga conversazione con
parecchi cittadini e con il Sindaco Ely
Moyal
nel suo ufficio. Egli ci ha detto che c’erano due modi
con cui il Governo poteva proteggere la
sua
popolazione: con la diplomazia o con azioni militari- e
gli Israeliani non facevano nessuna delle
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due
per la sua città. Abbiamo visitato l’ospedale Berzilai a
Ashkelon, dove le vittime del trauma
vengono portate da Gaza e da comunità Israeliane, senza
distinzione tra Ebrei ed Arabi. Le ferite
più
frequenti sono psicologiche.
Ritornati a Tel Aviv in macchina, ho partecipato ad una
video conferenza e ad un convegno
ho
discusso con il giornalista di Ha’aretz David Landau..
Il
nostro incontro successivo è stato con le famiglie dei
due soldati catturati da Hezbollah, che
finora
non hanno avuto notizie sulla loro sorte (se sono ancora
vivi).
Ritornati in albergo, abbiamo avuto una discussione
molto stimolante con circa una dozzina
di
insigni Israeliani, che hanno avuto posizioni altolocate
nei servizi segreti, nel governo o
nell’esercito o che nella loro carriera personale sono
esperti nel processo di pace. Alla fine della
sessione, ho avuto la sensazione che la maggior parte di
essi approvasse la mia visita in fieri con
Hamas
e Siria. Tutto il gruppo aveva molti anni di esperienza
in negoziati con i Palestinesi e altri
Arabi,
oltre ad aver studiato la storia e il comportamento
degli Israeliani nel corso degli anni.
Martedì 15/04, in automobile, siamo andati a Ramallah
dove Tim Rothermet ha ospitato
degli
incontri nell’ufficio del nostro Centro Carter. Siamo
stati ragguagliati da membri dello staff
dell’Autorità Palestinese, che sono consiglieri dei
negoziatori ma abbiamo scoperto che essi erano
esclusi dalle trattative al più alto livello, siano esse
quelle tra Olmert e Abbas che quelle sulla
discussione della “road map”. Abbiamo ricevuto alcuni
sondaggi interessanti dal Dr. Nader Said,
che
non mostravano alcuna fiducia nelle attuali trattative e
testimoniavano una rabbia crescente.
Circa
50 membri del corpo diplomatico si sono uniti a noi ad
un ricevimento e sembravano
sostenere la nostra missione. Erano, quasi per
definizione, simpatetici con i Palestinesi.
L’incontro con dei giovani, in maggioranza in età
universitaria, è stato forse l’evento più
emozionante di tutto il nostro viaggio. La descrizione
delle deprivazioni e delle persecuzioni è stato
sconvolgente e la loro determinazione e speranza per una
vita migliore ci ha commosso fino alle
lacrime. Insieme alle loro famiglie, loro sono stati
deprivati dei loro diritti di cittadinanza anche se
erano
nati e cresciuti in Ramallah, Jericho, o Nablus, solo
perché potevano aver visitato o studiato
altrove.. Molti dei loro parenti, incluse donne e
bambini, sono stati imprigionati per anni per qualche
forma
di attività politica, anche se non- violenta. Gli
israeliani oggi detengono 11.600 prigionieri, e
circa
il 25% di tutta la popolazione Palestinese è stata
arrestata (almeno una volta ).
Dopo
una breve cerimonia sulla tomba di Arafat, abbiamo avuto
una lunga discussione con il
Primo
Ministro Salam Fayyad, un dirigente che mi ha fatto una
grande impressione. Tra le altre
cose
egli ha espresso speranza per una riconciliazione tra
Hamas e Fatah, ma noi sapevamo che
dagli
Usa e da Israele al Presidente Mahmoud Abbas è stato
detto che le trattative di pace
saranno interrotte e i finanziamenti tagliati, se lui
farà tale passo. Egli ha enfatizzato, con grande
emozione, “se l’America non impedisce ad Israele di
espandere gli insediamenti, non ci può essere
pace.
Neanche un mattone di più è diventato il suo motto. Il
Primo Ministro ci ha dato alcuni
suggerimenti per i nostri incontri con la dirigenza di
Hamas.
Abbiamo poi pranzato con circa una dozzina di distinti
dirigenti di entrambi i partiti politici.
Ho
abbracciato Eyad Sarraj, un coraggioso esponente dei
diritti umani proveniente da Gaza, che
noi
già conoscevamo, ma che i rappresentanti della stampa
pensavano fosse un uomo di Hamas,
e
divenne una notizia di stampa in tutto il mondo il fatto
che io avevo abbracciato un dirigente
Hamas.
