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Il gioco al massacro per
lo "scontro di civiltà" continua
ed i registi sono sempre
gli stessi, worldwide.
A
seguito del nostro ultimo editoriale, che abbracciava e
affrontava anche i venti di guerra provenienti dalla
Georgia, facendo sentire la nostra voce fuori dal coro,
che veniva in qualche modo confermata dalle dichiarazioni
di Maurizio Blondet nel suo
"Governo
georgiano, ministri israeliani" pubblicato per
effedieffe.com,
desideriamo evidenziare ancor più i reali problemi che
sono alla base della crisi caucasica e che non possono
essere imputati semplicemente alla Russia di Putin, ma ad
uno spregiudicato gioco al massacro da parte dell'asse
atlantico, il quale non si è stracciato le vesti nè ha
minacciato la rottura di delicati equilibri internazionali
quando a compiere atti di guerra, ruberie in grande stile,
nonchè veri massacri ai danni della popolazione civile
(vedi Libano, Palestina, Iraq, Serbia, Kosovo) furono i
suoi figli prediletti, Usa-Israele in testa.
Ripubblichiamo quindi due articoli usciti di recente, uno
a firma di
Sergio Romano per il Corriere
della Sera ed uno
a cura di Alberto Brambilla
(News ITALIA PRESS) che riprende e analizza dichiarazioni
di Enrico Galoppini,
Redattore di Eurasia. Giornalisti e scrittori appartenenti
a scuole e mondi diversi, ma che giungono nella sostanza a
mettere il dito sulla stessa piaga, evidenziando aspetti
altrimenti sottaciuti dalla grande stampa.
Questi due articoli, uniti a quello già proposto da
Blondet, ed al nostro umile
editoriale, speriamo possano riuscire ad aprire un varco
per una migliore analisi e comprensione, fuori dai loghi
comuni nei quali vorrebbero intrappolarci i soliti
istigatori allo "scontro di civiltà".
Mentre Sergio Romano infatti scriveva il suo editoriale
per il Corriere, con trafiletto in prima pagina ed il
seguito a pag. 39, per "par-condicio" veniva dato
ampio risalto al Reportage, prima pagina colonna centrale,
di Bernard Henry Lévy, con seguito a riempire
completamente la seconda e terza pagina.
Ma neppure il Lévy, nonostante le sue posizioni partigiane
scontate, è riuscito a evitare di ammettere ciò che ormai
egli sa essere di dominio pubblico, affidando perciò alle
parole di un generale russo, foto alla mano, la
rivelazione del fatto che gran parte dell'armamento
georgiano fosse di fabbricazione israeliana. E questa è
solo la punta dell'iceberg.
Cosa c'entra tutto ciò con la Terra Santa e gli equilibri
mediorientali?
Andatelo a chiedere ad un arabo palestinese, che le stesse
armi le ha già assaggiate e che vengono puntate contro la
sua famiglia ogni giorno, ai posti di blocco che devono
attraversare per motivi familiari, di studio, di lavoro.
Buona lettura.
La Redazione di
TerraSantaLibera.org
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Le paure di uno zar
di Sergio Romano
per il Corriere della Sera del 20 agosto 2008

Nel Corriere di ieri Alberto Ronchey
si è chiesto quali siano le motivazioni della
politica di Putin. Un disegno geopolitico o «geoenergetico »
per la riconquista dello spazio imperiale perduto dopo la
disintegrazione dell'Unione Sovietica? Il timore dei due
colossi — gli Usa e la Cina — che incombono sulle sue
frontiere? La mia interpretazione è personale e potrà sembrare
a qualche lettore troppo «filo-russa». Ma non intendo
assolvere Putin dai suoi peccati e giustificare le sue
intemperanze. Voglio soltanto ricordare che non è possibile
trattare con un grande Stato senza cercare di comprenderne le
percezioni, le ambizioni e le paure. Putin è uno zar
restauratore e modernizzatore. Vuole restituire ai suoi
connazionali l'orgoglio perduto. Vuole preparare il suo Paese
ad affrontare le sfide del futuro. Vuole instaurare un sistema
economico che assicuri la prosperità e la crescita civile
della società russa. Per raggiungere questo scopo non poteva
permettere che le maggiori risorse naturali della nazione
(soprattutto petrolio e gas) restassero nelle mani di
oligarchi o di società straniere che hanno conquistato pezzi
di ricchezza russa nel momento della sua maggiore
prostrazione. Per sbarazzarsi di questi corsari dell'economia
ha agito senza scrupoli.
