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Anno III,  Comunicato 62,  20 agosto 2008

 

 

 

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Il gioco al massacro per lo "scontro di civiltà" continua

ed i registi sono sempre gli stessi, worldwide.

 

A seguito del nostro ultimo editoriale, che abbracciava e affrontava anche i venti di guerra provenienti dalla Georgia, facendo sentire la nostra voce fuori dal coro, che veniva in qualche modo confermata dalle dichiarazioni di Maurizio Blondet nel suo "Governo georgiano, ministri israeliani" pubblicato per  effedieffe.com,  desideriamo evidenziare ancor più i reali problemi che sono alla base della crisi caucasica e che non possono essere imputati semplicemente alla Russia di Putin, ma ad uno spregiudicato gioco al massacro da parte dell'asse atlantico, il quale non si è stracciato le vesti nè ha minacciato la rottura di delicati equilibri internazionali quando a compiere atti di guerra, ruberie in grande stile, nonchè veri massacri ai danni della popolazione civile (vedi Libano, Palestina, Iraq, Serbia, Kosovo) furono i suoi figli prediletti, Usa-Israele in testa. Ripubblichiamo quindi due articoli usciti di recente, uno a firma di Sergio Romano per il Corriere della Sera ed uno a cura di Alberto Brambilla (News ITALIA PRESS) che riprende e analizza dichiarazioni di Enrico Galoppini, Redattore di Eurasia. Giornalisti e scrittori appartenenti a scuole e mondi diversi, ma che giungono nella sostanza a mettere il dito sulla stessa piaga, evidenziando aspetti altrimenti sottaciuti dalla grande stampa.

Questi due articoli, uniti a quello già proposto da Blondet, ed al nostro umile editoriale, speriamo possano riuscire ad aprire un varco per una migliore analisi e comprensione, fuori dai loghi comuni nei quali vorrebbero intrappolarci i soliti istigatori allo "scontro di civiltà".

Mentre Sergio Romano infatti scriveva il suo editoriale per il Corriere, con trafiletto in prima pagina ed il seguito a pag. 39, per "par-condicio" veniva dato ampio risalto al Reportage, prima pagina colonna centrale, di Bernard Henry Lévy, con seguito a riempire completamente la seconda e terza pagina.

Ma neppure il Lévy, nonostante le sue posizioni partigiane scontate, è riuscito a evitare di ammettere ciò che ormai egli sa essere di dominio pubblico, affidando perciò alle parole di un generale russo, foto alla mano, la rivelazione del fatto che gran parte dell'armamento georgiano fosse di fabbricazione israeliana. E questa è solo la punta dell'iceberg.

 

Cosa c'entra tutto ciò con la Terra Santa e gli equilibri mediorientali?

Andatelo a chiedere ad un arabo palestinese, che le stesse armi le ha già assaggiate e che vengono puntate contro la sua famiglia ogni giorno, ai posti di blocco che devono attraversare per motivi familiari, di studio, di lavoro.

Buona lettura.

 

La Redazione di TerraSantaLibera.org

 


Le paure di uno zar

di Sergio Romano

per il Corriere della Sera del 20 agosto 2008

Nel Corriere di ieri Alberto Ronchey si è chiesto quali siano le motivazioni della politica di Putin. Un disegno geopolitico o «geoenergetico » per la riconquista dello spazio imperiale perduto dopo la disintegrazione dell'Unione Sovietica? Il timore dei due colossi — gli Usa e la Cina — che incombono sulle sue frontiere? La mia interpretazione è personale e potrà sembrare a qualche lettore troppo «filo-russa». Ma non intendo assolvere Putin dai suoi peccati e giustificare le sue intemperanze. Voglio soltanto ricordare che non è possibile trattare con un grande Stato senza cercare di comprenderne le percezioni, le ambizioni e le paure. Putin è uno zar restauratore e modernizzatore. Vuole restituire ai suoi connazionali l'orgoglio perduto. Vuole preparare il suo Paese ad affrontare le sfide del futuro. Vuole instaurare un sistema economico che assicuri la prosperità e la crescita civile della società russa. Per raggiungere questo scopo non poteva permettere che le maggiori risorse naturali della nazione (soprattutto petrolio e gas) restassero nelle mani di oligarchi o di società straniere che hanno conquistato pezzi di ricchezza russa nel momento della sua maggiore prostrazione. Per sbarazzarsi di questi corsari dell'economia ha agito senza scrupoli.