(Dei 43 candidati Hamas eletti al parlamento Palestinese
dal West Bank, 41 sono in
prigione). Dopo altri incontri durante il pomeriggio,
siamo ritornati a Gerusalemme Est per una
sessione con il Concilio d’Affari Israelo-Palestinese,
un gruppo che cerca di dimostrare che scambi
e
commercio tra i due sono sia possibili che redditizi.
Mercoledì, abbiamo incontrato per prima cosa Avigdor
Lieberman, capo di “Israele la
Nostra
Casa”. Lui crede che Ebrei ed Arabi debbano essere
completamente separati, con gli Arabi
Israeliani rimossi nel West Bank ed i coloni Israeliani
fatti ritornare in Israele. Subito dopo, abbiamo
incontrato le ONG che compongono il Forum per la Pace,
in una sala piena di rappresentanti di
circa
120 gruppi provenienti da Israele e la Palestina che si
battono per la pace. Come nelle
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aspettative, tutti quanti sostengono la nostra missione,
ed io li ho consigliati di concentrare le loro
differenti iniziative intorno alla accettazione degli
Accordi di Ginevra.
Il
Generale Americano Dayton, ed il suo organico
internazionale, ci hanno ragguagliato al
meglio
di quanto potessero, cercando di evitare tutti gli
argomenti che a loro stessi è proibito
trattare. Egli è stato nella regione per 2 anni e ½, è
ovviamente dedicato e competente, e ha
dovuto
adattarsi a frequenti cambiamenti nei suoi compiti tutte
le volte che ci sono state differenti
circostanze sul territorio. Uno dei progetti più
importanti ora è quello di addestrare una forza di
sicurezza professionale in Giordania.. Hanno appena
completato l’addestramento di un battaglione
di 600
persone.
L’incontro successivo, con il vice Primo Ministro e
Ministro dell’Industria e del Commercio
Eli
Yishai, è stato davvero interessante. E’il capo dello
Shas, un gruppo religioso conservatore di
11
membri dello Knesset che è dedicato alla pace ed al
mantenimento (in mani Israeliane) di tutta
Gerusalemme. Era molto interessato alla nostra missione,
non ha espresso alcuna opposizione e
ci ha
chiesto di aiutarlo ad organizzare un incontro con la
dirigenza di Hamas, per cercare di
negoziare il rilascio del caporale Schalit. Egli è stato
l’unico membro del Governo Israeliano che ha
voluto
incontrarmi.
La
nostra ultima fermata prima di volare in Egitto, è stata
all’ospedale Hadassah, dove
viene
svolto uno splendido lavoro e l’enfasi maggiore sembra
essere per la pace tra israeliani ed
Arabi.
I pazienti ed anche il personale includono Israeliani ed
Arabi, sia da Israele che dalla
Palestina.
Al
Cairo abbiamo ricevuto un rapporto eccellente
dall’Ambasciatore Americano
Ricciardone, a proposito delle relazioni USA / Egitto e
delle trattative in corso tra l’Egitto ed Hamas
per
conto di Israele e degli USA. Era l’ultimo giorno del
suo incarico e noi abbiamo partecipato ad
un
rinfresco in suo onore.
Il
nostro primo incontro giovedì e stato con Osamah al Baz,
che era stato il mio negoziatore
capo
Egiziano a Camp David ed il più stretto confidente di
Anwar Sadat. Sebbene non sia più
attivo
nel governo, egli è una delle persone più sagge e ben
informate che io conosca. Dopo
abbiamo avuto una sessione molto interessante con il
Capo dei Servizi Segreti Omar Soliman, che
ha la
responsabilità totale delle relazioni con Hamas. Tramite
lui gli USA e Israele stanno
negoziando con Hamas mentre pubblicamente negano
qualsiasi relazione. Mi ha impressionato
molto.
La sua opinione mi ha dato una eccellente percezione
delle complessità degli affari politici e
militari in Medio Oriente.
Durante un elaborato pranzo con il Presidente Hosni
Mubarak e sua moglie Suzanne
(vecchi amici ), abbiamo discusso dei tempi passati e di
quanto l’Egitto sia stato benedetto dal
trattato di pace con Israele. Non essendo più impegnato
in guerre, ed essendo stati restituiti i pozzi
di
petrolio, ed essendo un amico speciale degli USA,
l’Egitto sta prosperando. Con il Presidente ed
il
Primo Ministro, ho spinto per politiche più tolleranti
nei confronti di oppositori politici non- violenti
laici
nelle elezioni a venire.
