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Care International: “A Gaza situazione catastrofica”
Andrea Dessi per Osservatorio Iraq,
11 febbraio 2009
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Nel marzo 2008 otto ong attive in Palestina posero l’attenzione
sulla situazione umanitaria di Gaza,
definendola "la peggiore dall’inizio dell’occupazione
militare israeliana del 1967". Oggi le condizioni di vita nella
Striscia sono divenute, se possibile, anche più gravi.
"Quando fu pubblicato quel rapporto – ci dice Martha Myers,
direttrice nazionale di Care International, una delle
organizzazioni firmatarie della denuncia del marzo scorso - l’80
per cento della popolazione di Gaza [1,5 milioni] dipendeva
dalla comunità internazionale per sopravvivere, mentre il 50 per
cento si trovava in condizioni di povertà estrema. Inoltre, una
maggioranza di loro consuma la metà della quantità d’acqua
consigliata dall’Organizzazione Mondiale della Sanità (Oms), per
la maggior parte inquinata o salina. Quindi, nel marzo 2008, la
situazione in termini degli indicatori umani basilari, cibo,
possibilità di rifugio e accesso alle più fondamentali necessità
sanitarie, erano già in grave carenza. Poi a dicembre abbiamo
avuto questa guerra, e l’impatto è stato catastrofico".
A pezzi è l’economia della Striscia. "Come risultato dei
diciotto mesi di blocco prima dell’conflitto – spiega Myers - il
93 per cento dell’infrastruttura del commercio privato non aveva
la possibilità di operare; ora queste aziende sono state
bombardate. La fabbrica di succhi, la più grande azienda di
farina, le fabbriche di cemento sono state tutte distrutte;
anche la centrale elettrica è stata colpita più volte e non è
più in grado di servire Gaza per intero. Perfino il sistema
idraulico e le fognature sono state colpite".
Secondo la direttrice di Care, "l’unica ragione per la
quale Gaza non è sprofondata in una situazione di totale
carestia e pestilenza è l’assistenza che arriva attraverso le
organizzazioni internazionali, principalmente il Programma
alimentare mondiale (Pam) e l’Agenzia Onu per i profughi
palestinesi (Unrwa), e i salari che vengono pagati dall’Autorità
Palestinese (Ap), anche essa aiutata dalla comunità
internazionale. Durante gli ultimi mesi però gli israeliani
hanno bloccato molti trasferimenti di fondi, causandone una
grave scarsità. Adesso, quindi, non c’è elettricità o
carburante, non esiste alcuna forma di import o export, e c’è
anche una mancanza di fondi liquidi nell’economia".
Grazie alla sua continua presenza all’interno della striscia di
Gaza, Care International è riuscita a mantenere in
attività i vari progetti che dirige sul territorio, sia durante
i diciotto mesi di blocco israeliano che hanno preceduto il
conflitto che durante le tre settimane di guerra poi seguite.
"Nonostante per ovvi motivi alcuni nostri progetti, come quello
sulla democrazia governativa, siano stati interrotti durante il
conflitto - spiega Myers - nel complesso siamo riusciti a
proseguire con il nostro lavoro. Il progetto sulla sicurezza
alimentare, nel quale compriamo verdure fresche a prezzi di
mercato dagli agricoltori locali per poi consegnarli alle
famiglie più vulnerabili della Striscia, è stato mantenuto in
funzione con qualche piccola modifica. A causa dei violenti
scontri registratisi nel nord della Striscia è stato impossibile
raggiungere alcune delle famiglie, ma grazie alla flessibilità
dell’European Commission’s Aid Office (Echo), il nostro
donatore principale per questo progetto, siamo riusciti a
deviare il materiale a loro destinato, consegnandolo invece agli
ospedali di Gaza". L’importanza di questo progetto è
incrementato dal fatto che mentre il Pam e Unrwa sfamano la
maggior parte della popolazione di Gaza distribuendo alimenti
secchi, quali riso e lenticchie ad esempio, Care
International fornisce alimenti freschi. Abbiamo inoltre
mantenuto in funzione il nostro programma sanitario con la
raccolta di medicinali e rifornimenti ospedalieri da consegnare
poi ai nostri soci nella Striscia, anche se – ovviamente - il
loro bisogno è cresciuto in maniera esponenziale a causa del
numero crescente di morti e feriti".
Rispondendo ad una domanda sulla mancata apertura dei valichi di
frontiera tra Israele e Gaza sia prima che durante l’operazione
"Piombo Fuso", e se qualcosa fosse cambiato da quando è stata
dichiarata la tregua, Myers risponde seccamente; "No, non
ancora. I mesi di novembre e dicembre sono stati particolarmente
duri per quanto riguarda le frontiere. Ci sono tre valichi
principali che collegano la striscia di Gaza con Israele e di
questi solo uno, Kerem Shalom è rimasto in funzione durante i
mesi passati. Ultimamente però, prima del conflitto, anche Kerem
Shalom è rimasto chiuso per gran parte dei mesi di novembre e
dicembre, e comunque nei suoi momenti migliori Kerem Shalom
riesce a sostenere 150 camion al giorno, mentre Gaza ne richiede
almeno 500 solo per soddisfare le esigenze più basilari della
popolazione".
Per quanto riguarda i materiali ammessi nella Striscia "la
situazione non è cambiata", nonostante le mutate esigenze
post-conflitto. "Lo standard degli israeliani su ciò che viene
considerato materiale umanitario – afferma la direttrice
dell’ong - non include nulla che possa servire alla
ricostruzione di Gaza. Non vengono permessi pezzi di ricambio di
alcun genere, tubature per l’acqua o per l’irrigazione,
plastica, bacchette metalliche, cemento, attrezzature agricole o
fertilizzante. Non ci resta che continuare a lavorare
immaginando che la comunità internazionale farà pressione su
Israele affinché possa passare almeno il materiale necessario
per rispondere alla crisi a un livello umanitario. Per tutto il
resto, è chiaro che non si può pensare di aggiustare il sistema
idraulico o di costruire nuove case se non si ha accesso a un
materiale essenziale come il cemento".
Care International è una organizzazione no-profit che opera
globalmente in più di sessanta paesi, è composta da una
confederazione di dodici organizzazioni membri il cui scopo è
combattere la povertà globale e favorire la distribuzione di
aiuti d’emergenza in casi di crisi umanitaria. È presente in
Cisgiordania e a Gaza dal 1948 e durante quest’anni ha avviato
una serie di progetti all’interno di varie comunità palestinesi
concentrandosi sul rafforzamento della società civile,
dell’infrastruttura sanitaria e di quella scolastica, così come
sullo sviluppo della produzione agricola, delle risorse naturali
e dell’economia locale
Martha Myers ha vissuto nei Territori palestinesi occupati per
molta della sua vita adulta. È stata direttamente coinvolta in
questioni riguardanti lo sviluppo della società palestinese e
del conflitto con Israele da più di trent’anni
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Link originale :
www.osservatorioiraq.it/modules.php?name=News&file=article&sid=7114
Link a questa pagina :
http://www.terrasantalibera.org/catastrofegaza.htm
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