Come sempre, il futuro governo israeliano sarà una coalizione –
o di destra, composta da Kadima, Likud, e Labour, oppure di
estrema destra, includendo Likud, Yisrael Beiteinu, Shas, ed
altri. In entrambi i casi, ciò non lascia presagire nulla di
buono per l’Autorità Palestinese (ANP), la quale sta entrando
nel terzo stadio – e forse anche l’ultimo – della sua
turbolenta vita.
Il primo stadio ha avuto inizio con l’accordo Gaza-Gerico del
1994, seguito verso la fine del 1995 dall’estensione
dell’autorità dell’ANP su alcune parti della Cisgiordania.
Questa fase è terminata con la morte di Yasser Arafat nel
novembre 2004.
La promessa del processo di Oslo, per quanto riguardava i
palestinesi, era che esso avrebbe portato alla costituzione di
uno stato palestinese in Cisgiordania ed a Gaza. Era quello il
significato della "fase provvisoria" che sarebbe dovuta durare
quattro anni, e che invece sta entrando oggi nel suo
quattordicesimo anno. Nessuno avrebbe supposto che una limitata
autonomia dovesse rappresentare lo stadio finale, né ci si
sarebbe immaginati che la ragion d’essere dell’ANP fosse quella
di funzionare a tempo indeterminato come un grande "comune" per
l’amministrazione degli affari locali palestinesi. Questa rimane
però una verità a tutt’oggi.
Il secondo stadio ebbe inizio con l’elezione di Mahmoud Abbas
alla presidenza dell’ANP nel gennaio 2005. Dall’inizio della
seconda intifada nel 2000, fino alla sua elezione, Abbas era
stato un costante oppositore della lotta armata ed aveva avuto
il coraggio di dirlo in pubblico. Il negoziato era al centro
della sua politica, e l’opinione pubblica palestinese voleva
chiaramente dargli una possibilità. Ad ogni modo, per un anno
intero, fino alle elezioni del Consiglio Legislativo palestinese
nel gennaio 2006, in cui Hamas ottenne la maggioranza, non ci
furono negoziati di cui parlare. In compenso, i dirigenti
israeliani deridevano Abbas considerandolo "debole", immemori
del fatto che essi ne erano responsabili. Alla fine, la caduta
dell’ANP, indipendentemente da chi sarà al potere, deriverà
dall’assenza di progressi politici.
Il processo di Annapolis è fallito, ed anche se il
fallimento è inscritto nella disastrosa "eredità Bush", il terzo
stadio nella storia dell’ANP è appena stato inaugurato
dall’arrivo del presidente Barack Obama. L’euforia che ha
travolto il mondo a seguito della sua elezione è stata
trasmessa anche all’ANP. Stanno aspettando di vedere cosa
succederà a Washington. L’amministrazione Obama ha in mano il
futuro dell’ANP, la quale sa di non poter riporre speranze nella
nuova coalizione di governo israeliana.
In un anno, o forse due, tutto sarà più chiaro. Se non ci
saranno credibili progressi verso la soluzione "a due stati",
com’è intesa dai palestinesi e dagli arabi; se l’espansione
degli insediamenti non verrà fermata, rendendo tale soluzione
praticamente impossibile, allora l’ANP sarà spacciata.
Se il dilemma di Hamas è di conciliare la sua natura di
movimento di resistenza con la sua partecipazione al governo,
l’imbarazzo dell’ANP, emerso molto chiaramente nel processo di
Annapolis, consiste nel fatto che i negoziati non possono andare
avanti indefinitamente senza chiari risultati, mentre continua
l’accaparramento della terra da parte di Israele. Prima o poi,
fazioni separatiste emergeranno all’interno di Fatah, ed
abbracceranno nuovamente la resistenza in conseguenza di un
rinnovato fallimento politico. Il programma politico di Mahmoud
Abbas avrà emesso così il suo ultimo "lamento", e raggiunto la
sua tragica fine.
Prima che Obama fosse eletto, egli ricevette a volte consigli
non richiesti da parte di varie personalità sulla gestione del
conflitto israelo-palestinese. Qualcuno ha sostenuto che il
conflitto era di difficile soluzione poiché nessuna delle due
parti era pronta ad un compromesso. Questa tesi è sbagliata.
Decodificata, essa stava a significare che gli Stati Uniti non
avrebbero dovuto fare pressioni su Israele affinché si ritiri
dai territori palestinesi occupati al fine di rendere possibile
una soluzione. Questa era la linea della lobby filo-israeliana
negli Stati Uniti, ma non l’opinione della maggioranza degli
americani. Ed è esattamente questo che ha fatto fallire i
negoziati.
Il "successo" di Israele nel proteggersi dalle pressioni
esterne ha avuto come risultato quello di trasformare il
conflitto israelo-palestinese essenzialmente in un affare di
politica interna da essere "palleggiato" all’interno dell’arena
politica israeliana, nel cui ambito gli interessi sono locali,
elettorali, orientati dalla "carriera", e "mercenari". Gli
israeliani stanno essenzialmente negoziando tra di loro. Non c’è
ragione di aspettarsi nulla di diverso dal futuro governo
israeliano, chiunque sia a formarlo ed a prendervi parte.
Nella misura in cui al conflitto israelo-palestinese verrà
permesso di rimanere nel buio tunnel delle lotte politiche
intestine all’interno di Israele, esso non emergerà mai senza
una spinta esterna, e nessuna soluzione sarà possibile. I
palestinesi non avranno altra scelta che proseguire la
resistenza, e l’ANP dovrà confrontarsi con il suo definitivo
crollo in quest’ultimo stadio della sua evoluzione. Ora dipende
davvero dall’amministrazione Obama stabilire cosa riserverà il
futuro ai palestinesi.
George Giacaman insegna all’università
di Bir Zeit; è co-fondatore del Palestinian Institute for the
Study of Democracy (Muwatin); ha collaborato con diversi media
arabi ed internazionali
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