Il
nostro incontro con la dirigenza di Hamas, Mahmoud
Al-Zahar, Siad Siam, e Ahmed
Yousef
è durato più di tre ore. Ben informati dal sig. Soliman,
abbiamo fatto buon uso di tutto
questo
tempo. Il mio obiettivo primario era quello di
convincerli a fermare tutti gli attacchi con i
razzi
contro i civili Israeliani, ad essere flessibili nelle
trattative per uno scambio di prigionieri,
includendo il rilascio di Schalit, ad accettare le
condizioni di base per l’apertura del passaggio a
Rafah
tra Gaza ed il Sinai, ad essere aperti alla possibilità
di un governo di tecnici non di parte, e
ad
essere d’accordo di accettare qualsiasi accordo
negoziato tra Abu Mazen ed Olmert, purché
esso
venga poi approvato anche dai Palestinesi, forse in un
referendum. Io ho anche consegnato
la
richiesta del Vice Primo Ministro Yishai e di Yossi
Beilin, di incontrare i capi di Hamas. E stata
una
discussione amichevole ed interessante che ci ha aiutato
a prepararci all’incontro con Mashaal
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a
Damasco. In tutte queste discussioni, Rosalynn, Bob
Pastor e il deputato Solartz hanno avuto un
ruolo
cruciale.
Alla
sera, ho tenuto una conferenza ad una folla ammassata
all’università Americana del
Cairo
ed ho risposto nella maniera più sincera a tutte le
domande.
Venerdì siamo volati a Damasco, dove il nostro primo
evento è stato un delizioso pranzo col
Presidente Bashar al Assad e sua moglie Asma. Sebbene io
lo avessi conosciuto come studente
all’università, questo è stato il nostro primo incontro
da quando egli ha ereditato l’incarico dopo la
morte
di suo padre. Nello stesso tempo, Bob Steve e Hrair si
incontravano con il Ministro degli
Esteri
Walid Mualem ed il suo vice, Faysal Mekdad. Subito dopo
ci siamo riuniti al palazzo
presidenziale per una discussione approfondita su tutti
gli argomenti principali, alture del Golan,
Libano, Iran, e le relazioni USA- Siria. Assad era molto
ansioso di riprendere i negoziati di pace
con
Israele, se sostenuti con forza dagli USA, con l’unica
precondizione che fosse reso pubblico
che le
discussioni erano in corso. La scoperta più
significativa è stata la forte personalità e la
competenza, anche sui dettagli, del giovane Presidente,
il quale ha anche promesso che tutti i
sette
attivisti dei diritti umani imprigionati, se avessero
richiesto clemenza, sarebbero stati rilasciati.
Abbiamo poi avuto un lungo incontro, prima e dopo cena,
con Mashaal e gli alti dirigenti
dell’Ufficio Politico di Hamas. Ho cercato nel modo più
forte possibile di perseguire gli stessi
argomenti dell’incontro precedente, includendo i passi
che essi potrebbero intraprendere per
ridurre le tensioni, per risolvere alcuni conflitti
correnti con Israele, e per migliorare le prospettive di
progresso delle trattative di pace in corso tra Israele
ed i Palestinesi che rappresentano il PLO.
Mashaal ed io ci siamo lasciati prima di mezza notte,
mentre Bob, Steve, e Hrair continuavano a
discutere i dettagli con i rimanenti membri del
Politburo di Hamas, e per ottenere accordi scritti sui
vari
argomenti. Ci siamo riuniti tutti il mattino seguente
per continuare le discussioni, e Mashaal ed
io
abbiamo concordato il linguaggio dei nostri punti di
vista, ed egli ha detto che l’avrebbe
sottoposto agli alti dirigenti di Hamas, inclusi quelli
di Gaza, e che ci avrebbe dato le loro risposte
alle
nostre proposte prima della conferenza stampa finale
lunedì mattina in Israele.
Il
nostro aeroplano aveva una gomma sgonfia, ma il
Presidente Assad ce ne ha fatto avere
un
altro, col quale siamo stati in grado di proseguire,
secondo il programma, verso l’Arabia
Saudita. Per prima cosa abbiamo incontrato il Principe
Turki al Faisal alla Fondazione Re Faisal, e
abbiamo potuto scambiare informazioni sul nostro viaggio
e sulla sua analisi dei vari argomenti di
nostro
interesse. Al suo Centro era in corso una importante
conferenza sul come risolvere il
dilemma dell’Iraq. Dopodichè abbiamo fatto una visita di
circa 45 minuti al Re Abdullah, che ha
interrotto la sua seduta settimanale con cittadini
privati Sauditi. Quando sono tornato al nostro
appartamento in albergo, l’Ambasciatore Saudita negli
USA, H.E. Adel Al-Jubar, ha chiamato per
comunicarci che sua Maestà avrebbe dato un importante
contributo al nostro lavoro per la salute in
Africa.
