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"Notizie dalla Terra Santa"

 

Anno VI - 2010

                                    www.TerraSantaLibera.org         www.HolyLandFree.org

Questa Redazione, pur non condividendo sempre e necessariamente tutte le dichiarazioni degli autori nei testi citati, reputa che esse siano comunque utili fonti di informazione e riflessione.

Non omologati in alcun schieramento, in rispetto della libertà di pensiero e d'espressione garantite costituzionalmente, riteniamo irrinunciabile e giusto dare spazio a molte voci del dissenso, altrove negate.

DISSENSO CATTOLICO

 

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ALCUNE DICHIARAZIONI E SCELTE, FATTE DA MEMBRI DELLA GERARCHIA CATTOLICA (ANCHE DI TERRA SANTA) CI TROVANO DECISAMENTE IN DISACCORDO, CI LASCIANO L'AMARO NELL'ANIMO, E CI OBBLIGANO AD UN DISSENSO PUBBLICO MARCATO E CHIARO. perche'QUANDO E' TROPPO E' TROPPO.

 

AFFERMAZIONI RIGUARDO 1-AD UN FANTOMATICO "DIALOGO" CHE AMMUTOLISCE, 2-AGLI "EFFETTI POSITIVI DELLE BARRIERE ISRAELIANE, CHE AVREBBERO FATTO CESSARE ATTENTATI", 3-PER NON PARLARE DEL PELLEGRINAGGIO IN SINAGOGA E DELLA PIA ILLUSIONE CHE POSSA MODIFICARE L'ACREDINE GIUDAICA, PRESENTE E FUTURA, DATATA E STAGIONATA IN MILLENNI DI COMPROVATA PERFIDIA, GENERANDO INOLTRE ULTERIORE CONFUSIONE IN UN GREGGE GIA’ TERREMOTATO DA QUARANT’ANNI DI FOLLIE POST-CONCILIARI.

 

TALI AFFERAMZIONI CI INDIGNANO COME CATTOLICI E COME UOMINI CAPACI DI DISCERNERE E VALUTARE.

GIUDAIZZAZIONE  GALOPPANTE

Da vari notiziari pervenutici, vaticani e di differenti organizzazioni cattoliche, si evincono dichiarazioni e scelte, espresse da membri della gerarchia ecclesiastica, che da parte nostra non è possibile sottoscrivere.

 

Non è in discussione il nostro riconoscimento d'autorità e stima nei loro confronti, ma siamo impossibilitati a seguirli in scelte umanamente, diplomaticamente, politicamente perdenti e controproducenti per la nostra fede, identità e dignità, contrarie inoltre al Magistero continuo della Chiesa in questi ultimi 2000 anni, magistero continuo che solo ha validità per un credente.

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Gli etnocrati della giudeocrazia coloniale installata in Palestina, e le comunità israelite che li sostengono nel mondo (quella di Roma tra le prime), col cuore di pietra e l'udito che recepisce solo yiddish, non faranno una piega per qualche salamelecco cristiano, il quale non servirà ad altro che accrescere la loro convinzione di superiorità e confermarli nell'abominio ideologico talmudico, ma con una bella immagine pubblica sorridente e fornita di un’assoluzione ecclesiastica.

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Non c'è nulla che possa placare la loro smisurata sete di potere da voler esercitare su di noi "animali parlanti" (così ci definisce il loro "libro sacro", secondo il quale, tra un insulto e una maledizione nei nostri confronti, la Madonna sarebbe una prostituta e Nostro Signore un impostore), nè l'arroganza e la presunzione che li divora, se non che la verità e la denuncia, espresse senza ambiguità nè tentennamenti, inequivocabilmente, delle loro cattiverie, passate, presenti e già programmate per il futuro.

 

Resta la speranza, mai morta, che durante questi incontri qualcuno trovi il coraggio di parlare ai "fratelli maggiori" (quelli sempre biblicamente ripudiati) con franchezza e senza timore di rappresaglie e vendette, che sicuramente scaturirebbero........"...hanno perseguitato Me, perseguiteranno anche voi...".

Ma ben sappiamo che oggi, per quasi tutti i successori degli apostoli, non è tempo di vocazione al martirio.

 

A riprova dell'insaziabilità e della durezza, di cervice e cuore, del giudaismo moderno, basti andare a leggere le varie pubblicazioni ebraiche, cartacee e virtuali, nelle quali Benedetto XVI e gerarchia sono sbeffeggiati, insultati e criticati apertamente (rimandiamo al link “Contestazioni Giudaiche”, http://www.terrasantalibera.org/contestazioni_giudaiche.htm).

 

Qualsiasi cosa possano dire a vantaggio della setta, anche cospargendosi il capo per colpe inesistenti, i cristiani restano maledetti e riprovati.

Alleghiamo, tanto per gradire, il recente articolo di Giorgio Israel (Corriere) apparso su "Informazione Corrtta", uno dei peggiori siti filosionisti italiani, campione in malafede e abilità per la manipolazione delle notizie, dove anche Padre Pizzaballa, nonostante i suoi elogi alla funzionalità antiterroristica dei muri & cinzioni israeliani, è diventato bersaglio dell'intolleranza giudaico-sionista.

 

Di seguito riportiamo alcune comunicazioni d'agenzie giornalistiche (in blù), con a seguire i nostri brevi commenti (in rosso).

A fine pagina poi sono riportati alcuni articoli provenienti da stampa varia, su segnalazione del Canonico Peggi e di alcuni amici di Christus Rex.

 

Ci scusiamo con chi si dovesse sentire imbarazzato per le nostre dichiarazioni, ma assicuriamo che sia noi, come migliaia di nostri lettori, lo siamo altrettanto, sia a causa del comportamento di parte della nostra gerarchia cattolica d'inizio terzo millennio, sia a causa dell'ostinato perseverare nell'ostacolare il prossimo da parte dei capi di quel popolo così detto eletto.

Speriamo nel futuro, che come sappiamo tutti, è nelle mani di Dio, che venga dissipato questo stato di confusione che ha aggredito la Chiesa di Roma, e ritorni a brillare il Sole della Verità.

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Qualsiasi cosa gli uomini facciano, eletti o meno che siano, noi siamo certi di una cosa soltanto: "non praevalebunt".

 

Redazionale di F.d.F. e canonico F. Peggi per TerraSantaLibera.org

 



Il Papa chiede a israeliani e palestinesi di riconoscere i reciproci diritti

CITTA' DEL VATICANO, lunedì, 11 gennaio 2010 (ZENIT.org).- La pace in Terra Santa verrà raggiunta solo quando sia i palestinesi che gli israeliani si riconoscerannno reciprocamente il diritto di avere uno Stato, ha affermato Papa Benedetto XVI questo lunedì.

