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Chi controlla Hollywood?
di Giantonio Valli -
Disinformazione -
08/04/2010

Se da una parte
tutte le maggiori case di produzione hollywoodiane sono strettamente in
mani ebraiche (ma lo sono anche catapecchie cinematografiche come la
Producers
Releasing
Company,
del ragioniere Leon Fromkess), ebraiche sono anche le prime banche che
finanziano l'industria filmica.
L'unica, parziale eccezione è rappresentata dalla
Bank of Italy,
fondata nel 1904 a San Francisco da Amedeo Peter Giannini, un immigrato
italiano nato nel 1870 a San Josè. Dotato di un talento e di una forza
d'animo eccezionali, dopo il praticantato bancario egli ottiene i primi
capitali per la sua impresa dai fratelli Herman Wolf ed lsaiah Wolf
Hellman, due dei più potenti banchieri della California (il secondo è
inoltre il fondatore, nel 1872, della prima sinagoga del Bnai B'rith di
San Francisco).
Fattosi largo a
forza in uno estab1ishment ostile, allora dominato dai banchieri
anglosassoni, l'italiano si appoggia agli ebrei, stipulando, attraverso
il produttore Sol Lesser, un'alleanza con i produttori di Hollywood e
con i banchieri di New York interessati allo sviluppo dell'industria
cinematografica.
Il propulsore di tale impegno non è però direttamente Amedeo, ma suo
fratello Attilio, detto «Doc» per via di una sua laurea in medicina.
Quando la
Bank
of Italy
rileva la fallita
Bowery and
East River Bank
di New York, è ancora Sol Lesser a consolidare la banca di Giannini
attraverso il coinvolgimento di Attilio nelle attività finanziarie delle
compagnie di produzione. In tal modo «Doc» diviene la prima fonte di
capitale per Marcus Loew, Lewis Selznick, Florenz Ziegfeld e dozzine di
altri impresari ebrei, sia teatrali che cinematografici: «una
collaborazione tra outsiders», la definisce Neal Gabler.
Fondata nel 1919,
la
Loews
Incorporated
vede l'interessamento anche di altri banchieri. Come abbiamo accennato
parlando della M.G.M., è per questo motivo che nella direzione della
Loew compaiono i «gentili» W.C. Durant, dirigente della General Motors,
e H. Gibson, presidente della
Liberty
National Bank.
Un altro banchiere perno dello sviluppo dell'industria cinematografica
americana è Otto Hermann Kahn. Nato nel 1867 a Mannheim dal banchiere
Bernard, Otto, dopo un periodo di lavoro nella filiale londinese della
Deutsche Bank,
nel 1893 è nominato direttore della filiale newyorkese della
Speyer & Co.
Tre anni più tardi egli sposa Addie Wolff, figlia di Abraham, socio
nella
Kuhn, Loeb & Co.,
nella quale banca viene assunto l'anno seguente - «verosimilmente per il
fatto che era stata fondata da ebrei come lui», ci informa piamente il
Gabler - divenendone un'autorità.
In tempo
rimarchevolmente breve, da impiegato Otto diviene alto dirigente e
socio. Dal 1903 al 1917 è presidente del Consiglio di Amministrazione
della
Metropolitan
Opera Company.
Adolph Zukor, già finanziato da Pierpont Morgan, lo contatta intorno al
1919 tramite suo fratello Felix Kahn, proprietario di una delle più
estese catene teatrali newyorkesi. Quando la
Paramount
apre la sua campagna di acquisti di teatri (nel 1921 possiede od ha
costruito ben trecentotre locali di prima visione), Felix cede la sua
catena, venendo cooptato nella casa e divenendone uno dei massimi
dirigenti, oltre che amico intimo di Zukor. Alla fine degli anni Venti,
delle quindicimila sale cinematografiche sparse sul territorio degli
Stati Uniti, la
Paramount
ne controlla un terzo.
Così si esprime
ancora il Gabler: «Zukor
aveva una forte affinità con i Kahn. I due fratelli erano apostati dal
giudaísmo, senza speranza di assimilazione, sebbene essi fossero in
proposito più decisi che non Zukor. Otto aveva completamente rigettato
il giudaismo e si era fatto episcopaliano. Essi affettavano uno stile di
vita "imperiale", pensando di consolidare in tal modo il loro status di
gentlemen. Ed ancora credevano nelle arti come mezzo di mobilità
sociale. In effetti, sembra che Otto Kahn si riferisse a Zukor quando,
pochi anni più tardi notificò ad un gruppo di soggettisti e produttori
che ‘nell'arte come in ogni cosa il popolo americano ama essere guidato
in alto e in avanti’, continuando poi a riferirsi ‘alla grande
importanza ed alla potenzialità del cinema come industria, influenza
sociale ed arte’».