Ma non è stato più spiccio e spregiudicato di quanto siano state le sue vittime negli anni in cui creavano i loro imperi economici. Putin sperava di realizzare questi obiettivi in un clima di cooperazione internazionale con gli Stati Uniti, l'Europa, la Cina e le altre maggiori potenze. Ha manifestato solidarietà a Bush dopo gli attentati dell'11 settembre. Lo ha aiutato a vincere la guerra afghana autorizzando le forze armate americane a utilizzare lo spazio aereo russo e a creare basi in Asia Centrale. Ha stretto buoni rapporti con alcuni leader occidentali: Berlusconi, Chirac, Schröder. E ha colto un primo risultato positivo nel luglio del 2002, a Pratica di Mare, quando i Paesi del Patto Atlantico hanno accettato di creare una nuova organizzazione: il Consiglio Nato- Russia. Molti sperarono (io fra questi) che la vecchia Nato, costituita per contrastare un nemico ormai defunto, si sarebbe trasformata sino a diventare l'organizzazione per la sicurezza collettiva dell'intero continente europeo, dall'Atlantico agli Urali. Negli anni seguenti la tendenza alla cooperazione si è bruscamente invertita. Gli Stati Uniti hanno attaccato l'Iraq. La vecchia Nato, improvvisamente ringiovanita e ringalluzzita, si è allargata verso Est sino a comprendere territori (le tre repubbliche del Baltico) che appartenevano all'Impero zarista e all'Urss. Quando i russi hanno lanciato i primi ammonimenti, gli Stati Uniti hanno rincarato la dose con due iniziative obiettivamente anti-russe.

In primo luogo gli Stati Uniti hanno messo all'ordine del giorno l'ingresso nella Nato della Ucraina e della Georgia. In secondo luogo hanno cominciato a trattare con la Polonia e la Repubblica Ceca l'installazione di basi antimissilistiche che sono teoricamente anti-iraniane e concretamente anti-russe. Quando Mosca ha fatto comprendere che l'indipendenza del Kosovo avrebbe aperto il vaso di Pandora in cui erano finiti tutti i conflitti etnici irrisolti dell'era post-sovietica, gli Stati Uniti e l'Europa hanno ignorato le sue obiezioni. Quando qualcuno a Mosca, dopo lo scoppio della crisi georgiana, ha proposto la convocazione del Consiglio Nato-Russia, la Nato ha risposto con la convocazione di un Consiglio Atlantico che ha accusato Mosca di avere fatto un uso sproporzionato della forza; quasi che non vi fossero state altre circostanze recenti — i 78 giorni durante i quali la Nato ha bombardato la Serbia, i 35 giorni durante i quali Israele ha bombardato il Libano — in cui l'uso della forza poteva essere considerato, da altri punti di vista, «sproporzionato». E più recentemente, infine, gli Stati Uniti, per strappare alla Polonia una base missilistica, le hanno promesso una fornitura di missili Patriot: un'arma che, per la sua gittata, può essere usata soltanto contro missili russi. I polacchi li avevano chiesti perché sapevano che l'esistenza di una base anti-missilistica americana nel loro territorio starebbe stata considerata a Mosca un gesto ostile.

E volevano disporre di armi che avrebbero meglio garantito la sicurezza del loro Paese. Dando i Patriot alla Polonia gli Stati Uniti hanno implicitamente ammesso che il loro «scudo» è anti-russo. Ciò che dovrebbe maggiormente sconcertare gli europei è il fatto che tutto questo avvenga in una situazione in cui Russia e Ue hanno eccellenti ragioni per andare d'accordo. I russi hanno petrolio e gas; noi abbiamo i capitali, le tecnologie e la cultura economica di cui la Russia ha bisogno per recuperare il tempo perduto. Esistono le condizioni per una intesa simile a quella che la Francia propose alla Germania e ad altri Paesi europei dopo la fine della Seconda guerra mondiale. Il problema, allora, era la ricostruzione di un continente distrutto. Per evitare che i sopravvissuti cominciassero a contendersi i due beni di cui avevano maggiormente bisogno, Jean Monnet e Robert Schuman proposero la creazione della «Comunità europea per il carbone e l'acciaio»: una organizzazione che avrebbe reso possibile l'uso congiunto e solidale di due fondamentali risorse. Oggi, dopo la fine della guerra fredda, occorre una «Comunità euro-russa per gli idrocarburi e lo sviluppo». Se imboccheremo questa strada persino gli Stati Uniti (se non questa presidenza, la prossima) scopriranno che vi sono altri modi per vivere con la Russia e, alla fine, ce ne saranno grati.

Sergio Romano

http://www.corriere.it/editoriali/08_agosto_20/editoriale_romano_le_paure_di_uno_zar_49cdbd28-6e65-11dd-bf8a-00144f02aabc.shtml