Il Pontefice ha menzionato la situazione mediorientale, così come quella dei cristiani che vivono in questa regione, durante l'udienza che ha concesso al Corpo Diplomatico per l'inizio dell'anno.

“Durante il mio pellegrinaggio in Terra Santa, ho richiamato in modo pressante Israeliani e Palestinesi a dialogare e a rispettare i diritti dell’altro”, ha ricordato.

Il Papa ha voluto rinnovare il suo appello alla pace a entrambe le parti, e ha chiesto che “sia universalmente riconosciuto il diritto dello Stato di Israele ad esistere e a godere di pace e sicurezza entro confini internazionalmente riconosciuti”.

Allo stesso modo, ha insistito sul fatto che deve essere “riconosciuto il diritto del Popolo palestinese ad una patria sovrana e indipendente, a vivere con dignità e a potersi spostare liberamente”, rinnovando anche la richiesta a che “siano protetti l’identità e il carattere sacro di Gerusalemme, la sua eredità culturale e religiosa, il cui valore è universale”.

“Solo così questa città unica, santa e tormentata, potrà essere segno e anticipazione della pace che Dio desidera per l’intera famiglia umana”, ha commentato.

 

NOSTRO COMMENTO: per quanto la voce che pronuncia tali frasi sia quella di Papa Benedetto XVI, il quale gode della nostra stima e affetto, non possiamo non rilevare che la popolazione palestinese autoctona di Terra Santa è de facto sottoposta alla dittatura coloniale ebraica, la quale si prende di prepotenza il diritto non solo di esistere come Stato, ma di esistere come Stato che impedisce praticamente l'esistenza di una reale autorità palestinese. Quindi essendo che la pseudo-autorità di Ramallah, ma anche quella legittimata dalle elezioni di Gaza, riconoscono e subiscono, e non potrebbero fare diversamente, l'esistenza di un'entità-Stato che li occupa e opprime, il riconoscimento all'esistenza come Stato autonomo della Nazione Palestinese è tutto sulle spalle di Tel Aviv, ed è a Tel Aviv che bisognerebbe unicamente indirizzare tale appello. Perchè è dal mancato riconoscimento dei diritti calpestati dei palestinesi, in patria e all'estero, personali, nazionali, di frontiera, sociali, ecc., che derivano tutte le problematiche che ben conosciamo.

Non è "Israele" a essere minacciato nella sicurezza e nei confini (unilateralmente auto-attribuitisi con campagne militari di occupazione ed esproprio, e non internazionalmente riconosciuti, senonchè dagli Stati filosionisti o sionista-dipendenti: tant'è che diverse risoluzioni ONU chiedono il rientro di Israele entro i limiti assegnati dalle Nazioni Unite e la restituzione delle terre rubate), ma la popolazione palestinese prigioniera a casa propria, a Gaza come in Cisgiordania.

Evidentemente qualche buon marrano, ben infiltrato nelle stanze vaticane (...e noi qualche nome ce l'avremmo anche sulla punta della lingua, quasi tutti che iniziano con David...), se non ha scritto di suo pugno le dichiarazioni pontificie, sicuramente le ha suggerite o ispirate.

Auspichiamo maggior autonomia e coraggio da parte del Santo Padre, circondato anche troppo da ebrei in talare, o saio, specie nella Commissione Permanente...


Il Custode francescano: la barriera in Egitto accentuerà la separazione

CITTA' DEL VATICANO, lunedì, 11 gennaio 2010 (ZENIT.org).- “La barriera servirà ad accentuare la separazione, l’impenetrabilità del confine”. E' quanto ha affermato padre Pierbattista Pizzaballa, Custode di Terra Santa, in un'intervista alla “Radio Vaticana” in merito alla decisione del Primo Ministro israeliano Benyamin Netanyahu di costruire una barriera lungo il confine con l'Egitto per impedire l'ingresso agli immigrati clandestini provenienti dall'Africa e a quelli che ha definito “terroristi”.

Secondo il Custode, il muro – pensato sul modello di quelli già esistenti con la Striscia di Gaza e la Cisgiorndania – non avrà grandi ripercussioni sul confine: “anche se adesso non c’è una barriera, è già piuttosto custodito”.

Il premier ha comunque affermato che Israele continuerà ad accogliere i profughi che provengono da zone di conflitto.

Israele, ha ricordato, è ormai di fatto “un’enclave separata rispetto a tutto il resto del Medio Oriente”.

Questo atteggiamento, ha ammesso, “ha ottenuto degli effetti”, visto che “bisogna riconoscere onestamente che gli attentati sono quasi del tutto scomparsi”.

I muri, ha denunciato padre Pizzaballa, sono comunque estremamente deleteri dal punto di vista sociale e umano.
Per la popolazione palestinese, ha ricordato, gli effetti “sono drammatici, perché sono separati dalle scuole, dal lavoro, dalle attività: intere comunità sono divise”.

“Il muro blocca la vita di centinaia di migliaia di palestinesi. Soprattutto nelle zone fra Gerusalemme e Betlemme il muro separa i bambini dalla scuola, la gente dall’ospedale, gli uomini dai posti di lavoro, creando seri problemi per la vita normale di ogni giorno”.
In questo contesto, ha commentato, è necessario “che la Chiesa continui, come il Papa sta facendo, e così anche i Vescovi, ad essere presente con la preghiera anzitutto, ma anche con un’azione forte sui mezzi di comunicazione e sulle autorità politiche, perché questa realtà non venga dimenticata e venga affrontata con la serenità necessaria”.

Il muro tra Israele e l'Egitto richiederà due anni di lavori, costando circa 270 milioni di dollari.

 

NOSTRO COMMENTO: di Padre Pizzaballa, che personalmente conosciamo bene, che spesso reincontriamo a Gerusalemme, e verso il quale la nostra stima e affetto sono immutate, al di là e nonostante le nostre divergenti posizioni, possiamo solo pensare che la lunga permanenza nelle università ebraiche da lui frequentate, e la residenza continuata in territorio israeliano di qua dal muro (...ma pure di là dal muro è sempre territorio israeliano...), oltre alle obbligate frequentazioni con l'autorità israeliana, ne abbiano un po' influenzato una capacità di giudizio obiettiva. Perchè se il frutto della politica di "equivicinanza", da lui inaugurata e perseguita in questi anni, è quello di allineare la falsità delle dichiarazioni israelite alla realtà oggettiva dei fatti, allora è tempo che venga rivista tale politica.

