Anno IV,  Comunicato n. 41 // - 27 febbraio 2009

 

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Si avvicina la fine dell’Autorità Palestinese?

 

di George Giacaman
Pubblicato in Israele dopo il voto il 18 febbraio 2009
Testata: The Daily Star

 


Come sempre, il futuro governo israeliano sarà una coalizione – o di destra, composta da Kadima, Likud, e Labour, oppure di estrema destra, includendo Likud, Yisrael Beiteinu, Shas, ed altri. In entrambi i casi, ciò non lascia presagire nulla di buono per l’Autorità Palestinese (ANP), la quale sta entrando nel terzo stadio – e forse anche l’ultimo – della sua  turbolenta vita.

Il primo stadio ha avuto inizio con l’accordo Gaza-Gerico del 1994, seguito verso la fine del 1995 dall’estensione dell’autorità dell’ANP su alcune parti della Cisgiordania. Questa fase è terminata con la morte di Yasser Arafat nel novembre 2004.

La promessa del processo di Oslo, per quanto riguardava i palestinesi, era che esso avrebbe portato alla costituzione di uno stato palestinese in Cisgiordania ed a Gaza. Era quello il significato della "fase provvisoria" che sarebbe dovuta durare quattro anni, e che invece sta entrando oggi nel suo quattordicesimo anno. Nessuno avrebbe supposto che una limitata autonomia dovesse rappresentare lo stadio finale, né ci si sarebbe immaginati che la ragion d’essere dell’ANP fosse quella di funzionare a tempo indeterminato come un grande "comune" per l’amministrazione degli affari locali palestinesi. Questa rimane però una verità a tutt’oggi.

Il secondo stadio ebbe inizio con l’elezione di Mahmoud Abbas alla presidenza dell’ANP nel gennaio 2005. Dall’inizio della seconda intifada nel 2000, fino alla sua elezione, Abbas era stato un costante oppositore della lotta armata ed aveva avuto il coraggio di dirlo in pubblico. Il negoziato era al centro della sua politica, e l’opinione pubblica palestinese voleva chiaramente dargli una possibilità. Ad ogni modo, per un anno intero, fino alle elezioni del Consiglio Legislativo palestinese nel gennaio 2006, in cui Hamas ottenne la maggioranza, non ci furono negoziati di cui parlare. In compenso, i dirigenti israeliani deridevano Abbas considerandolo "debole", immemori del fatto che essi ne erano responsabili. Alla fine, la caduta dell’ANP, indipendentemente da chi sarà al potere, deriverà dall’assenza di progressi politici.

Il  processo di Annapolis è fallito, ed anche se il fallimento è inscritto nella disastrosa "eredità Bush", il terzo stadio nella storia dell’ANP  è appena stato inaugurato dall’arrivo del presidente Barack Obama. L’euforia che ha travolto il mondo  a seguito della sua elezione è stata trasmessa anche all’ANP. Stanno aspettando di vedere cosa succederà a Washington. L’amministrazione Obama ha in mano il futuro dell’ANP, la quale sa di non poter riporre speranze nella nuova coalizione di governo israeliana.

In un anno, o forse due, tutto sarà più chiaro. Se non ci saranno credibili progressi verso la soluzione "a due stati", com’è intesa dai palestinesi e dagli arabi; se l’espansione degli insediamenti non verrà fermata, rendendo tale soluzione praticamente impossibile, allora l’ANP sarà spacciata.

Se il dilemma di Hamas è di conciliare la sua natura di movimento di resistenza con la sua partecipazione al governo, l’imbarazzo dell’ANP, emerso molto chiaramente nel processo di Annapolis, consiste nel fatto che i negoziati non possono andare avanti indefinitamente senza chiari risultati, mentre continua l’accaparramento della terra da parte di Israele. Prima o poi, fazioni separatiste  emergeranno all’interno di Fatah, ed abbracceranno nuovamente la resistenza in conseguenza di un rinnovato fallimento politico. Il programma politico di Mahmoud Abbas  avrà emesso così il suo ultimo "lamento", e raggiunto la sua tragica fine.

Prima che Obama fosse eletto, egli ricevette a volte consigli non richiesti da parte di varie personalità sulla gestione del conflitto israelo-palestinese. Qualcuno ha sostenuto che il conflitto era di difficile soluzione poiché nessuna delle due parti era pronta ad un compromesso. Questa tesi è sbagliata. Decodificata, essa stava a significare che gli Stati Uniti non avrebbero dovuto fare pressioni su Israele affinché si ritiri dai territori palestinesi occupati al fine di rendere possibile una soluzione. Questa era la linea della lobby filo-israeliana negli Stati Uniti, ma non l’opinione della maggioranza degli americani. Ed è esattamente questo che ha fatto fallire i negoziati.

Il "successo" di Israele nel proteggersi dalle pressioni esterne ha avuto come risultato quello di trasformare il conflitto israelo-palestinese essenzialmente in un affare di politica interna da essere "palleggiato" all’interno dell’arena politica israeliana, nel cui ambito gli interessi sono locali, elettorali, orientati dalla "carriera", e "mercenari". Gli israeliani stanno essenzialmente negoziando tra di loro. Non c’è ragione di aspettarsi nulla di diverso dal futuro governo israeliano, chiunque sia a formarlo ed a prendervi parte.

Nella misura in cui al conflitto israelo-palestinese verrà permesso di rimanere nel buio tunnel delle lotte politiche intestine all’interno di Israele, esso non emergerà mai senza una spinta esterna, e nessuna soluzione sarà possibile. I palestinesi non avranno altra scelta che proseguire la resistenza, e l’ANP dovrà confrontarsi con il suo definitivo crollo in quest’ultimo stadio della sua evoluzione. Ora dipende davvero dall’amministrazione Obama stabilire cosa riserverà il futuro ai palestinesi.

George Giacaman insegna all’università di Bir Zeit; è co-fondatore del Palestinian Institute for the Study of Democracy (Muwatin); ha collaborato con diversi media arabi ed internazionali

Titolo originale:

The end for the Palestinian Authority?

Link originale :

www.arabnews.it/2009/02/18/si-avvicina-la-fine-dell%E2%80%99autorita-palestinese/
 

Link a questa pagina : http://www.terrasantalibera.org/VicinaFineAutoritaPalestinese.htm
 

 

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