
Esattamente cinque anni fa, il nove
luglio del 2004, la Corte Internazionale di Giustizia dell’Aja (ICJ)
rilasciava il proprio
parere consultivo (successivamente fatto proprio da un voto
dell’Assemblea generale dell’Onu) sulle “Conseguenze legali della
Costruzione di un Muro nel Territorio Palestinese Occupato”.
Il pronunciamento dell’Icj, in particolare, si articolava in cinque
punti salienti:
1) la costruzione del muro da parte di Israele all’interno dei
Territori occupati (e cioè non seguendo la linea armistiziale del
1949, la cd. green line) – ivi inclusa Gerusalemme est – e il regime
amministrativo associato a detto muro sono da considerarsi contrari al
diritto internazionale;
2) Israele conseguentemente ha l’obbligo di porre fine a tali
violazioni, cessando immediatamente la costruzione del muro
all’interno dei Territori occupati (e di Gerusalemme est) e
smantellando le porzioni di muro già costruite che oltrepassano la
green line, nonché abrogando o rendendo ineffettivi tutti gli atti
legislativi e amministrativi connessi;
3) Israele ha l’obbligo, inoltre, di risarcire i Palestinesi rimasti
danneggiati dalla costruzione del muro nei Territori Occupati;
4) tutti gli Stati sono obbligati a non riconoscere la situazione di
illegalità venutasi a creare con la costruzione del muro e di non
fornire in alcun modo aiuto o assistenza ad Israele nel mantenere in
essere detta situazione; gli Stati firmatari della IV Convenzione di
Ginevra del 12 agosto 1949 hanno, altresì, l’ulteriore obbligo di far
sì che Israele si conformi alle norme di diritto umanitario
internazionale contenute nella IV Convenzione;
5) le Nazioni Unite, e in special modo l’Assemblea Generale e il
Consiglio di Sicurezza, dovrebbero considerare quali azioni
intraprendere per porre fine alla situazione di illegalità determinata
dalla costruzione del muro e dal regime ad esso associato.
Cinque anni sono passati da questa importante pronuncia dell’Icj,
eppure nulla è cambiato, Israele continua a costruire il muro
dell’apartheid in aperta violazione della legalità internazionale, e
gli Stati parti contraenti della IV Convenzione di Ginevra permangono
in uno stato di incredibile e ingiustificata inerzia, omettendo di
adempiere al preciso obbligo loro imposto di non riconoscere il
tracciato illegale del muro e di far rispettare il diritto
internazionale umanitario e i diritti umani dei Palestinesi.
Israele si è sempre giustificato asserendo la temporaneità dei confini
delineati dal muro, e la necessità della sua costruzione per motivi di
sicurezza, ma la ICJ ha correttamente rilevato che lo specifico
percorso scelto da Israele per la costruzione del muro non era affatto
necessitato dai pretesi “motivi di sicurezza”.
La stragrande maggioranza del percorso del muro – esattamente
l’86% del totale – è situata, infatti, all’interno della West Bank e
non lungo la green line; ciò mostra, di tutta evidenza, come il
percorso del muro sia stato ideato e pianificato con il fine preciso
di includere al suo interno la gran parte degli insediamenti colonici
costruiti in Cisgiordania, insediamenti che sono da considerarsi
illegali alla luce del diritto internazionale.
Ad oggi, il percorso del muro è stato completato per circa 413 km.
(58,3% del totale), mentre risultano in corso di costruzione ulteriori
73 km. del tracciato (cfr. OCHA, West Bank Barrier Route Projections,
luglio 2009); quando il muro sarà stato completato, esso servirà ad
annettere ad Israele un ulteriore 9,5% della Cisgiordania, ovvero
quelle porzioni di territorio comprese tra la green line ed il muro
stesso.
Il numero totale dei Palestinesi che resterà confinato tra il muro e
la green line è pari a circa 267.000; di questi, 125.000 saranno
circondati dal muro da tre lati (28 comunità, tra cui le aree di
Biddya, Biddu e la città di Qalqilya), mentre 28.000 si troveranno a
dover vivere in enclavi circondate dal muro da quattro lari (8
comunità, tra cui Az Zawiya e Bir Nabala).