Perchè la reale motivazione dell'edificazione dei muri, sappiamo tutti, non è quella di limitare attacchi terroristici, per i quali severi controlli di frontiera sarebbero stati sufficienti. Se si volesse contrabbandare esplosivi o armi lo si farebbe comunque attraverso altri itinerari che non quelli ufficiali, passando attraverso le campagne dove non esistono muri o adottando escamotage di vario genere, bucando i normali controlli ai check-point, molti dei quali ridicoli. Ma parecchio umilianti e ostacolanti per la popolazione civile che vuol lavorare per portare la pagnotta a casa.

Perchè è questo il reale obiettivo della costruzione dei muri (...il muro è una deformazione mentale tutta giudaica...il Muro del Pianto, Wall Street, il Muro della vergogna...), cioè la segregazione di un'etnia che è d'intralcio alla giudaizzazione della Palestina, provocando problematiche sociali notevoli che si ripercuotono sul lavoro, gli studi, le cure mediche, le visite tra famiglie e villaggi (cioò degenera in non poche malattie a causa della impossibilità di trovare moglie o marito ne non che all'interno della stessa cerchia familiare o comunità), la socializzazione in generale che è necessaria allo sviluppo di un popolo. Un popolo che si vuole sterminare, in un modo o in un altro, o costringere all'emigrazione per requisirne una volta per tutte le terre.

La vera motivazione della scomparsa quasi totale di atti violenti da parte palestinese sul territorio israeliano (eccezion fatta per sporadici impazzimenti dovuti a situazioni di stress personali correlati all'occupazione, e per il lancio di razzi-petardo quassam, in risposta a bombardamenti e uccisioni da parte delle milizie israeliane, 6 vittime palestinesi solo in questi giorni tra Gaza e Nablus) è da ricercarsi nella volontà e decisione da parte palestinese, sia da Ramallah che da Gaza, di evitare e scoraggiare tali atti di violenza terroristica ai danni della popolazione civile (se di popolazione civile si può parlare riguardo a Israele, dove tutti, uomini e donne, svolgono servizio militare obbligatorio per tre anni e possono essere richiamati, d'imperio, alle armi in qualsiasi momento) in quanto ingiusti, controproducenti e autolesionisti.

Non i muri, ma la volontà palestinese di non mettersi allo stesso livello dei suoi carnefici, è alla base della scomparsa quasi totale di attentati "di qua dal muro".

Ma "di là dal muro" la situazione è peggiorata, in quanto ora tali barriere impediscono alla popolazione ogni tipo di movimento, compresa la fuga in caso di attacco israeliano. Come avvenuto durante l'operazione "Piombo fuso", dove la popolazione è stata bersagliata, come polli in gabbia, senza alcuna possibilità di fuga o rifugio: persino luoghi come ospedali, scuole e sedi ONU sono stati bersaglio delle bombe della giudeocrazia ebraica.

E tutt'oggi la strage continua, a suon di bombe, per assedio, per fame e malattia...per non parlare dei neonati deformi a causa delle contaminazioni dell'ambiente dovute all'uso da parte israeliana di armi di distruzione di massa chimiche, batteriologiche, non convenzionali e bandite dalle convenzioni internazionali.

Padre Pizzaballa dovrebbe quindi aggiungere alla sua dichiarazione che onestamente l'atteggiamento israeliano in materia di muri & barriere è costato la totale insicurezza per la popolazione palestinese, la quale per tale politica ha dovuto sotterrare migliaia di corpi di persone innocenti, uomini, donne, vecchi e bambini, colpevoli solo di essere arabi e di risiedere ancestralmente su una terra che il Gran Kahal e il Sinedrio hanno già battuto all'asta e aggiudicato a famiglie della "razza eletta".

Padre Pizzaballa, che ripetiamo gode del nostro sincero affetto, potrà verificare come la sua frase non gli sia giovata affatto nella ricerca di una sponda recettiva da parte ebraica, e potrà farlo leggendosi quel che a caldo scrive di lui Mr. Giorgio Israel


Il Patriarca di Gerusalemme e il Nunzio in Israele con il Papa in Sinagoga

I cattolici di Terra Santa accompagnano il Pontefice nella visita al Tempio Maggiore di Roma

ROMA, lunedì, 11 gennaio 2010 (ZENIT.org).- “Ci saranno anche i cattolici di Terra Santa ad accompagnare Benedetto XVI nella sua visita alla sinagoga di Roma”, prevista per domenica 17 gennaio. E’ lo stesso Patriarca latino di Gerusalemme, mons. Fouad Twal, a dichiararlo all'agenzia SIR.

L'annuncio è stato fatto a margine della visita alle popolazioni cristiane e alle Chiese presenti in Terra Santa, in corso fino al 14 gennaio, di una delegazione di ventisei persone tra Vescovi e rappresentanti di Conferenze episcopali e Organismi ecclesiali europei e nord americani.

Insieme al Patriarca Twal ci saranno anche mons. Antonio Franco, Nunzio apostolico in Israele e Delegato apostolico per Gerusalemme e i Territori palestinesi, mons. Giacinto Boulos Marcuzzo, Vicario del Patriarca di Gerusalemme dei latini per Israele.

“Andrò con il Papa in sinagoga – ha detto mons. Twal -, il mio augurio è che questa visita possa aiutare i nostri rapporti interreligiosi. E’ un gesto che facciamo con il cuore per dimostrare il nostro rispetto anche alla comunità israeliana. Speriamo che questo gesto avrà un impatto positivo sull’opinione pubblica israeliana e su Gerusalemme”.

Secondo il padre David Neuhaus, Vicario patriarcale per le comunità cattoliche di lingua ebraica, “questa visita, che pure non rappresenta una novità, ha un alto valore simbolico. Ebrei e cattolici – ha spiegato sempre all'agenzia SIR - forse non sono ancora abituati a vedere che la Chiesa cattolica andare con rispetto verso i fratelli ebrei”.

“Significativo – ha poi commentato – il fatto che domenica ci siano il Patriarca ed il Nunzio, perché indica che anche la Chiesa di Terra Santa fa parte della Chiesa universale che ha a cuore anche le sorti di queste comunità mediorientali. Una visita che potrebbe contribuire nel tempo a far cambiare mentalità alle generazioni future”.

Intanto è stata confermata anche la presenza di una delegazione del Gran Rabbinato di Israele alla cerimonia alla Sinagoga di Roma in occasione della visita del Papa. La delegazione giungerà a Roma per la IX riunione del Comitato misto che riunisce le delegazioni della Commissione della Santa Sede e del Gran Rabbinato d'Israele per le relazioni con la Chiesa cattolica, che si svolgerà dal 17 al 20 gennaio.

