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I RIFIUTI DI ISRAELE NEI POLMONI DEI PALESTINESI
di Alessandro Iacuelli
2-7-2008
Un
servizio televisivo mostra le scene, inequivocabili per chi
queste cose le ha già viste in casa propria, del proliferare
di discariche abusive, che traboccano di
big bag, i
grandi sacchi ad uso industriale riempiti di polveri, scarti,
rifiuti speciali, spesso tossici. Stavolta, non è Napoli, e
neanche Caserta. Non è la Campania. E' invece la Cisgiordania,
ed il servizio televisivo va in onda su
Al Jazeera, in
lingua araba, ma arriva via satellite fino a noi. Fusti e big
bag, rotti, aperti, dai quali fuoriescono polveri finissime,
che si mischiano al terreno, contenitori che all’esterno
recano scritte inequivocabilmente in ebraico. L'allarme non è
nuovo. Due anni fa un rapporto di Friends of the Earth Medio
Oriente, una organizzazione ambientalista di cui fanno parte
israeliani, palestinesi e giordani, ha segnalato che lo
scarico improprio di rifiuti tossici è diventato una minaccia
per l'acqua potabile nella regione, che a dire il vero è anche
molto poca. I rifiuti tossici infatti si infiltrano nei
terreni, e sostanze quali cloro, arsenico ma anche metalli
pesanti come cadmio, mercurio e piombo finiscono nelle falde
acquifere.
Il bacino che alimenta quelle falde è parte in Cisgiordania, e
parte in Israele, e fornisce acqua ad una popolazione di oltre
3 milioni di persone, 2,3 milioni di palestinesi e 235.000
coloni israeliani in territorio palestinese, a cui si aggiunge
mezzo milione di israeliani entro i confini internazionalmente
riconosciuti di Israele. Dalla pubblicazione di quel rapporto
qualcosa è cambiato: il governo tedesco ha costruito un
impianto per il trattamento di rifiuti solidi vicino a
Ramallah e la Banca Mondiale, con l'Unione europea, ha
completato una discarica vicino a Jenin. Ma resta il pericolo
di contaminazione delle falde acquifere, sostengono i membri
di Friends of the Earth israelo-palestino-giordani. Ancora
oggi.
La gestione del ciclo dei rifiuti - e ovviamente non si parla
di comuni rifiuti urbani - è certamente l'aspetto meno noto
della vita quotidiana nei territori palestinesi di
Cisgiordania. Eppure è una vera crisi, una vera emergenza per
certi versi più delicata di quella campana: tocca un bene che
in una zona semidesertica è tanto raro quanto prezioso:
l’acqua potabile. Un'emergenza che preoccupa i gruppi
ambientalisti sia palestinesi sia israeliani: il moltiplicarsi
di discariche di rifiuti tossici. Quel servizio televisivo di
Al Jazeera
ha raccontato il caso di Jima'in, un villaggio nel distretto
di Nablus: qualche settimana fa gli abitanti si sono lamentati
che camion israeliani andavano a scaricare rifiuti tossici sul
loro territorio.
In merito a questi sversamenti, assolutamente illeciti, il
vicedirettore del settore ambientale dell'Autorità Nazionale
Palestinese, Ayman Abu Thaher, non ha esitato a dichiarare che
non si tratta di un caso isolato: "Da anni gli israeliani
usano la Cisgiordania come alternativa facile per scaricare i
loro rifiuti, a spese della salute dei palestinesi". Il
funzionario dell'ANP sostiene che molte industrie israeliane
preferiscono questa soluzione di stampo mafioso, piuttosto che
portare i loro scarichi tossico-nocivi nella discarica
apposita per i rifiuti speciali, situata a Ramot Havav,
nell'Israele meridionale. Spiega anche che nel 1985 una ditta
produttrice di pesticidi per l'agricoltura ha chiuso il suo
stabilimento a Kfar Sava, in territorio israeliano, per
ingiunzione del tribunale locale, che aveva accolto le
petizioni degli abitanti locali contro l'inquinamento.
L'attività produttiva è stata spostata in un nuovo
stabilimento a Tulkarem, nella Cisgiordania settentrionale, a
pochi metri dagli insediamenti palestinesi. Anche questo,
accusa Abu Thaher, non è un caso isolato: "Un certo numero di
aziende israeliane si sono spostate in Cisgiordania per
sfuggire alle strette normative che in Israele governano lo
smaltimento degli scarichi, in particolare tossici".
Al Jazeera ha
intervistato anche Tzali Greenberg, portavoce del ministero
per l'ambiente israeliano. Greenberg ha dichiarato che invece
Israele applica le sue normative ambientali anche alle aziende
che operano in territori palestinesi, e chi viola le regole
viene perseguito: "Segnalateci le irregolarità, saremo felici
di intervenire", ha concluso.
Greenberg viene però smentito dall'Applied Research Institute
(ARI), un istituto indipendente di ricerca ambientale di
Gerusalemme, il quale sostiene invece che le autorità
israeliane sono piuttosto tolleranti, quando si tratta di
scarichi tossici che avvengono in territorio palestinese.
Secondo l'ARI, che gli scarichi provenienti dagli insediamenti
israeliani in territorio palestinese includono sia reflui
domestici, sia sostanze tossiche agricole, amianto, batterie,
cemento, alluminio.
Tutto questo non fa che aggravare la gestione del ciclo dei
rifiuti palestinese, basato su discariche improvvisate anche
per le restrizioni ai movimenti imposte dall'esercito
israeliano, oltre ad una mancata gestione dei rifiuti
speciali. Infine, secondo Friends of the Earth, è comparsa una
nuova minaccia alla salute degli abitanti della Cisgiordania:
i frequenti roghi di rifiuti speciali di provenienza
israeliana.
http://www.altrenotizie.org/alt/modules.php?op=modload&name=News&file=article&sid=38401
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