Nel
corso della serata abbiamo cenato col Principe Alwalid
bin Talai ed abbiamo visitato la
sua
residenza. Il mattino seguente abbiamo proseguito per la
Giordania (con l’aereo del Principe )
per un
incontro col Re Abdullah II, il Ministro degli Esteri
Salah Eddin al Bashir, ed Altri ministri.
Erano
tutti molto critici nei confronti di Hamas, Siria, ed
Iran, ma anche della mancanza di
progressi e della apparente mancanza di impegno per le
trattative di pace tra Israele e la
Palestina. Il re esprimerà le sue preoccupazioni in una
prossima visita a Washington. Dopo un
incontro con Adnan abu Odeh, siamo volati in Israele,
dove finalmente abbiamo ricevuto
protezione dai superbi servizi di sicurezza israeliani.
Durante la notte, abbiamo ricevuto risposte ai
nostri
suggerimenti e alle nostre domande dalla dirigenza di
Hamas di Gaza e del West Bank.
Lunedì
mattina per prima cosa abbiamo incontrato il Primo
Ministro Palestinese Salam Fayyad e
poi il
dirigente di Shas Eli Yishai, ai quali abbiamo riassunto
i risultati del nostro viaggio. Abbiamo
preparato una presentazione che io avrei dovuto fare ad
una conferenza sponsorizzata dal
Concilio degli Affari Esteri Israeliano. Pur ripetendo
alcune delle cose scritte sopra, questo è il
rapporto, leggermente modificato, che io ho fatto al
pubblico, per la maggior parte di dirigenti
Israeliani, diplomatici stranieri e giornalisti:
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“Nel
corso degli ultimi otto giorni abbiamo viaggiato in
Israele, il West Bank, Egitto, Siria,
Arabia
Saudita e Giordania e abbiamo incontrato dirigenti
importanti del governo, degli affari,
dell’accademia e della società civile di ognuna di
queste nazioni. Abbiamo visitato l’ospedale
Adassah a Gerusalemme ed un Ospedale ad Ashkelon dove
abbiamo visto medici Israeliani e
Palestinesi che curavano in eguale maniera pazienti
provenienti da Israele e dalla Palestina: un
segnale positivo di quello che il futuro può riservare,
se si ottiene la pace.
“Sapevamo che alcuni degli incontri, ed in particolar
modo quelli con Hamas e con il
governo Siriano sarebbero stati visti negativamente da
alcune delle parti in causa. Il problema non
sta
nel fatto che noi li abbiamo incontrati ma nel fatto che
i governi degli USA e di Israele si
rifiutano di incontrarli, rendendo così più difficile se
non impossibile fare la pace.
“In
Israele abbiamo visitato Sderot e Ashkelon e abbiamo
visto la disperazione e la paura
dovute
al bombardamento dei razzi. Puntare questi razzi su
comunità civili è un atto di terrorismo e
noi
abbiamo fatto pressione su Hamas affinché lo fermino. Ed
ho visitato anche i territori
palestinesi e ho parlato con famiglie che hanno perso i
loro cari con la violenza o con la prigionia.
A
molti degli altri viene impedito di andare a lavorare, a
scuola, o a pregare, a causa di quel muro
intrusivo e dei numerosi blocchi stradali. Anche questo
è inaccettabile.
“In
questo 60° anniversario dell’indipendenza di Israele, io
ammetto di essere
personalmente triste del fatto che, durante questi 30
anni da Camp David, soltanto la Giordania
abbia
riconosciuto Israele. Sono soddisfatto che il Presidente
Bush ed il Segretario di Stato Rice si
siano
impegnati a definire un accordo di pace prima della fine
dell’anno. Spero che tale accordo
sia la
premessa per un riconoscimento più ampio di Israele e
per l’accettazione di uno Stato
sovrano Palestinese. Le nostre discussioni in Siria ci
hanno indotti a concludere che la pace con
Israele può essere raggiungibile, e se un accordo sarà
raggiunto, la Siria sarà così il prossimo
paese
che riconosce Israele.
“Permettetemi di offrire, in via provvisoria, alcune
conclusioni, basate su molti dei nostri
incontri:
1.
Opinione Pubblica: Disperazione. Una sostanziale
maggioranza dei cittadini e dei
dirigenti Israeliani e Palestinesi condividono
l’opinione che le trattative di pace non fanno
alcun
progresso e probabilmente non avranno successo. I
palestinesi sono convinti che il
governo Israeliano è più focalizzato all’espansione
degli insediamenti che a ricercare la
pace.