La visita del Papa il 17 gennaio cade in occasione della 21.ma Giornata per l'approfondimento e lo sviluppo del dialogo tra cattolici ed ebrei che ha come tema: “La Quarta Parola: 'Ricordati del giorno di Sabato per santificarlo' (Es 20,8)”.

La data riveste un ulteriore significato per la comunità ebraica romana, perché in quel giorno si celebra anche il “Mo’ed di piombo”, ovvero la “festa di piombo”, in memoria di un evento considerato come prodigioso verificatosi nel 1793, quando la comunità ebraica di Roma si salvò dall'assalto di alcuni facinorosi che volevano dare alle fiamme il ghetto.

 

NOSTRO COMMENTO: Dichiarazione che non sappiamo quanto obbligata e quanto attendibile quella del Patriarca Fouad Twal, che abbiamo incontrato di recente durante la S.Messa celebrata da Benedetto XVI nell'unico posto permesso, dall'autorità coloniale ebraica, ai cattolici e cristiani di Terra Santa: a Betlemme.

Mons Twal, giordano di nascita, arabo tra gli arabi, conosce bene la realtà locale, meglio di Benedetto XVI e Pizzaballa.

Sentirgli dire quindi che la visita in sinagoga a Roma possa aiutare i "rapporti interreligiosi", ci fa sorridere. Ma di quali rapporti interreligiosi si sta parlando?

Sappiamo tutti benissimo che l'unico rapporto a cui il rabbinato sia interessato sia quello in cui la cristianità sia crocifissa e subordinata ai loro diktat e capricci.

L'abbiamo visto ogni volta in cui alla sinagoga non fosse gradita qualche canonizzazione.

O quando atti pontifici, o ecclesiali, di apertura nei confronti di comunità o personaggi, siano spiaciuti alla sinagoga, la quale aveva però nel cappello già pronti conigli e trappolone (...l'ultimo trappolone, dopo la rimozione della scomunica alla Fraternità San Pio X, dei cattolici tradizionalisti della scuola di mons. Lefebvre, è stato messo in atto ai danni di Mons Williamson, a cui era stata effettuata una intervista faziosa alcuni mesi prima...e riposta nel cassetto da tirar fuori alla bisogna...).

Pure si è vista la reazione scomposta del rabbinato, cui la gerarchia cattolica si è prontamente, a gran maggioranza, inchinata e adeguata, per la rivalutazione di semplici preghiere benevolenti nei confronti della perfida progenie.

Si investono anche dell'autorità e del potere di imporci come, se pregare e per chi farlo, mentre loro continuano imperterriti a maledirci e augurarci cose terribili in eterno.

Se, come è stato sin'ora, il "rapporto interreligioso" si riduce ad una sodomizzazione della cattolicità, non si vede quale sarebbe il vantaggio che ne deriverebbe.

Noi, indulgendo nei loro confronti, saremmo sempre meno cattolici e più giudaizzanti, loro invece, investiti di tanta considerazione, sarebbero sempre più confermati nell'errore.

Neppure si capisce, alla luce di tali comportamenti da calabraghe da parte cattolica, per quale motivo le "future generazioni" di giudei dovrebbero cambiare mentalità e considerare con più attenzione la nostra Santa Religione, visto che a ogni piè (dal loro rabbinato) sospinto, la gerarchia cattolica si è sempre allineata timorosamente obbediente. Sarebbe tale codardia cattolica, e l'incapacità ad esprimere la propria fede senza condizionamenti, cosa attrattiva e degna di ripensamento per le generazioni in kippà presenti e a venire? Per quale motivo dovrebbero mettere in dubbio la supremazia e autorità universale indiscussa del rabbinato che le ha formate?

Possiamo solo pensare che tali affermazioni della gerarchia latina, poco attinenti alla realtà, siano state suggerite e scritte dai vari David (Jaeger o Neuhaus, entrambe Vicari, sono solo la punta dell'iceberg marrano e filoisraeliano ben occultato all'interno della Chiesa, come "fumo di satana nel tempio"-Paolo VI-)

(VEDI ANCHE RISPOSTA A PADRE JAEGER: difendere i palestinesi)

 

Redazionale di F.d.F. e Canonico F. Peggi per TerraSantaLibera.org

 


ALTRI TESTI SULL'ARGOMENTO

 

La funambolica visita di B-XVI. Così la pancia dell’ebraismo si prepara ad accogliere (bene) il Papa in sinagoga

Non c’è soltanto il vertice della comunità ebraica, ovvero il consigliere e i presidenti degli enti ebraici italiani, ad attendere domenica Benedetto XVI nella sua prima visita alla sinagoga di Roma. C’è anche la pancia, la base del ghetto romano, a prepararsi ad accogliere Ratzinger, un Papa tedesco in visita in sinagoga quasi 24 anni dopo l’arrivo del Papa polacco, Karol Wojtyla (era il 13 aprile 1986). Una base, un popolo, che mostra differenti sensibilità e sentimenti. Come eterogenea è la percezione che gli ebrei hanno della chiesa cattolica e in particolare di questo pontificato. Difficile trovare univocità di giudizio. “Abbiamo parlato molto dell’arrivo del Papa”, dice un ragazzo ebreo che gestisce uno dei tanti fast-food ebraici di via del Portico d’Ottavia. “Alcuni non volevano questa visita. Altri sì. Io dico che se il Papa è stato invitato significa che ogni cosa è stata ponderata. Non lo si è invitato al buio: sappiamo chi è Ratzinger, cosa ha fatto e cosa fa. A me il fatto che sia tedesco non dà fastidio. Mi sembra che abbia fatto molti gesti verso di noi. Solo per quelli è degno d’essere accolto”. Così anche Giuliana. All’angolo tra via del Portico d’Ottavia e via Sant’Ambrogio gestisce la sua Yud Judaica, gioielli etnici e d’antiquariato: “Wojtyla aveva un suo carisma. Riuscì a fare molto sulla strada dell’unità tra diversi credo. Ma siamo contenti che domenica arrivi Benedetto XVI. Una visita è sempre gradita”.