Un gustoso
aneddoto sul suo conto merita a questo punto di essere riportato.
Fattosi protestante, Kahn cerca per anni di ignorare e di far ignorare
la sua origine ebraica. Passando un giorno per la Quinta Strada in
compagnia dell'umorista ebreo Marshall Wilder, affetto da una gobba
pronunciata, egli indica al compagno la chiesa della quale è assiduo
fedele, dicendogli: «Marshall, sai che una volta ero ebreo?». «Sì, Otto»
- è la risposta di Wilder, evidentemente memore del fatto che
olim haebreus
semper haebreus
- «e anch'io una
volta ero gobbo».
Come la Kuhn ,
Loeb & Co. per la
Triangle
(insieme a Rockefeller) e per Zukor, così altri banchieri ebrei
finanziatori dei tycoons hollywoodiani sono S.W. Straus per Carl Laemmle
e Goldman, Sachs & Co. per i fratelli Warner.
Solo William Fox avrebbe «osato» accordi con banchieri «gentili» non
legati alla finanza ebraica, e subito l'AT&T, Halsey, Stuart & Co. ed
altri finanzieri avrebbero cospirato per sottrargli il potere di
controllo sulla filmografia sonora, campo nel quale Fox si trovava
allora all'avanguardia e nel quale essi avevano investito considerevoli
mezzi finanziari.
La crisi
dell'ottobre 1929 costringe le grandi case a fare ricorso alla
Chase National
Bank
di Rockefeller, oppure alla
Atlas
Corporation
di Morgan, che impongono una drastica politica di
organizzazione e sottomettono alla fine la produzione al loro diretto
controllo.
«Il 1935» - scrive
Sadoul - «è l'anno in cui le conseguenze della crisi economica e della
nuova ‘guerra dei brevetti sonori’ portano ad un rafforzato controllo
dei grandi gruppi finanziari sulla città del cinema. Otto Grandi regnano
ormai su Hollywood; cinque "maggiori": la
Paramount
, la
Warner
, la
Loew-MGM
,
la
Fox
e la
RKO
insieme con tre "minori”: la
Universal
, la
Columbia
e la
United Artists.
Le cinque case maggiori totalizzano l'88 per cento del giro d'affari,
sono proprietarie di 4.000 grandi cinematografi-chiave e producono l'80
per cento delle superproduzioni. Insieme con le tre case minori,
monopolizzano il 95 per cento della distribuzione. Questi Otto Grandi
sono consociati nella
Motion Picture
Producers ofAmerica
(MPPA) e a loro volta sono controllati - il più spesso a due o tre
mandate - dal gruppo Rockefeller o dal gruppo Morgan. Per di più, alcune
di esse sono legate a W. Randolph Hearst, a Du Pont De Nemours, alla
General Motors, alla General Electric e a varie grandi banche. L'alta
finanza americana, direttamente proprietaria di Hollywood, sceglie
attraverso i suoi fiduciari i soggetti dei film, che, prima di venir
realizzati da un cineasta, debbono piacere ad una manciata di
finanzieri».
I veri padroni
degli oligopoli cinematografici rappresentati dalle maggiori case di
produzione sono ancor oggi i grandi finanzieri di Wall Street (anch'essi
nella maggior parte di ascendenza ebraica). I maggiori trust finanziari
e bancari statunitensi, le «Big Three», sono ancor oggi i gruppi
Rockefeller, Morgan, e la Kuhn Loeb &Co.
Come continua Georges Sadoul, l'attività dei monopoli cinematografici di
Hollywood sarà da allora prevalentemente diretta da fini commerciali: «I
dirigenti, che sono praticamente i delegati dell'alta finanza,
stabiliscono con precisione quanto deve rendere ogni film e se il
bilancio risulta in deficit tutti quelli che hanno concorso a crearlo
(attori, directors e producers) si troveranno presto o tardi licenziati.
I finanziatori americani padroni di Hollywood liquidano spietatamente
questi executives, che sembrano tanto potenti, non appena il bilancio
delle grandi case da essi dirette si rivela passivo».
