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LA
LETALE CHIUSURA MENTALE DI ISRAELE
DI ILAN
PAPPÉ - 09 giugno 2010 - The Independent

Nella foto: Benjamin Nethanyahu (sull'aereo) e
Ehud Barak (dietro) durante una visita ufficiale a una base
dell'aeronautica israeliana.
Il
crollo della reputazione di Israele dopo il brutale attacco alla
flottiglia di Gaza probabilmente non influenzerà i leader del Paese.
Ai vertici dei sistemi militare e politico di Israele vi sono due
uomini, Ehud Barak e Benjamin Nethanyahu, responsabili dell’attacco alla
flottiglia di Gaza che ha scioccato il mondo, ma che sembra essere
salutato come un mero atto di autodifesa da parte del pubblico
israeliano.
Sebbene provengano dalla sinistra (il Ministro della Difesa Barak dal
Partito Laburista) e dalla destra (il Premier Nethanyahu dal Partito
Likud) della politica israeliana, la loro considerazione di Gaza in
generale e quella della flottiglia in particolare è permeata dallo
stesso background storico e dalla stessa visione del mondo.
Una volta, Ehud Barak era l’Ufficiale di Comando di Benjamin Nethanyahu
nell’equivalente israeliano delle SAS [Servizio Aereo Speciale
dell’Esercito inglese, ndt]. Più precisamente, servirono in un’unità
simile a quella che comandò l’assalto alla nave Turca la scorsa
settimana. Questa percezione della realtà nella Striscia di Gaza è
condivisa da altri membri eminenti dell’élite militare e politica
israeliana ed è ampiamente sostenuta dall’elettorato domestico ebraico.
È un modo facile di affrontare la realtà. Hamas, anche se è l’unico
governo nel mondo arabo ad essere stato eletto democraticamente, deve
essere eliminato, sia come forza politica che militare. E questo non
solo perché continua la sua lotta contro l’occupazione israeliana degli
ultimi 40 anni in Cisgiordania e nella Striscia di Gaza lanciando
missili primitivi su Israele – il più delle volte come rappresaglia ad
un omicidio da parte di Israele di qualche suo attivista nei territori
occupati. Ma principalmente è dovuto alla sua opposizione politica al
tipo di “pace” che Israele vuole imporre ai palestinesi.
La pace forzata non è negoziabile per l’élite israeliana, ed offre ai
palestinesi un controllo ed una sovranità limitati nella Striscia di
Gaza ed in alcune zone della Cisgiordania. Si chiede ai palestinesi di
smettere di lottare per la liberazione e l’auto-determinazione in cambio
della costituzione di tre piccoli bantustan [territori del Sudafrica e
della Namibia assegnati alle etnie nere dal governo sudafricano
all'epoca dell'apartheid, ndt] sotto lo stretto controllo e la
supervisione di Israele.
Quindi, il pensiero israeliano generale è che Hamas è un ostacolo
formidabile per l’imposizione di una tale pace. Perciò la strategia
dichiarata è chiara: affamare e costringere alla sottomissione i 1.5
milioni di palestinesi che vivono nel posto a più alta densità del
mondo.
Si supponeva che l’assedio imposto nel 2006 spingesse gli abitanti di
Gaza a sostituire l’attuale governo palestinese con uno che accettasse
gli ordini di Israele – o che almeno prendesse parte all’inattiva
autorità palestinese della Cisgiordania. Nel frattempo, Hamas ha
catturato un soldato israeliano, Gilad Shalit, ed allora l’assedio si è
intensificato. E ciò include un embargo delle merci più elementari,
senza le quali la sopravvivenza risulta difficile ad un essere umano.
Per mancanza di cibo e medicine, per mancanza di cemento e petrolio, la
gente di Gaza vive in condizioni che le istituzioni internazionali e le
agenzie hanno descritto come catastrofiche e criminali.
Come nel caso della flottiglia, ci sono strade alternative per
rilasciare il soldato prigioniero, come scambiarlo con i migliaia di
prigionieri politici detenuti da Israele. Molti di loro sono bambini, e
parecchi sono detenuti senza processo. Gli israeliani sono andati a
rilento nelle negoziazioni di tale scambio, che probabilmente non
produrranno risultati nell’immediato futuro.
Ma Barak e Netanyahu, e chi gli sta attorno, sanno fin troppo bene che
l’assedio di Gaza non provocherà nessun cambiamento nella posizione di
Hamas e bisognerebbe dare retta al premier David Cameron, il quale,
durante le Prime Minister’s Questions [convenzione del Parlamento
britannico per la quale nelle sedute della Camera dei Comuni del
mercoledì il premier spende mezz’ora di tempo per rispondere alle
domande dei membri del parlamento, ndt] della scorsa settimana, ha
osservato che la politica israeliana di fatto rinforza, più che
indebolire, la stretta di Hamas su Gaza. Ma questa strategia, nonostante
il suo scopo dichiarato, non è intenzionata ad avere successo, o almeno
a Gerusalemme nessuno si preoccupa se continua ad essere inutile e
futile.
