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L'attacco all'Iran e la variabile sunnita
di
Simone Santini,
clarissa.it / ariannaeditrice.it

corridoio petrolifero iraniano
L'indiscrezione è passata per lo più
inosservata ma potrebbe avere ripercussioni devastanti. Una fonte
diplomatica israeliana ha rivelato al quotidiano britannico Sunday Times
(gruppo Murdoch) che i servizi segreti di Tel Aviv hanno raggiunto un
accordo informale con l'Arabia Saudita per il sorvolo della propria
aviazione in quello spazio aereo. Dopo mesi di trattative segrete il capo
del Mossad, Meir Degan, avrebbe ottenuto lo straordinario risultato. Ora
Israele ha un corridoio aperto e sicuro, per i propri caccia-bombardieri,
che può arrivare attraverso la penisola arabica fino al cuore dell'Iran.
E non basta.
Il quotidiano israeliano Yediot
Ahronot scrive che per la prima volta un sottomarino nucleare da
combattimento con la stella di David, classe Dolphin, ha avuto il permesso
di attraversare il Canale di Suez, in pieno giorno e scortato da unità della
marina egiziana. In caso di emergenza gli U-boat dello stato ebraico, dotati
di testate atomiche, possono così raggiungere in 24 ore il Golfo Persico
attraverso il canale contro la settimana necessaria se dovessero
circumnavigare l'Africa.
L'intesa tra nemici storici, Israele e paesi arabi come Arabia Saudita ed
Egitto, è ormai una realtà consolidata, confermata da molteplici segnali che
si sono susseguiti negli ultimi mesi al punto da potersi ormai apertamente
parlare di asse sunnito-sionista in funzione anti-sciita e anti-iraniana.
Sotto l'egida della precedente amministrazione statunitense, il dialogo
arabo-israeliano era già venuto allo scoperto nel 2008. Verso la fine
dell'anno Condoleeza Rice, in sede Onu, aveva presieduto un vertice senza
precedenti tra potenze occidentali fortemente esposte nel contrasto al
nucleare iraniano (gli stessi Stati Uniti, Gran Bretagna e Francia) e un
gruppo di paesi arabi tra cui appunto Arabia Saudita, Egitto, ed altre
aristocrazie sunnite del Golfo Persico. Convitato di pietra Israele.
Intanto nel mese di novembre il vice-presidente Dick Cheney si era recato in
visita ufficiale a Ryad stringendo per conto degli israeliani un patto con
la monarchia wahabita. Il New York Times riportava che Re Abdullah si mostrò
estremamente preoccupato dalla politica egemonica di Teheran e per
l'espansionismo sciita nella regione. Col ritiro annunciato delle truppe
americane dall'Iraq si paventava che gli scontri etnici tra sunniti e sciiti
potessero divampare e coinvolgere l'Arabia Saudita dove pure risiede una
inquieta minoranza sciita. In cambio della promessa americana di spingere
Tel Aviv al dialogo sulla Palestina, re Abdullah acconsentiva a formare un
blocco unico contro il nemico comune: l'Iran.
Per Israele, dal canto suo, deve essere forte la tentazione di innescare un
conflitto inter-islamico tra componenti sunnite e sciite per portare avanti
una guerra per procura contro l'Iran. Allo stato due sono gli epicentri
possibili. Sicuramente il Libano dove la coalizione filo-occidentale e
soprattutto filo-saudita guidata da Saad Hariri ha ottenuto il governo dopo
le recenti elezioni. Se in questo primo scorcio è prevalsa l'unità
nazionale, sarebbe sufficiente spingere Hariri a chiedere il disarmo di
Hezbollah, il partito sciita filo-iraniano che governa de facto il sud, per
sprofondare il Paese dei Cedri nella guerra civile.
Anche in Iraq la situazione è critica. Il disimpegno americano potrebbe
portare le componenti sunnite del centro in collisione con gli sciiti del
sud. Attentati terroristici terrificanti si sono susseguiti in tutti questi
anni tra le due parti. I sauditi hanno già fatto sapere che in caso di
conflitto inter-etnico si considererebbero trascinati in guerra a fianco dei
fratelli sunniti.