Ma non è stato più spiccio e spregiudicato
di quanto siano state le sue vittime negli anni
in cui creavano i loro imperi economici. Putin sperava di
realizzare questi obiettivi in un clima di cooperazione
internazionale con gli Stati Uniti, l'Europa, la Cina e le
altre maggiori potenze. Ha manifestato solidarietà a Bush dopo
gli attentati dell'11 settembre. Lo ha aiutato a vincere la
guerra afghana autorizzando le forze armate americane a
utilizzare lo spazio aereo russo e a creare basi in Asia
Centrale. Ha stretto buoni rapporti con alcuni leader
occidentali: Berlusconi, Chirac, Schröder. E ha colto un primo
risultato positivo nel luglio del 2002, a Pratica di Mare,
quando i Paesi del Patto Atlantico hanno accettato di creare
una nuova organizzazione: il Consiglio Nato- Russia. Molti
sperarono (io fra questi) che la vecchia Nato, costituita per
contrastare un nemico ormai defunto, si sarebbe trasformata
sino a diventare l'organizzazione per la sicurezza collettiva
dell'intero continente europeo, dall'Atlantico agli Urali.
Negli anni seguenti la tendenza alla cooperazione si è
bruscamente invertita. Gli Stati Uniti hanno attaccato l'Iraq.
La vecchia Nato, improvvisamente ringiovanita e ringalluzzita,
si è allargata verso Est sino a comprendere territori (le tre
repubbliche del Baltico) che appartenevano all'Impero zarista
e all'Urss. Quando i russi hanno lanciato i primi ammonimenti,
gli Stati Uniti hanno rincarato la dose con due iniziative
obiettivamente anti-russe.
In primo luogo gli Stati Uniti
hanno messo all'ordine del giorno l'ingresso nella Nato della
Ucraina e della Georgia. In secondo luogo hanno cominciato a
trattare con la Polonia e la Repubblica Ceca l'installazione
di basi antimissilistiche che sono teoricamente anti-iraniane
e concretamente anti-russe. Quando Mosca ha fatto comprendere
che l'indipendenza del Kosovo avrebbe aperto il vaso di
Pandora in cui erano finiti tutti i conflitti etnici irrisolti
dell'era post-sovietica, gli Stati Uniti e l'Europa hanno
ignorato le sue obiezioni. Quando qualcuno a Mosca, dopo lo
scoppio della crisi georgiana, ha proposto la convocazione del
Consiglio Nato-Russia, la Nato ha risposto con la convocazione
di un Consiglio Atlantico che ha accusato Mosca di avere fatto
un uso sproporzionato della forza; quasi che non vi fossero
state altre circostanze recenti — i 78 giorni durante i quali
la Nato ha bombardato la Serbia, i 35 giorni durante i quali
Israele ha bombardato il Libano — in cui l'uso della forza
poteva essere considerato, da altri punti di vista,
«sproporzionato». E più recentemente, infine, gli Stati Uniti,
per strappare alla Polonia una base missilistica, le hanno
promesso una fornitura di missili Patriot: un'arma che, per la
sua gittata, può essere usata soltanto contro missili russi. I
polacchi li avevano chiesti perché sapevano che l'esistenza di
una base anti-missilistica americana nel loro territorio
starebbe stata considerata a Mosca un gesto ostile.
E volevano disporre di armi
che avrebbero meglio garantito la sicurezza del loro Paese.
Dando i Patriot alla Polonia gli Stati Uniti hanno
implicitamente ammesso che il loro «scudo» è anti-russo. Ciò
che dovrebbe maggiormente sconcertare gli europei è il fatto
che tutto questo avvenga in una situazione in cui Russia e Ue
hanno eccellenti ragioni per andare d'accordo. I russi hanno
petrolio e gas; noi abbiamo i capitali, le tecnologie e la
cultura economica di cui la Russia ha bisogno per recuperare
il tempo perduto. Esistono le condizioni per una intesa simile
a quella che la Francia propose alla Germania e ad altri Paesi
europei dopo la fine della Seconda guerra mondiale. Il
problema, allora, era la ricostruzione di un continente
distrutto. Per evitare che i sopravvissuti cominciassero a
contendersi i due beni di cui avevano maggiormente bisogno,
Jean Monnet e Robert Schuman proposero la creazione della
«Comunità europea per il carbone e l'acciaio»: una
organizzazione che avrebbe reso possibile l'uso congiunto e
solidale di due fondamentali risorse. Oggi, dopo la fine della
guerra fredda, occorre una «Comunità euro-russa per gli
idrocarburi e lo sviluppo». Se imboccheremo questa strada
persino gli Stati Uniti (se non questa presidenza, la
prossima) scopriranno che vi sono altri modi per vivere con la
Russia e, alla fine, ce ne saranno grati.
Sergio Romano
http://www.corriere.it/editoriali/08_agosto_20/editoriale_romano_le_paure_di_uno_zar_49cdbd28-6e65-11dd-bf8a-00144f02aabc.shtml
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