Tuttavia, nota
sempre Sadoul, in talune circostanze i finanzieri di Wall Street
autorizzano delle spese «disinteressate». Uno degli esempi più chiari si
manifesta nel primo decennio del dopoguerra.
Nel 1948 la Fox è la prima a lanciare un film anticomunista, «La
cortina di ferro»,
in appoggio alla guerra fredda. Con una contemporaneità significativa,
la manovra propagandistica viene ripresa largamente dalla stampa, dalla
televisione e dalle case editrici. Film senza alcuna qualità artistica,
«La
cortina di ferro»
provoca subito, sia negli USA che all'estero, vive proteste. E suo
mancato successo commerciale non impedisce tuttavia ad Hollywood di
continuare a produrre per sei o sette anni numerose pellicole
anticomuniste - con eguale insuccesso.
«Per la Fox , la MGM , la Wamer , la RKO , la Paramount questa serie
costituì certamente un deficit di molti milioni di dollari. Ma lo sforzo
delle cinque majors fu disinteressato soltanto in apparenza, poiché
queste grandi case erano in effetti legate anima e corpo agli interessi
dei gruppi Morgan e Rockefeller, alle grandi fabbriche di armi e di
forniture militari o di bombe atomiche che gravitano intorno alle ditte
Kodak, Du Pont de Nemours, General Motors, General Electric, etc.».
I film
anticomunisti contribuiscono a creare nell'opinione pubblica il panico
della guerra fredda e pertanto a determinare commesse militari, atomiche
o di altro genere, a tutto vantaggio delle grandi ditte e degli
interessi che controllano anche le maggiori case cinematografiche di
Hollywood. Pertanto il bilancio complessivo è largamente attivo.
I legami che uniscono Hollywood al mondo del big business risultano
quanto più chiari nella pittoresca figura del multimiliardario «gentile»
Howard Hughes.
Nato nel 1905 (e deceduto nel 1976), questo figlio di un milionario
californiano si interessa ben presto, come abbiamo visto, al cinema (nel
1932 è tra l'altro produttore di
Scarface).
Fin dall'età di venticinque anni finanzia, e talvolta anche dirige,
numerose pellicole nelle quali ha gran parte l'aviazione, attività tra
l'altro a lui cara anche dal punto di vista sportivo. Mentre conquista
alcuni record come aviatore, egli consolida così la fama di talune dive
che godono dei suoi favori.
Nel 1948 il Nostro acquista per parecchi milioni di dollari, dal gruppo
finanziario Rockefeller, la
RKO.
Per sette anni la società resta apparentemente in deficit, e nel 1955
Hughes la rivende ad un gruppo di grossi industriali della gomma.
«Si
disse allora
- scrive Sadoul -
che la RKO era
stata per lui un capriccio da miliardario che accoppiava a quella
aviatoria la passione per le dive. Ma il settimanale Time ricorda, il 17
ottobre 1955, da dove vengono i miliardi di Hughes. La fonte della
notizia ne garantisce la veridicità, dato che questa pubblicazione
americana opera nell'ambito degli interessi Morgan e, assieme alle
rivelazioni, pubblica anche due pagine di pubblicità pagate da Hughes».
In breve, secondo
la rivista, Hughes è uno dei dieci maggiori proprietari di industrie
belliche americane. Nel bilancio militare degli USA la
Howard Hughes
Aircraft Co.
(i cui stabilimenti occupano un'area di trenta ettari in California e in
Arizona) incide ogni anno per duecento milioni di dollari sulla
fornitura di missili teleguidati fabbricati da una delle aziende
affiliate, la CSTI. Oltre a queste due società, il Nostro domina anche
la
Hughes Tool
Co.
e la
TWA
, la più grande compagnia aerea internazionale americana. Queste aziende
impiegano complessivamente cinquantamila persone ed il loro giro
d'affari annuo raggiunge i settecento milioni di dollari (tutti i dati
sono ovviamente da riferire al 19 5 5).
La RKO
, durante il periodo in cui è di proprietà privata di Hughes, moltiplica
la produzione di film anticomunisti e di film di guerra che si svolgono
in Corea od altrove, e dove l'aviazione ha un posto di primo piano.
Citiamo, per tutti,
The Bridges at
Toko-ri
(1954).
(…)
E’ dunque difficile considerare la grande produzione filmica americana
indipendentemente dai grandi gruppi industriali e finanziari che la
controllano!
Da “Dietro il sogno americano”
Tratto da:
http://www.ariannaeditrice.it/articolo.php?id_articolo=31715
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