“Le pietre, ogni pietra di questa piazza e di queste strade, trasudano sangue, ricordano le sofferenze del popolo ebraico di Roma”, dice Georges De Canino mentre assieme a Rina Menasci Pavoncello, moglie dell’indimenticato rabbino Nello Pavoncello, si gode le ultime ore di luce a due passi dalla sinagoga. De Canino, artista e storico della Shoah, è un’istituzione al ghetto. Ricorda date, nomi, episodi. La visita di Wojtyla, ovviamente, è il suo cavallo di battaglia: “Per noi significò tantissimo”. E ancora: “A Wojtyla donai nel 1986 una Menorah, un candelabro a sette braccia di colore giallo e bianco, i colori pontifici. Dopo la visita mi ricevette in Vaticano. Gli dissi che era arrivato il tempo per il Vaticano di riconoscere lo stato d’Israele. E così è avvenuto. L’ha fatto davvero. Giovanni Paolo II non è stato un Papa riformista. E’ stato un conservatore. Forse è per questo che lo sento vicino, amico. Ma nella chiesa cattolica ho tanti amici. Domenica però non accoglierò il Papa al ghetto. Andrò alle fosse ardeatine per commemorare i giusti, coloro che pur non essendo ebrei morirono per gli ebrei. Tra questi anche tanti cattolici. Perché è importante non dimenticare e insieme stare vicini ai fratelli che non ci sono più”. Certo, poi ci sono le colpe del passato. Il passato che sempre ritorna sui volti degli ebrei. Anche a Roma. De Canino si augura che il dialogo tra le due parti avvenga senza dimenticare questo tremendo passato: “La chiesa cattolica ha avuto in sé anche sentimenti antisemiti. E questa è una colpa che non può essere cancellata”.

Spiega Mordechay Lewy, l’ambasciatore d’Israele presso la Santa Sede, che in generale vi sono due tipi d’ebraismo: “C’è l’ebraismo riformato e conservatore più aperto al dialogo coi cristiani – lo fanno dal punto di vista della loro esperienza americana dove la convivenza tra gruppi etnici e religiosi è intrinseca alla società in cui vivono –. Ma c’è anche la maggioranza del popolo ebraico che percepisce la propria storia durante la diaspora come una battaglia traumatica per la sopravvivenza contro i costanti sforzi da parte dei cattolici di convertirli gentilmente o, nella maggioranza dei casi, coercitivamente”. E, in parte, questi due tipi di ebraismo vivono e rivivono in tutte le comunità ebraiche, anche in quella romana.

“E’ difficile dire come la comunità sta attendendo l’arrivo del Papa”, spiega Guido Vitale, direttore di “pagine ebraiche”, il giornale dell’ebraismo italiano. Io condivido quanto ha detto Sergio Minerbi, ritenuto anche in Israele la voce più autorevole quanto allo studio dei rapporti tra ebrei e chiesa cattolica. Dice Minerbi che Ratzinger è ‘antipatico ma serio’. Ovvero, sembra meno effervescente di Wojtyla ma nello stesso tempo potrebbe stare di più sui contenuti e sulla sostanza rispetto al suo predecessore. Wojtyla andò al muro del Pianto dove lasciò un bigliettino. Quel gesto suscitò grande emozionalità. Ma c’è qualcuno che si è preso la briga di andare a leggere che cosa c’era scritto in quel biglietto? Certamente sì, ma ciò che è rimasto è l’immagine di lui sotto il muro e non principalmente il contenuto del messaggio. Dice ancora Minerbi che da Ratzinger non dobbiamo aspettarci una rivoluzione ma possiamo attenderci chiarezza. E con altrettanta chiarezza dovremmo rispondere”.

Le differenze tra i due Pontefici influenzano i sentimenti intorno alla visita di domenica. Differenze che si evidenziano anche se si paragona la visita del 1986 in cui i protagonisti furono Wojtyla e il rabbino Elio Toaff e quella prossima in cui i principali attori sono Ratzinger e Riccardo Di Segni. Dice Vitale: “L’incontro del 1986 fu molto emozionale. Quello di domenica avviene invece tra due persone più fredde ma non è detto che i contenuti siano meno rilevanti. Anzi”.

Il ghetto non è soltanto la base della comunità ebraica, è anche l’istituzionalità. Dice il rabbino capo Di Segni: “Abbiamo invitato Benedetto XVI in sinagoga perché vogliamo che quella caduta del muro della diffidenza tra noi e i cattolici inaugurata con la visita di Karol Wojtyla nel 1986 continui. L’arrivo di Giovanni Paolo II significò per la prima volta disponibilità, rispetto, condivisione dei cattolici nei nostri confronti – oltre a importanti risultati successivamente: il riconoscimento di Israele da parte del Vaticano e le visite in Israele di Wojtyla e recentemente di Ratzinger, ndr –. La disparità tra noi e loro venne messa da parte. Riteniamo importante che il nuovo Pontefice confermi questa impostazione”. Non è facile per Di Segni trovare le parole giuste. Perché ogni parola è misurata, calibrata, centellinata. Infatti, anche una virgola fuori posto può incrinare un equilibrio tra le due parti ancora oggi difficile da trovare. Talmente difficile che soltanto pochi giorni fa alla notizia della firma da parte di Ratzinger del decreto sulle virtù eroiche di Papa Pio XII la visita sembrava quasi compromessa. “C’è stato un dibattito tra di noi”, spiega Di Segni. “Nella comunità certe posizioni della chiesa cattolica provocano per forza di cose contrasti, ma alla fine tutto è stato confermato. Attendiamo con gioia il Papa. E siamo sicuri che l’evento di domenica non avrà connotati politici. Per noi la visita è prettamente di carattere religioso. Abbiamo differenze teologiche che non devono essere messe in discussione, ma da uomini di fede vogliamo dialogare e confrontarci”. Una volontà, quella del dialogo, auspicata ieri anche dal Papa che in un telegramma inviato a Di Segni si è augurato che la visita costituisca “un’ulteriore tappa nell’irrevocabile cammino di concordia e amicizia”.