Ma il caso più eclatante della violazione dei diritti umani dei
Palestinesi operata dal muro è probabilmente quello relativo a
Gerusalemme est.
L’accesso a Gerusalemme est è di primaria importanza per gli abitanti
dell’intera Cisgiordania, vuoi per motivi religiosi, per la necessità
di cure mediche, per il lavoro, l’istruzione, i rapporti familiari,
etc. Eppure, per la maggior parte dei Palestinesi, questo accesso è
proibito, a meno che non si possieda uno speciale permesso, molto
difficile da ottenere, rilasciato dalle autorità israeliane. Da quando
il muro è stato completato in quest’area, i possessori di permessi
possono entrare a Gerusalemme solo da 4 dei 16 check point esistenti,
e solo a piedi! Questo senza considerare che i permessi perdono
validità in caso di chiusura generale, usualmente in occasione delle
festività ebraiche o di allarmi per la sicurezza.
Ma il muro è soltanto uno degli elementi di un più esteso sistema di
restrizioni della libertà di movimento dei Palestinesi che vivono in
Cisgiordania. Accanto ad esso, infatti, convivono ben 613 check point
ed ostacoli vari situati lungo le principali strade ed accessi, a cui
vanno aggiunti gli ulteriori 84 ostacoli presenti nella zona di Hebron
controllata da Israele (cfr. OCHA, West Bank Movement and Access
Update, giugno 2009).
In aggiunta, il sistema delle strade è sempre più caratterizzato dalla
segregazione e dalla discriminazione su base razziale: centinaia di
chilometri delle strade della West Bank (le migliori…) sono ristrette
o del tutto vietate ai Palestinesi, mentre gli Israeliani possono
percorrerle liberamente. Si calcola che circa un terzo dell’intera
Cisgiordania – inclusa Gerusalemme est – sia vietata ai Palestinesi
sprovvisti di speciale permesso rilasciato dalle autorità militari
israeliane.
Queste inaudite restrizioni, che non a caso per molti configurano un
vero e proprio regime di apartheid, non violano soltanto la libertà di
movimento dei Palestinesi, ma impediscono loro di esercitare
pienamente tutta un’ampia gamma di diritti umani fondamentali quali il
diritto al lavoro, alla salute, all’educazione, ad un adeguato
standard di vita.
Nonostante la decisione dell’ICJ, dunque, la costruzione del muro
dell’illegalità continua, e Israele continua ad annettersi terra
palestinese e a vessare in ogni modo la vita dei residenti della West
Bank. Ma questo muro è anche il muro della vergogna, quella
rappresentata dalla inaudita e complice inerzia della comunità
internazionale di fronte ai crimini e ai misfatti posti in essere da
Israele.
Nonostante l’art.1 della IV Convenzione di Ginevra imponga agli Stati
che l’hanno sottoscritta l’impegno a farne rispettare le previsioni,
Israele non solo non viene chiamata a rispondere delle sue
sistematiche e spudorate violazioni del diritto umanitario, ma gli
aiuti internazionali continuano ad affluire, come se niente fosse,
nelle casse dello Stato ebraico.
Così, per esempio, gli Stati Uniti continuano a fornire ingenti aiuti
economici e militari allo Stato di Israele, senza condizionarli in
alcun modo al rispetto dei diritti umani; così, ad esempio, l’Unione
Europea ancor oggi non ha la voglia o il coraggio di far valere quella
clausola del rispetto dei diritti umani, all’interno e all’esterno di
Israele, contenuta all’art.2 dell’accordo di associazione Eu-Israele.
E il permanere del sostegno internazionale ad Israele non solo
significa venir meno all’obbligo degli Stati di assicurare il rispetto
del diritto internazionale, ma rappresenta una vera e propria
complicità nei crimini commessi a danno del popolo palestinese,
contribuendo a creare un clima di sostanziale impunità per lo Stato
ebraico.
Finché permarrà questo discutibile atteggiamento della comunità
internazionale e finché verrà adottato il solito doppio standard di
giudizio, consentendo se non giustificando ogni crimine, per quanto
efferato, se commesso da Israele, la pace in medio oriente sarà
soltanto un traguardo irraggiungibile.
E non è detto che a pagarne il prezzo saranno sempre e solo i
Palestinesi.