Gli Israeliani temono nuovi attacchi Palestinesi. Quando
la speranza di pace
diminuisce e la frustrazione aumenta, alcuni individui
si rivolgono alla violenza come ultima
risorsa e recenti sondaggi di opinione pubblica nel West
Bank suggeriscono che ciò stia
accadendo.
2. Lo
stato delle trattative di pace e la Roadmap. Sono in
corso quattro livelli di trattativa:
(a)
tra il Presidente Abbas e il Primo Ministro Olmert su
argomenti di stato finale(dei confini
trea i
due stati??); (b) tra Ahmed Qurai e Tzipi Livni sulle
stesse problematiche, ma in
maggior dettaglio; (c) tra gruppi di tecnici di entrambe
le parti; e (d) tra il Primo Ministro
Fayyad, il Ministro Ehud Barak, e il Generale Americano
Fraser, sul monitoraggio della
Roadmap. Il Presidente Abbas recentemente si è lamentato
della mancanza di progressi
sulle
più importanti problematiche in discussione, e senza
progressi concreti a quel livello
non
c’è alcuna possibilità che i due livelli successivi
possano essere produttivi. Il Ministro
Barak
non ha neppure partecipato alla recente sessione
richiesta dal Generale Fraser per
riesaminare la Roadmap. Un possibile motivo sta nel
fatto che egli non avesse niente di
nuovo
da riferire. Davvero, non solo non ci sembra essere
alcun progresso del problema
dello
stato finale, ma c’è addirittura una regressione nella
roadmap. Fin dalla conferenza di
Annapolis, circa 9000 nuovi insediamenti sono stati
annunciati, e vengono allargati o
costruiti; sono aumentati i posti di blocco e i punti di
controllo; e Gaza è sempre più isolata
come
una prigione per 1,5 milioni di Palestinesi. Dalla parte
dei Palestinesi, secondo il
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Generale Americano Dayton, ci sono stati dei progressi
nel West Bank, che è sotto
l’Autorità Palestinese, nell’addestramento di forze di
sicurezza .
3.
Disperazione Palestinese. L’impressione che non ci sia
alcun progresso sui problemi
dello
stato finale, combinato con l’espansione degli
insediamenti e dei posti di
blocco, rendono i Palestinesi sempre più arrabbiati. In
un meeting che abbiamo avuto
con
giovani dirigenti nel West Bank, parecchi hanno
menzionato una “terza intifada”, sulla
base
della sensazione che la pace non è possibile e le
situazioni sul campo peggiorano.
Non
difendevano la posizione presa da alcuni dei loro amici
sulla necessità della violenza,
ma la
capivano. Il pericolo è che la maggior parte degli
Israeliani sembra ignorare la crisi
crescente.
4.
Cinque conflitti interconnessi. Il conflitto
Palestinese-Israeliano sta al centro di altre crisi
o
sfide in Medio Oriente: intestine alla Palestina; tra
Siria- Israele; in Libano; e la influenza
crescente dell’Iran. Mentre ogni crisi deve essere
affrontata singolarmente, nessuna di loro
può
essere risolta senza affrontare o perlomeno tener conto
delle altre.
5.
Pace che includa tutti. Affinché la pace in Medio
Oriente sia sostenibile, deve valere per
tutti.
Ciò significa che bisogna correlare ciascuna crisi alle
altre, ma vuole anche dire che
gli
attori che hanno un ovvio interesse nel conflitto devono
anche avere un interesse
nella
sua soluzione. Gruppi come Hamas definiscono la loro
lotta come aspirazione alla
liberazione, ma il loro ruolo è visto da altri come
utilizzatore del terrorismo per mettere in
difficoltà il processo di pace. Alla Siria, che noi
pensiamo sia pronta a negoziare la pace
con
Israele e relazioni normali con gli Stati Uniti,
dovrebbe essere concesso un ruolo nel
processo di pace allargato a meno che non cerchi di
sovvertirlo.
6.
Vicinato. Tutti i vicini di Israele si sono messi molto
in gioco per il successo delle
negoziazioni. L’Egitto sta mediando tra Hamas ed
Israele, e l’Arabia Saudita e la Giordania
hanno
avuto ruoli importanti per aiutare il processo di pace.
E tuttavia, sono tutti
profondamente preoccupati del fatto che le negoziazioni
non abbiano successo e che ciò
abbia
un effetto devastante nella regione. Nei nostri
incontri, il Re Abdullah II di Giordania
ha
sottolineato con forza l’assenza di progressi tangibili
nelle trattative di pace in corso e in
particolar modo la necessità di fermare l’espansione
degli insediamenti.