Non c’è soltanto la recente decisione del Papa rispetto a Pio XII: giusto ieri il rabbino capo di Tel Aviv Yisrael Meir Lau ha auspicato che il Papa non santifichi Pacelli. E nemmeno è semplicemente una questione della revoca della scomunica concessa un anno fa da Ratzinger a quattro vescovi lefebvriani (tra questi al negazionista quanto alla Shoah Richard Williamson) o delle parole che, hanno sottolineato alcuni, il Papa non avrebbe osato dire durante la visita del maggio scorso al museo dello Yad Vashem in Israele. Sono gli oltre duemila anni di travagliati rapporti tra cattolici ed ebrei – e in particolare tra la più antica realtà ebraica della Diaspora, appunto quella romana, e il Vaticano – a far sì che la visita di Benedetto XVI in sinagoga avvenga nel segno della complessità. Soprattutto a livello più alto, a livello dei rapporti istituzionali tra le due parti. Infatti, c’è anche una certa linea da mantenere per non scontentare tutte la anime delle rispettive fedi. Da parte ebraica tutto ciò significa anzitutto non rinnegare il passato. Ovvero accogliere il Papa senza dimenticare quanto prima d’oggi ha diviso le due fedi e quanto le divide ancora. La spiega bene, questa complessità, una vignetta che Enea Riboldi ha dedicato alla visita su uno degli ultimi numeri di “Pagine ebraiche”: il filo che passa da una sponda all’altra del Tevere è un tenue collegamento sul quale il Papa prova a camminare. Il Papa lo percorre cercando un equilibrio fra desiderio di dialogo e tentazione di conversione. Un bambino, come fosse il simbolo della minoranza ebraica, piccola nei numeri ma carica di ventidue secoli di storia, gli viene incontro tendendo la mano. Dietro di lui il popolo ebraico mostra al Papa con alcuni cartelli le proprie attese, preoccupazioni e speranze: “Fermate i negazionisti”; “Grazie della visita”; Rispetta le diversità”; Benvenuto”; “Basta con la preghiera del venerdì santo”; Apriamo al dialogo”; “Ricordati della Shoah”. Quattro cartelli a favore del Papa e tre più o meno contro. Di per sé una differenza da nulla. Ma che il Vaticano ha notato se è vero (come è vero) che al giornale è arrivato un rimbrotto direttamente dalle alte sfere d’oltre il Tevere: segno, a conti fatti, che davvero anche le virgole contano in questa delicata visita di Benedetto XVI nel ghetto di Roma.

Non dimenticare la storia di duemila anni di rapporti non facili, per la comunità di Roma, significa rendere omaggio a questa stessa storia. E la mostra che la diaspora romana ha voluto domenica sia il Papa a inaugurare – s’intitola “Et ecce gaudium. Gli ebrei romani e la cerimonia di insediamento dei Pontefici” – proprio questo dice: la storia non va dimenticata. Ovvero, occorre non far cadere nell’oblio della memoria quanto sono stati difficili i rapporti tra ebrei romani e papato nei secoli scorsi. In mostra sono alcuni preziosi pannelli scoperti solo recentemente nell’archivio sottostante la sinagoga del ghetto. Nel Settecento, quando si eleggeva il nuovo Papa, un corteo in festa lo conduceva nei luoghi più significativi della città. Le strade e le piazze venivano abbellite per l’occasione e tutti erano chiamati a partecipare alla gioia della chiesa, anche gli ebrei. A loro spettava il compito di abbellire l’area che andava dal Colosseo fino all’Arco di Tito con arazzi e tessuti preziosi che facevano da sfondo a grandi tabelle decorate con figure simboliche e motti, in ebraico e in latino inneggianti al Pontefice. Si tratta di quegli stessi arazzi da poco recuperati e oggi offerti in mostra. Scrive in proposito la direttrice del museo ebraico, Daniela di Castro: “Gli omaggi che tradizionalmente gli ebrei porgevano ai nuovi Papi al momento della loro elezione servono a comprendere quale fu per secoli la particolare posizione di questa comunità: stretta tra gli obblighi del ghetto e del pregiudizio e la volontà, oltre che l’orgoglio, di essere parte attiva negli eventi che coinvolgevano l’Urbe, così da continuare a essere cittadini romani”.

E’ questo senso di contraddizione dolorosa, di simboli di dolore e di coraggio, di coercizione e vita, che si ritrova nei pannelli della mostra. E, per coincidenza forse non voluta, si ritrova simbolicamente anche nel giorno che gli ebrei hanno scelto per invitare il Pontefice: il 17 gennaio. O meglio, il 2 del mese di Shevat che nel 2010 corrisponde al 17 gennaio: il giorno del “Moed di piombo”, la data nella quale gli ebrei romani festeggiano lo scampato pericolo di un violento assedio antisemita, l’assedio delle grandi fiamme appiccate al ghetto nel 1793 dal quale gli ebrei riuscirono a salvarsi grazie a un improvviso acquazzone (il cielo si fece di piombo) che spense l’incendio.

Il ghetto aspetta il Papa senza che la vita al suo interno subisca particolari stravolgimenti. Soltanto attorno alla sinagoga si nota un certo fermento: alcuni operai sono al lavoro per ridipingere le ringhiere che si affiancano alle scale che accompagnano i turisti nella discesa al seminterrato. Dentro il museo si allestiscono gli ultimi addobbi. Fuori si studia il percorso che s’intende far fare al Papa: all’imbrunire di domenica Ratzinger attraverserà il Tevere per sostare per qualche minuto nella piazza intitolata al 16 ottobre 1943: assieme a Di Segni renderà omaggio alla memoria dei 1022 ebrei romani (fra questi oltre 200 bambini) che nell’ottobre del ’43 furono deportati verso Auschwitz. C’è chi ricorda ancora il rumore dei motori dei camion. Arrivarono, prelevarono la gente, e sparirono nel buio. Il Papa e Di Segni poi cammineranno da soli lungo via Catalana che costeggia il perimetro della sinagoga. Si fermeranno ancora qualche minuto sotto la lapide che commemora Stefano Gaj Taché, il bambino di due anni ucciso nell’attentato del 9 ottobre 1982 quando terroristi palestinesi attaccarono civili inermi che avevano da poco terminato le preghiere delle festività autunnali. Quindi la sosta appena fuori la sinagoga. Di Segni riceverà un antico manto rituale conservato nel museo ebraico, simbolo della storia degli ebrei della capitale italiana e lo indosserà prima di varcare la soglia. Con lui, molti altri rabbini vestiranno la tradizionale veste bianca, quella delle cerimonie solenni. Altri non lo faranno e opteranno per un semplice vestito scuro. Dopo il clou della visita, nel tempio, il passaggio al museo ebraico e il saluto ai consiglieri e ai presidenti degli enti ebraici italiani nella sala del tempio spagnolo.

La complessità della visita resta, ma la pancia, la base del ghetto, sa anche andare oltre. Nei giorni scorsi c’è stato chi ha ipotizzato all’arrivo del Papa delle contestazioni per la decisione presa su Pio XII. Dice però Giuseppe Massimo Piperno, presidente dei giovani ebrei: “Pur riconoscendo l’importanza e il rilievo di certi recenti attriti di natura storico politica, noi ci saremo ad accogliere il Papa. E lo accoglieremo in modo degno, come merita la massima carica religiosa del cattolicesimo”.

