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Anno III,  Comunicato   ,     2008

 

 

 

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IL “MOTU PROPRIO”

È

“PROPRIO MORTU”?

  

Il card. Catrillon Hoyos – celiando, ma non troppo – in un’intervista rilasciata a “Radici cristiane” ha affermato che in ambienti curiali si dice che il  (il “Motu Proprio è proprio mortu”). Purtroppo i fatti sembrano confermare il gioco scherzoso di parole del porporato (“si licet parva magnis comparare”: “ridendo e scherzando Pulcinella disse la verità”).

Innanzi tutto, come abbiamo già detto (v. sì sì no no 15 aprile 2008 p. 1) il Card. Castrillon ha ammesso di fatto su L’Osservatore Romano che il Motu Proprio serve a far accettare il concilio Vaticano II e il Novus Ordo Missae ai cattolici fedeli alla tradizione divino-apostolica. Son seguiti i fatti: oltre al cedimento di Benedetto XVI dopo la preghiera “Pro conversione judaeorum” del Venerdì Santo (nel viaggio in USA e specificatamente nella sinagoga di Nuova York), molti sacerdoti che – fidandosi del Motu Proprio – avevano ripreso o iniziato per la prima volta a celebrare la Messa romana di tradizione apostolica “canonizzata” da San Pio V (1570), si son visti dapprima sostenere solo a parole dalla Commissione Pontificia Ecclesia Dei allorché incontravano resistenze da parte dei Vescovi (“Pregherò per voi” scriveva loro il card. Castrillon Hoyos); quando, poi, hanno chiesto udienza al prelato, sono stati rimbrottati (è successo con vari sacerdoti dell’ Italia settentrionale; vedi Diocesi di Novara), qualcuno è stato rimosso (anche in Italia meridionale) e qualcun altro persino nella Capitale si è visto intimare  l’aut-aut: o ti adegui al Novus Ordo Missae o fuori!

Dopo sei mesi di flebile, ma doverosa speranza (la quale non muore mai, ma che non deve diventare colpevole illusione), ci si ritrova di fatto in una situazione analoga a quella dell’Indulto concesso nel 1984.

La Messa cattolica è in odio ai Vescovi (venuti su con il Concilio) e il Papa – come minimo – non ha potuto (saputo o voluto? “Deus scit”) imporsi, in forza della “collegialità” di cui, giovane teologo, fu sostenitore nel Concilio (“Chi di spada ferisce di spada perisce”).

Qualcuno – in semi-segreto – continua a celebrare nel rito romano tradizionale, ma fino a quando? Sembra infatti di essere ritornati alle persecuzioni del 1976. Dobbiamo constatare, dunque, che il Motu Proprio è proprio morto! È triste, ma è così.

 Non si può, di fronte a questa triste realtà, adottare la politica dello “struzzo”, che per non vedere il pericolo nasconde la piccola testa tra la sabbia (lasciando il suo grande posteriore “allo scoperto”). Ciò che stupisce maggiormente, infatti, non è la reazione dei modernisti, ma la ostinazione e cecità di alcuni “tradizionalisti”, che continuano a voler vedere bianco dov’è nero. Stravolgono il significato della lettera del card. Castrillon Hoyos pubblicata su L’Osservatore Romano e si rifiutano di guardare in faccia la realtà. Eppure sono 25 anni di inganni:

a) 1984: l’Indulto si rivela ben presto un “cavallo di Troia” per scompaginare e frazionare l’ ambiente fedele alla dottrina e liturgia cattolica;

b) 1988: mons. Lefebvre è spinto a firmare l’accordo del 5 maggio, che poi, illuminato da Dio (anche se mal consigliato da alcuni suoi collaboratori), cassa definitivamente perché in esso gli si chiedeva il riconoscimento della ortodossia del concilio Vaticano II e del Novus Ordo Missae in cambio della regolarizzazione della sua opera di prosecuzione  della Tradizione;

c) infine 2007: il Motu Proprio che de jure sarebbe accettabile, perché dichiara “mai abrogato” il rito romano tradizionale e, perciò, riconosce ad ogni sacerdote il diritto di celebrarlo senza doverne chiedere il permesso né al Vescovo né alla Santa Sede è de facto lasciato morire perché alle parole non seguono i fatti; anzi questi contraddicono il Motu Proprio del 7 luglio 2007, rendendolo un “proprio morto”.

Errare humanum est, perseverare diabolicum”. Dopo una serie di inganni, che minacciano di indebolire e, se fosse possibile, far persino scomparire la resistenza alle novità dogmatiche e liturgiche del neo-modernismo, i fautori ad oltranza della conciliazione con una gerarchia inquinata di modernismo si dovrebbero fermare un po’ e fare un serio esame di coscienza che porti alla correzione degli sbagli commessi nell’ ansia (comprensibilissima, ma, allo stato attuale, pericolosa) di voler mettere in regola, agli occhi del mondo i propri rapporti con le autorità.

Tutti possiamo sbagliare, ma voler continuare a difendere una linea che si è rivelata puntualmente causa di divisioni, di abbandoni, di cedimenti (più o meno gravi) ed ha portato a 25 anni di clamorosi fallimenti (dei quali tre enormi), ci sembra essere o sciocco (e allora non si assumano compiti troppo gravosi) o diabolico (e allora vengano rimpiazzati i fautori di un accordo rovinoso). È vero: noi non siamo scismatici e perciò non rifiutiamo per partito preso ogni contatto con le Autorità “romane”, ma, i contatti non devono mirare ad un accordo puramente diplomatico e quindi per ora impossibile (i fatti lo hanno e lo stanno dimostrando);  devono servire solo a non lasciare tranquilla coscienza ai neomodernisti, ponendo sul tavolo la questione dottrinale e di fede, che è a fondamento di ogni male nella Chiesa. La verità è conformità alla realtà; la menzogna è difformità da essa; Cristo è Verità, via e vita, mentre satana è “il padre della menzogna”. Di chi vogliamo essere figli? A noi la scelta!

sì sì no no