“Noi
non siamo venuti come mediatori o negoziatori, e siamo
stati attenti a non interferire nelle
principali trattative di pace. Ma pensiamo che ci sia un
ruolo nell’ascoltare da vicino due attori che
sono
stati esclusi, Hamas ed il Governo Siriano, e
nell’offrire idee sui modi con cui essi potrebbero
prendere una strada più produttiva per la pace. La
nostra conclusione è che ci sono buone ragioni
per
credere che tale strategia può generare un
coinvolgimento costruttivo da parte loro, ma ci vorrà
parecchio tempo e pazienza.
Lasciatemi metter a fuoco le mie osservazioni sulle due
serie di incontri più controversi.
Hamas
Io
capisco perché Israele ed altri governi sono riluttanti
ad impegnarsi con Hamas. Essi non sono
ancora
d’accordo di accettare l’esistenza pacifica di Israele;
non hanno rinunciato alla violenza; e
non
riconoscono accordi di pace precedenti. A nostro
giudizio, Hamas dovrebbe accettare tutti e
tre
questi punti, ma noi non crediamo che la pace sia
probabile e siamo certi che non sarà
sostenibile, se non si trova un modo di assicurare che
Hamas non faccia fallire le trattative
di
pace.
“La
strategia corrente di isolamento e soppressione di
Hamas, e di persecuzione della popolazione
di
Gaza non funziona. Essa inasprisce soltanto il ciclo
della violenza, e recenti sondaggi
dimostrano che essa aumenta la relativa popolarità di
Hamas in tutta la Palestina. Qualcuno pensa
che il
mio incontro con Hamas, li legittimi, ma la loro
legittimità è venuta quando una pluralità dei
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Carter
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Palestinesi ha votato per loro nelle elezioni del 2006,
alle quali ho partecipato come osservatore.
Gli
Israeliani sanno che Hamas ha vinto la maggioranza dei
seggi parlamentari, ed un recente
sondaggio di cittadini Israeliani indica un forte
sostegno(64 per cento ) per discussioni dirette
Israele – Hamas.
“Non
ci facciamo illusioni che i nostri brevi incontri
fermeranno la violenza o produrranno la pace,
ma
bisognava fare quel primo passo. E’chiaro dalle nostre
conversazioni che i loro punti di vista,
così
come quelli degli Israeliani, hanno bisogno di essere
messi alla prova da scambi regolari, del
tipo
di quelli avvenuti nei molti anni di diplomazia Track II
(secondaria?) con il PLO
(Organizzazione per la Liberazione della Palestina ).
La
violenza congela gli avversari in una posizione
controproducente. Gli Israeliani pensano che i
Palestinesi non accetteranno mai Israele ed i
Palestinesi credono che Israele non accetterà mai
una
Palestina genuinamente indipendente. Noi pensiamo che
entrambi sbaglino e confidiamo che
il
Primo Ministro Olmert e Il Presidente Abbas trovino la
loro strada per una soluzione con duestati.
“Ho
incontrato i dirigenti di Hamas del West Bank, di Gaza,
e di Damasco. Dopo discussioni di
giorni
interi tra i loro capi, hanno raggiunto l’accordo di
accettare una formula a due-stati sui confini
del
1967, se approvata dai Palestinesi, una rottura con la
opinione radicata da lunga data, che
rifiutava di riconoscere la possibilità di due stati che
vivono l’uno a fianco dell’altro in pace. Questo
potrebbe essere un cambiamento molto significativo.
“Specificamente, hanno concordato su queste esatte
parole: “se il Presidente Abbas
riuscirà a negoziare un stato finale con Israele, Hamas
accetterà la decisione e la volontà
del
popolo Palestinese, presa con un referendum, monitorato
da osservatori internazionali,
inclusi quelli de Il Carter Center, o da un nuovo
Concilio Nazionale Palestinese eletto con
meccanismi concordati su base nazionale, anche se Hamas
è opposto a tale accordo. Per
assicurare che il referendum possa essere approvato e
che la scelta degli elettori rifletta la
volontà del popolo Palestinese, sarà necessaria una
riconciliazione nazionale e in
particolare tra Fatah ed Hamas.”
“Lasciatemi sottolineare il significato di questa
affermazione. Esso significa che Hamas non
indebolirà gli sforzi di Abbas di negoziare un accordo,
e, qualsiasi posizione Hamas scelga di
prendere sull’accordo, Hamas accetterà un accordo se il
popolo lo sosterrà con un voto libero. Se
l’accordo propone una soluzione a due-stati ed il
riconoscimento di Israele e della Palestina,
Hamas,
di fatto, accetterà il diritto di Israele ad esistere in
pace - se il popolo è d’accordo su tale
piano.