Si sarebbe potuto pensare che il crollo della reputazione di Israele a
livello internazionale avrebbe indotto un nuovo modo di pensare nei suoi
leader. Ma le reazioni all’attacco della flottiglia negli ultimi giorni
hanno chiaramente indicato che non c’è speranza per nessun tipo di
cambiamento notevole nelle posizioni ufficiali. Un saldo impegno nel
continuare l’assedio, nonchè un benvenuto da eroi ai soldati che hanno
assaltato la nave nel Mediterraneo, dimostrano che la politica rimarrà
la stessa a lungo.
La cosa non sorprende. Il governo Barak-Nethanyahu-Avigdor Lieberman non
conosce nessun altro modo di far fronte alla realtà in Palestina ed
Israele. L’uso della forza bruta per imporre la propria volontà, oltre
ad una febbrile macchina di propaganda che la descrive come autodifesa,
mentre demonizza la popolazione di Gaza mezza morta di fame e considera
terroristi coloro che la vogliono aiutare, è l’unico andamento possibile
per questi politici. Le terribili conseguenze di morte e sofferenza di
questa determinazione non li riguarda, e tanto meno li riguarda la
condanna internazionale.
La vera strategia, diversa da quella dichiarata, è di continuare con
questo stato di cose. Finché la comunità internazionale sarà
compiaciuta, il mondo arabo impotente e Gaza controllata, Israele potrà
ancora avere un’economia prosperosa ed un elettorato che considera una
vita dominata dall’esercito, il continuo conflitto e l’oppressione dei
palestinesi come l’unica realtà di vita passata, presente e futura in
Israele. Il Vice Presidente degli USA Joe Biden è stato recentemente
umiliato da parte degli israeliani dal recente annuncio della
costruzione di 1.600 nuove unità abitative nel conteso distretto di
Ramat Shlomo a Gerusalemme, lo stesso giorno in cui era arrivato per
arrestare la politica di insediamento. Ma il suo sostegno incondizionato
alle ultime azioni israeliane permette ai leader ed al loro elettorato
di sentirsi rivendicati.
Sarebbe sbagliato, comunque, ritenere che il sostegno dell’America ed
una debole risposta dell’Europa alle politiche criminali di Israele come
quelle portata avanti a Gaza siano le ragioni principali per il continuo
assedio e lo strangolamento di Gaza. Quello che risulta più difficile è
spiegare ai lettori di tutto il mondo quanto queste percezioni e questi
comportamenti siano profondamente radicati nella psiche e nella
mentalità di Israele. Ed è davvero difficile comprendere quanto
diametralmente opposte siano le comuni reazioni a certi avvenimenti, per
esempio in Inghilterra, rispetto alle emozioni che innescano nella
società ebraico-israelita.
Le reazioni internazionali sono basate sulla premessa che ulteriori ed
imminenti concessioni ai palestinesi ed un continuo dialogo con l’élite
politica israeliana produrranno una nuova realtà della questione. In
occidente il pensiero ufficiale è che una soluzione davvero ragionevole
ed accessibile è proprio dietro l’angolo se tutte le parti fanno un
ultimo sforzo: la costituzione di un doppio stato.
Nulla è più lontano dalla realtà di questo scenario ottimistico. L’unica
versione di questa soluzione che Israele considera accettabile è l’unica
che sia la remissiva autorità palestinese che la più assertiva Hamas a
Gaza non potrebbero mai accettare. Si sta offrendo di imprigionare i
palestinesi in delle enclave senza stato in cambio della fine della loro
lotta.
Quindi prima che si discuta su una soluzione alternativa – un singolo
stato democratico per tutti, che io sostengo – o si esplori una più
plausibile costituzione di un doppio stato, bisogna fondamentalmente
trasformare la mentalità ufficiale e pubblica di Israele, poichè
costituisce la principale barriera per una riconciliazione pacifica
nella terra divisa a metà tra Israele e Palestina.
Il Professor Ilan Pappé dirige il Centro Europeo per gli Studi
Palestinesi presso l’Università di Exter ed è l’autore di “The Ethnic
Cleansing of Palestine” [“La Pulizia Etnica della Palestina”, ndt]
Titolo originale: "The Deadly Closing of the Israeli Mind"
Fonte:
http://www.independent.co.uk
07.06.2010
Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di ROBERTA
PAPALEO
Fonte traduzione:
http://www.comedonchisciotte.org/site/modules.php?name=News&file=article&sid=7144
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