Pubblicato sul Foglio mercoledì 13 gennaio 2010

http://www.paolorodari.com/2010/01/13/la-funambolica-visita-di-b-xvi-cosi-la-pancia-dellebraismo-si-prepara-ad-accogliere-bene-il-papa-in-sinagoga/

 


Domenica 17/01/10: Benedetto XVI in sinagoga a Roma. La gravità dei presupposti, in netto contrasto col Magistero Perenne della Chiesa

IL RABBINO CAPO DI ROMA DI SEGNI: “Se il dialogo serve per la conversione degli ebrei, noi lo rifiutiamo per principio”…” Su questo erano necessari dei chiarimenti, che grazie al dialogo sono arrivati e questo ha reso possibile rasserenare il clima.” E, quindi a rendere possibile la visita in Sinagoga. “E’ stato chiarito dalle più alte autorità della Chiesa che la conversione non si riferisce all’immediato, ma è trasferita alla fine dei tempi”. “Francamente penso che oggi il problema sia l’antigiudaismo, che è una cosa differente, ma non meno pericolosa (dell’antisemitismo, n.d.r.). L’antisemitismo è un odio su base razziale e la Chiesa non può essere razzista. Ma l’ostilità antiebraica può esistere anche a prescindere dall’odio razziale ed è su quello che dobbiamo fare chiarezza, anche se devo riconoscere che sono stati fatti dei progressi sostanziali in questi ultimi anni.”

Lettera di Benedetto XVI agli ebrei: Clicca qui per leggere l’articolo del Sole 24 Ore.

«Il Papa in Sinagoga, dialogo che continua»

 

Il rabbino Di Segni


Di Segni, rabbino capo di Roma: indietro non si torna

di Mimmo Muolo

ROMA. Una visita che «ha valore in sé». «Come segno di continuità», dice il rabbino capo della comunità ebraica di Roma, Riccardo Di Segni, che domenica prossima riceverà Benedetto XVI, quasi 24 anni dopo la storica prima volta di Giovanni Paolo II. A pochi giorni dal nuovo evento Di Segni ci riceve nel suo studio privato e in questa intervista ad Avvenire affronta con la consueta franchezza tutti i punti più importanti dell’agenda comune ebraicocattolica. A cominciare dal cambiamento di clima che nel giro di 12 mesi ha ribaltato una situazione di forte tensione. Perciò l’esponente ebraico afferma convinto: «Indietro non si torna». Grazie al dialogo sono stati realizzati «sostanziali passi avanti».

Rabbino, giusto un anno fa la giornata dell’amicizia tra ebrei e cattolici non fu celebrata. Domenica prossima invece il Papa si recherà nella Sinagoga di Roma. Che cosa ha determinato questo netto miglioramento?

La sospensione della celebrazione della giornata era dovuta alle turbolenze in merito alla preghiera del venerdì santo «pro Judaeis» che toccava un nervo scoperto della sensibilità ebraica. Se, infatti, il dialogo serve alla conversione degli ebrei, noi lo rifiutiamo per principio. Il dialogo serve invece per conoscerci e per rispettarci, cioè per farci più forti nelle nostre fedi, conoscendo meglio l’altro. Se invece ha altri scopi, per noi non ha senso. Su questo erano necessari dei chiarimenti che grazie al dialogo sono arrivati e questo ha reso possibile rasserenare il clima.

E quest’anno la celebrazione assume un aspetto assolutamente eccezionale. Qual è il significato di questa visita?

La visita ha valore di per sé come gesto di continuità, poiché si colloca sulla scia di un grande gesto compiuto da Giovanni Paolo II. Il fatto che il gesto venga ripetuto significa che non resta isolato, che questa linea è tracciata e che Benedetto XVI non ha intenzione di tornare indietro. Perciò si crea un modo di rapportarsi ed una tradizione da seguire.

Papa Ratzinger è già alla sua terza visita in una Sinagoga, è stato al Muro del Pianto e allo Yad Vashem, ha reso omaggio alla Shoah recandosi ad Auschwitz. E tutto questo in meno di cinque anni di pontificato. Chi è oggi per il mondo ebraico Benedetto XVI?

È un Papa che ha una forte sensibilità per il nostro mondo, ma anche un pensiero complesso. E infatti, accanto ad aspetti di grande simpatia per la realtà ebraica ha anche dei momenti di pensiero ben fermo, di posizioni che non incontrano ovviamente il nostro favore. Tuttavia non è certamente un Papa che interrompe il dialogo o che dice: «Bisogna tornare indietro», anzi va avanti con la sua precisa formazione. D’altra parte se fossimo d’accordo su tutto, non ci sarebbe neppure motivo di dialogare.

Quali sono i punti più urgenti di questo dialogo?

In primo luogo c’è una questione di clima sereno. Certo, ogni tanto possono esserci incidenti e inciampi, ma quello che deve essere forte è la volontà di risolverli. L’altro punto fondamentale è che dobbiamo chiederci: che senso ha che i nostri due mondi si confrontino?

E lei che risposta dà a questa domanda?

La nostra amicizia deve servire a dimostrare che si può testimoniare la propria fede in un modo non offensivo, non aggressivo e non violento nei confronti degli altri credenti e degli altri esseri umani. Ed è un messaggio importantissimo nella fase attuale. Vorremmo anzi che il messaggio di questa visita si allarghi e coinvolga altre comunità.

Recentemente la pubblicazione del decreto sulle virtù eroiche di Pio XII ha suscitato nuove reazioni da parte ebraica. Qual è la sua opinione al riguardo?

Ecco, questa è una questione che divide, è un problema di interpretazione storica, sul quale bisognerà tener presente che la sensibilità ebraica è completamente diversa. Noi vorremmo che si andasse avanti con estrema cautela e non con gesti avventati. Il problema, infatti, dal nostro punto di vista è ben lontano dalla sua soluzione.

Che cosa intende per «estrema cautela » e quali sarebbero invece i «gesti avventati»?

Estrema cautela significa che esistono tantissimi documenti ancora da studiare, mentre i gesti avventati sono quelli di chi dice: «La situazione è perfettamente chiara, abbiamo chiuso il discorso e basta».

Tutto chiarito invece sulla questione della preghiera del venerdì santo alla quale lei accennava prima?

Sull’argomento direi che è stato raggiunto un armistizio ‘politico’, più che una pace vera. Nel senso che è stato chiarito dalle più alte autorità della Chiesa che la conversione non si riferisce all’immediato, ma è trasferita alla fine dei tempi.

Non crede che dalla visita verrà anche l’ennesimo fortissimo no all’antisemitismo?

Francamente penso che oggi il problema sia l’antigiudaismo, che è una cosa differente, ma non meno pericolosa. L’antisemitismo è un odio su base razziale e la Chiesa non può essere razzista. Ma l’ostilità antiebraica può esistere anche a prescindere dall’odio razziale ed è su quello che dobbiamo fare chiarezza, anche se devo riconoscere che sono stati fatti dei progressi sostanziali in questi ultimi anni. 