“I
dirigenti di Hamas hanno detto di non volere la
violenza, ma di credere che essa sia necessaria
per
porre fine all’occupazione. Comunque, essi hanno
affermato che avrebbero preso in
considerazione strategie alternative, non-violenza
inclusa, per raggiungere il loro obiettivo di uno
stato
Palestinese sovrano.
“Nei
nostri incontri con Hamas, abbiamo sostenuto anche le
seguenti tesi:
1.
Abbiamo fatto pressione con forza per un cessate il
fuoco. Loro stanno negoziando con
l’Egitto e noi li abbiamo spinti a muoversi rapidamente
per portare le trattative ad una
conclusione favorevole.
2.
Abbiamo proposto un rapido scambio di prigionieri,
includendo l’immediato trasferimento
del
Caporale Schalit in Egitto in cambio di un gruppo di
prigionieri non colpevoli di seri
crimini, includendo tutte le donne ed i bambini e tutti
quei prigionieri alle cui famiglie era
stato
promessa una alta priorità nella loro lista di scambio.
Hamas pensava che le sue
trattative tramite l’Egitto fossero a buon punto e il
sig. Mashaal ci ha rassicurato che
Schalit sta bene e ha promesso un’altra lettera da lui
ai suoi genitori, che sarà consegnata
tramite The Carter Center. Inoltre Schalit sarà
trasferito in Egitto come passo intermedio
nello
scambio.
Rapporto del viaggio dell’ex Presidente degli USA Jimmy
Carter
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-
3.
Hamas ha spinto affinché il passaggio di confine di
Rafah venga riaperto. Il passaggio
sarebbe monitorato dall’Autorità Palestinese, da Hamas,
dall’Unione Europea e dall’Egitto.
Ogni
decisione finale sarebbe presa dall’Egitto.
4.
Hamas è pronta a considerare insieme al Presidente Abbas
l’idea di creare un governo di
unità
nazionale, con una forza di sicurezza professionale,
unificata e non di parte, per il
West
Bank e Gaza. Ci sarebbe un Gabinetto composto di
tecnocrati che non
appartengono né ad Hamas né a Fatah, ma approvati da
entrambi. Questo gruppo non di
parte
governerebbe fino alle elezioni programmate per il 2010.
5. I
dirigenti di Hamas mi hanno richiesto di esprimere la
loro più grande preoccupazione per
le
sofferenze terribili del popolo Palestinese ed hanno
ripetuto che le basi per la pace
sarebbero il compimento del diritto nazionale dei
Palestinesi alla autodeterminazione e la
costituzione di uno stato sovrano sui confini del 1967.
Siria
“Le
comunicazioni tra Israele e gli Stati Uniti con la Siria
sono quasi inesistenti, e le
relazioni sono tese, se non ostili. Gli Stati Uniti e
Israele stigmatizzano la Siria come una
sostenitrice del terrorismo per via della sua
cooperazione con l’Iran ed il finanziamento e supporto
per
Hamas ed Hezbollah. Inoltre, i due governi pensano che
la Siria mini la stabilità del Libano e la
selezione del suo Presidente. Nelle nostre
conversazioni, il governo Siriano sembrava determinato
a
sovvertire queste supposizioni.
“Funzionari superiori del governo si sono impegnati a
completare un accordo sulle Alture
del
Golan e per la pace con Israele quanto prima. Il governo
ha preso molto seriamente un recente
commento del Primo Ministro Ehud Olmert, cioè che lui
capiva le attese Siriane, e pensava che la
Siria
capisse le attese Israeliane. Dal momento che il governo
Siriano considera che circa lo 85%
dei
problemi siano stati risolti in negoziazioni precedenti,
esso crede che un accordo sarà
raggiunto molto presto. C’è stato un accordo sui
confini, sui diritti di ripaggio per quanto riguarda il
mare
di Galilea, sulle zone di sicurezza e sulla presenza di
forze internazionali.
“Gli
Stati Uniti hanno tre opzioni. Possono continuare ad
opporsi a tali trattative di pace, il
che
rende impossibile ottenere la pace. Possono giocare un
ruolo neutrale, ma ciò non sarebbe
sufficiente. Infine, gli USA potrebbero giocare un ruolo
positivo e costruttivo, come proposto dal
governo Siriano, e noi speriamo che lo faccia. Sul
Libano, la Siria riconosce di avere dell’influenza,
ma
insiste che non sta più giocando un ruolo importante,
come faceva quando vi teneva delle
truppe, e che la chiave per una soluzione è un dialogo
nazionale, nel quale i vari partiti
raggiungono un consenso. Di fatto, ciò significa che
sulle questioni critiche(costituzionale,
economico, politico e della sicurezza), il governo
dovrebbe negoziare un accordo con i partiti
dell’opposizione che rappresentano 45 % del parlamento,
Hezbollah inclusa.