Un terzo scenario è da prendere in seria considerazione. Teheran ha più
volte ammonito che in caso di aggressione occidentale o israeliana
attuerebbe una risposta su larga scala. Se Tel Aviv portasse un first strike
attraverso i cieli sauditi, gli iraniani potrebbero considerare la posizione
di Ryad come un atto ostile, se non un vero e proprio atto di guerra. E se
la distanza metterebbe relativamente al riparo gli israeliani dalla risposta
di Ahmadinejad, il paese degli ayatollah e l'Arabia Saudita hanno centinaia
di chilometri di coste che si fronteggiano divise solo da uno stretto
braccio di mare. E per determinare una situazione esplosiva potrebbe essere
sufficiente anche un inopportuno incidente tra le due forze armate nel Golfo
persico, forse il mare più trafficato del pianeta da petroliere e unità
militari sotto ogni bandiera.
Tra gli stati europei la Francia è sembrata la più pronta a non considerare
questi scenari possibili come fanta-politica e predisponendo le opportune
mosse sulla scacchiera a difesa dei suoi interessi nella regione. A maggio
Parigi ha inaugurato una sua base integrata (navale, aerea, terrestre)
nell'emirato di Abu Dhabi, da cui è possibile il controllo dello Stretto di
Hormuz. Era da cinquanta anni, dalla perdita delle colonie africane, che la
Francia non dislocava le sue forze armate in maniera permanente all'estero.
Nel dare l'annuncio della creazione della base in territorio arabo il
presidente Sarkozy dichiarava: "E' il segno che il nostro paese sa adattarsi
alle nuove sfide, che è pronto a prendersi le sue responsabilità e a giocare
per intero il suo ruolo negli affari del mondo [...] E' qui che si gioca
gran parte della nostra sicurezza e di quella del pianeta". Fuori dal
linguaggio celebrativo il messaggio era chiaro: se l'Iran attacca gli
Emirati arabi è come se attaccasse la Francia.
La forza dissuasiva francese non si limita alla presenza militare. In base
ad un accordo segreto con gli stessi Emirati, rivelato dal quotidiano Le
Figaro, Parigi mette a disposizione l'opzione atomica in caso di
aggressione, sia con i suoi sottomarini nucleari che con i bombardieri
dislocati sulla portaerei Charles De Gaulle.
Che ci si trovi di fronte ad una accelerazione, dopo i drammatici fatti
post-elettorali in Iran, è dimostrato anche dalle dichiarazioni del
vice-presidente americano Joe Biden che in visita alle truppe in Iraq,
rispondendo ad un esterrefatto cronista della emittente ABC, diceva: "Gli
Stati Uniti non possono imporre a un altro Stato sovrano cosa può o non può
fare [...] Israele può decidere da sola cosa è nel suo interesse e cosa fare
nei confronti dell'Iran o in qualsiasi altra situazione [...] In ogni caso
Israele ha il diritto di fare ciò che crede opportuno. Se il governo
Netanyahu deciderà di scegliere una linea di azione diversa da quella
attuale, la loro sovranità gli concede questo diritto [... specie se la
sua...] sopravvivenza è minacciata da un altro Paese".
Il presidente Obama si è affrettato a smentire che le dichiarazioni del
vice-presidente rappresentassero un "semaforo verde" di Washington per un
attacco all'Iran. Gioco delle parti, gaffe diplomatica di Biden, o annuncio
auto-avverantesi come nello stile del personaggio? Già durante la campagna
elettorale presidenziale Biden aveva pronosticato imminente una crisi
internazionale che avrebbe subito impegnato il neo-presidente per verificare
di che "pasta fosse fatto". Nel gennaio successivo, quando l'insediamento di
Obama non era ancora nemmeno ufficiale, Israele diede il via all'operazione
"piombo fuso" a Gaza che provocò oltre mille morti, soprattutto civili.
Fonte:
http://www.ariannaeditrice.it/articolo.php?id_articolo=27059
Questa pagina:
http://www.terrasantalibera.org/attacco_iran_sunni.htm
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