Fonte:  Avvenire, 13 gennaio 2010


L’ostilità ebraica verso i cristiani: le cause sono l’autosufficienza teologica della Chiesa e il tentativo di convertire.

Perché per molti ebrei ortodossi il dialogo con i cattolici è ancora difficile. Gravissima la frase di Lewy relativa alla incapacità di provare perdono per fatti umani “traumatici”. E pensare che il documento conciliare “Nostra Aetate” ha l’ardire di “assolvere” il mondo ebraico dal deicidio. 

 

Benedetto XVI e Mordechay Lewy

Pubblichiamo l’articolo scritto dall’Ambasciatore di Israele presso il Vaticano per il numero di gennaio del mensile “Pagine ebraiche” diretto da Guido Vitale.

di Mordechay Lewy

Solo pochi rappresentanti dell’ebraismo sono realmente impegnati nell’attuale dialogo con i cattolici. Nel fare questo, a volte fanno miracoli per essere ovunque in qualsiasi momento. Quali sono le ragioni per cui così pochi partecipano a questo dialogo? Per quanto siamo favorevoli al continuo dialogo ai massimi livelli ufficiali, tra il Rabbinato Centrale d’Israele e la Santa Sede, rimane scetticismo da parte della corrente principale degli ortodossi. Perché la corrente principale dell’ebraismo ortodosso, in Israele come anche altrove, non è pronta per essere coinvolta?
Vorrei premettere che il dialogo è caratterizzato da molte dimensioni di asimmetria; e con ciò non intendo soltanto la nostra sproporzione numerica rispetto ai cattolici. Mi sembra che l’ostacolo principale al confronto risieda in quello che la maggior parte degli ebrei considera come autosufficienza nel definire la propria identità religiosa. Non abbiamo bisogno di nessun altro riferimento teologico, se non la Bibbia, per spiegare la nostra vicinanza a Dio come suoi figli prescelti.
Essere i prescelti non è sempre stata una benedizione, per usare un eufemismo. All’inizio l’ebraismo non era ostile al proselitismo. Nell’antichità post-biblica l’ebraismo assorbì innegabili elementi della cultura greco-romana. Durante l’esilio, gli ebrei hanno dovuto segnare la loro identità in un ambiente potenzialmente e spesso realmente, ostile che non ha mai abbandonato il suo zelo religioso atto a convertire gli ebrei. Questa tecnica di sopravvivenza includeva un’autosufficienza teologica, l’esclusività e la negazione del proselitismo. Lo spirito medievale con l’impulso enciclopedico alla compilazione delle summae ha portato Maimonides a scrivere la sua Mishneh Torah. La sua opera fu codificata nel XVI secolo dal catechismo di Josef Caro, il Shulkhan Arukh. L’ebraismo halachico ortodosso oggi si affida largamente al catechismo di Caro. Il suo scopo è di preservare la tradizione e la tecnica di sopravvivenza a ogni costo, persino in Israele dove abbiamo creato l’unica società in cui gli ebrei costituiscono la maggioranza.
È un dato di fatto che l’ebraismo riformato e conservatore siano più aperti al dialogo con i cristiani. Lo fanno dal punto di vista della loro esperienza americana dove la convivenza tra gruppi etnici e religiosi è intrinseca alla società. L’autorità principale dell’ortodossia in America, rabbi Soloweitchik, non provava un dialogo interreligioso che conducesse alla discussione di principi di fede con i cattolici. Allo stesso tempo, non rifuggiva da un dialogo che si basasse su questioni che potessero migliorare il bene comune della convivenza sociale. Pertanto, il dialogo con i cattolici viene circoscritto ad argomenti “leggeri” che toccano più questioni di politica religiosa (bioetica, ecologia, violenza, eccetera) e che non comprendono questioni “intransigenti” quali principi dottrinali di credo (la Trinità, la venuta del Messia, i Sacramenti, eccetera). Ma ciò non è dovuto solo alla teologia esclusiva dell’autosufficienza. La maggior parte degli ebrei percepiscono la loro storia durante la Diaspora come una battaglia traumatica per la sopravvivenza contro i costanti sforzi da parte dei cattolici di convertirli gentilmente, o, nella maggioranza dei casi, coercitivamente.
L’avversione ebraica al cristianesimo esisteva già nell’antichità ed era dovuta alla “spaccatura familiare” nella quale le due parti erano in competizione per ottenere la benevolenza di Dio. Il processo di separazione della prima comunità cristiana dai vincoli dell’ebraismo tradizionale creò un vasto corpus di letteratura polemica nella quale anche gli ebrei hanno fatto la loro parte. L’animosità si è estesa al medioevo europeo, durante il quale gli ebrei vivevano come una minoranza sotto la dominazione cristiana, e fu persino ritualizzata in alcune preghiere ebraiche. Molti ebrei ortodossi non volevano entrare in una chiesa né confrontarsi con un crocifisso.
Questo comportamento che mostra un trauma continua oggi come un riflesso pavloviano. Una ferita grave e dolorosa, inflitta nel passato, si apre ogni qualvolta la vittima si trova di fronte ai simboli del carnefice. Questo modello di comportamento può essere considerato offensivo. Contribuisce a un nuovo ciclo di polemiche e di posizioni apologetiche da parte cattolica. Tuttavia, oltre a ciò, vi è anche un ostacolo invisibile e di cui non si parla. L’avvio di ogni dialogo è il senso di curiosità fondamentale di conoscere meglio la controparte. Conoscere meglio l’altro implica il comprenderlo meglio. Tolstoj, nel suo Guerra e Pace, ha coniato la famosa frase: tout comprendre c’est tout pardoner. Potrebbe essere che molti di noi, ancora traumatizzati, desiderino evitare ogni situazione in cui si debba perdonare qualcuno, specialmente se viene identificato giustamente o erroneamente come rappresentante del carnefice. La vittima ebrea sembra essere incapace di concedere l’assoluzione per misfatti lontani o recenti perpetrati contro i suoi fratelli e sorelle. Abbiamo anche un’importante asimmetria di carattere normativo. I cattolici sono abituati alla pratica settimanale della confessione per ricevere l’assoluzione. Nell’ebraismo, non esiste questa prassi: solo in occasione dello Yom Kippur cerchiamo l’assoluzione da Dio e chiediamo perdono ai nostri simili. Ma questo accade, come sappiamo, solo una volta l’anno.

Fonte:L’Osservatore Romano – 13 gennaio 2010

 


UN RINGRAZIAMENTO PARTICOLARE AL CANONICO FRANCESCO PEGGI E AGLI AMICI DI CHRISTUS REX

PER ALCUNE SEGNALAZIONI EDITORIALI CONTENUTE IN QUESTA PAGINA



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