“In
breve, la Siria ha influenza su quattro dei conflitti
che stiamo discutendo: Siria-Israele,
Israele-Palestina, tra Palestinesi, e Libano. Una
negoziazione positiva su ciascuna di essi avrà un
risvolto positivo sugli altri, ed al contrario, la
mancanza di un accordo su uno renderebbe più
difficile la soluzione degli altri. Se ci sarà un
accordo tra Israele e la Palestina e riconciliazione tra
Fatah
ed Hamas, allora non c’è più bisogno che la Siria aiuti
Hamas, e se c’è un consenso sul
Libano, non c’è più bisogno che sostenga Hezbollah. Ed
infine, se gli Stati Uniti decidono di
sostenere le trattative con Israele, allora saranno
prese in considerazione le preoccupazioni degli
USA
per quello che fa la Siria.
“In
Siria, abbiamo sollevato le nostre preoccupazioni per le
persone che sono state
imprigionate per aver firmato la Dichiarazione di
Damasco, ed il Presidente Bashar al-Assad ha
detto
che solo sette, delle 90 originali, erano ancora
detenute. Ha anche detto che, se essi
chiedessero clemenza, la riceverebbero. Gli abbiamo
anche chiesto di Guy Hever, il giovane
soldato Israeliano di cui non si hanno più notizie
dall’agosto 1997, ed egli ha detto di non avere
informazioni su dove potesse essere. Gli abbiamo chiesto
di Ehud Goldwassere di Eidad Regev,
Rapporto del viaggio dell’ex Presidente degli USA Jimmy
Carter
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che
sono stati catturati da Hezbollah all’inizio della
guerra. Il governo Siriano non ha informazioni
su di
loro.
Conclusioni
“In
conclusione, siamo d’accordo con l’affermazione più
recente del Presidente Abbas che
le
trattative sullo stato finale si muovono così lentamente
e con così pochi risultati evidenti, che è
molto
improbabile che le negoziazioni si completino per il
traguardo di fine anno. Questa
conclusione è condivisa in larga misura e potrebbe
rivelarsi tragica. La combinazione di scarsi
progressi sullo stato finale e la regressione sui
problemi della roadmap, gli insediamenti, i posti di
blocco, e l’assedio di Gaza, tutto ciò significa che il
livello di frustrazione tra i Palestinesi potrebbe
raggiungere il livello di esplosione.
“Perciò, è essenziale che si trovi una alternativa e ciò
include un cessate il fuoco, scambio
di
prigionieri, negoziazioni tra Israele e la Siria e un
avvicinamento tra Fatah ed Hamas.
“Nessun risultato importante è stato mai ottenuto in
Medio Oriente senza correre rischi. Io
spero
che il Governo di Israele, l’Autorità Palestinese, Hamas
ed il governo degli USA siano pronti
a
correre rischi per la pace. La trasformazione ottenuta
da Israele in 60 anni e stata meravigliosa .
Il
prossimo miracolo, per il quale noi tutti dobbiamo
pregare è la costituzione di uno stato
Palestinese sovrano, che viva in pace con Israele e
collabori con tutti i suoi vicini per il futuro della
regione e dei suoi figli. La Terra Santa è un luogo di
miracoli. E’ ora che ci sia il miracolo della
pace”.
Dopo
aver risposto a numerose domande del pubblico della
conferenza, sono stato
intervistato da numerosi organi di informazione, incluse
CNN, BBC, Al Jazeera,Fox, Reuters, AP,
AFP,
Chicago Tribune, ABC, NPR, due canali televisivi
Israeliani. New York Times, Washington
Post,
Newsweek, e il Los Angeles Time. Incontri con il capo
degli Israeliani Arabi, Ahmed Tibi,
Yossi
Beilin, e l’ex Primo Ministro Ben Amin, hanno concluso
una giornata piena di avvenimenti.
Non
avendo un aeroplano privato, siamo ripartiti da Israele
intorno a mezzanotte su un volo Delta
per
Atlanta. Come avevo predetto a Bob Pastor e a Steve
Solartz, l’intero viaggio è stato molto
eccitante, stimolante ed avventuroso, adeguatamente
produttivo ed anche divertente.
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