Il Benamozegh (Livorno 1823-1900)
biblista, talmudista, cabalista, è
stato uno dei maggiori rabbini italiani
del XX secolo. Nato da una famiglia sefardita, originaria del Marocco,
trascorse tutta la sua vita a Livorno, esercitando l’ufficio di rabbino.
Il suo pensiero è autorevole, illuminante e soprattutto attuale.
Il rabbino livornese (maestro del padre
di Elio Toaff, ex rabbino capo di Roma, che ha accolto Giovanni Paolo II
alla sinagoga romana il 13 aprile 1986, ove pronunciò la famigerata
frase sugli “ebrei nostri fratelli maggiori nella Fede”) conobbe un
giovane cattolico di Lione, Aimé Pallière il quale si trovava «alla
ricerca di un’esperienza religiosa che non trovava più nel
Cattolicesimo... Pallière mostrò l’intenzione di convertirsi
all’ebraismo, ma Benamozegh lo dissuase; il giovane francese aveva
per Benamozegh un compito particolare, quasi provvidenziale, che
poteva compiere solo restando cristiano; Pallière doveva essere il
messaggero della... dottrina dei Noachidi, secondo la quale
gli ebrei avevano funzione di sacerdoti del genere umano... Per
rendersi conto di questa missione, Pallière non aveva bisogno di
convertirsi, ma solo di “purificare” la propria religione da
alcuni errori: l’Incarnazione e la Trinità» ([i]).
Benamozegh definiva i dogmi dei
Cristiani «come una scimmia rispetto all’Uomo [Israele, nda]... la
scimmia è l’imitazione mal riuscita del modello, e allo stesso tempo la
sua caricatura... il Cristianesimo è una religione... non per uomini
normali, ove dietro l’eccesso di ascetismo si cela la corruzione» ([ii]).
In Israele e l’umanità (scritto
prima del 1885 e pubblicato in Francia per la prima volta nel 1914) ci
presenta il giudaismo come “messaggero della religione nel mondo intero,
ma il cristianesimo ha cercato di adulterare la missione divina di
Israele ed esso dovrebbe restaurare “un ordinamento gerarchico
dell’umanità a Israele e rinunciare alla centralità della Chiesa a
favore della centralità di Israele ordinando l’umanità al popolo
sacerdotale Israele” ([iii]).
Il giudaismo religione «racchiude una
duplice credenza - per Benamozegh - il pluralismo della divinità
e l’immanenza. È perlomeno quanto afferma la teologia
cabalistica... Quanto all’immanenza... gli angeli appaiono come il
prolungamento della Divinità nella natura; il Talmùd dice perfino che
sono sue membra ed organi... La Càbala, è la sola capace, di ristabilire
l’armonia tra l’ebraismo e la gentilità... poiché la vera tradizione
ebraica riconosce sia l’immanenza che la trascendenza di Dio, e unisce
così il panteismo con il monoteismo. La fede che Israele conserva,
potrà un giorno riconciliare le Chiese divise» ([iv]).
Secondo il rabbino livornese «la Càbala concilierà Israele sacerdote con
l’umanità laica» ([v]).
Il sacerdozio ebraico presuppone un’umanità al servizio della quale è
posto. «La fraternità tra tutti i popoli e la comunione di tutti con
Israele, che è il centro verso cui devono tendere, per riunirsi, tutte
le religioni» ([vi]).
Lo scopo supremo del culto ebraico è per la Càbala l’unificazione del
Dio immanente e del Dio trascendente, per mezzo dell’uomo.
«L’uomo deve agire sulla natura
dominandola, e tale dominio è - per l’ebraismo - una cooperazione con
Dio... I cabalisti hanno presentato questo dominio come una vittoria che
l’uomo riporta su Dio come Creatore» ([vii]).
Mentre il cristianesimo con la sua concezione del Dio-uomo, Gesù Cristo,
ha scavato un abisso tra Dio trascendente e il mondo. Se per il
cristianesimo l’Incarnazione si compie in un solo uomo, «per
la Càbala
l’incarnazione esiste nel fatto e pel fatto dell’intera creazione»
([viii]).
Israele deve essere il centro dell’umanità, poiché è un popolo
destinato ad assumere - nell’umanità - il ruolo di sacerdote. «Israele è
stato scelto per assolvere il compito eminente di dottore, di
predicatore, di sacerdote delle nazioni, compito dovuto... certamente
anche alla sua naturale predisposizione ad accogliere la verità
religiosa... e soprattutto al suo carattere indomito, fermo e tenace,
che era necessario per resistere al mondo pagano, per vincerlo e
convertirlo» ([ix]).
Nel 1863 l’Alliance Israélite
Universelle decise di pubblicare la terza parte dell’opera di
Benamozegh (Essai sur l’origine des dogmes et de la morale du
christianisme) intitolata Morale juive et morale chrétienne.
In Italia Carucci ha pubblicato nel 1977 Morale ebraica e morale
cristiana e finalmente nel 2002 Marietti ha pubblicato le prime due
parti dell’opera del 1863, sotto il titolo di L’origine dei dogmi
cristiani, e ben presto si avrà anche una pubblicazione in francese.
L’origine dei dogmi cristiani
è una spiegazione cabalistica
della dogmatica cristiana, in essa l’autore sostiene che «Lo Gnosticismo
non è che un puro travestimento della tradizione acroamatica [esoterica]
ebraica, ossia della Càbala» ([x]).
Mentre il cristianesimo sarebbe nato - secondo il rabbino di Livorno -
soprattutto dalla Càbala che s’incontrò con la filosofia platonica,
stoica e orientale e Gesù sarebbe stato iniziato da esseni cabalisti.
Gesù sarebbe stato una sorta di iniziato all’esoterismo cabalistico ed
al talmudismo ([xi]).
Benamozegh lo prova scrivendo che lo
Gnosticismo è di origine cabalistica e così la Càbala tramite lo
Gnosticismo ha influito sul cristianesimo ([xii]).
I Padri della Chiesa del II secolo rifiutarono però tale gnosticismo
cabalistico e lo bollarono come eretico, quindi per Benamozegh il
cristianesimo primitivo era gnostico, esoterico e cabalistico; mentre il
cattolicesimo dei Padri, e già prima con Giovanni e Paolo, ripudiò la
sua origine giudaico-cabalistico-talmudica per erigersi in Chiesa ([xiii]).
La Gnosi
dichiarata eretica da S. Giovanni e S. Paolo e scomunicata dai Padri
è
la Càbala rabbinico-farisaica,
accettata da Gesù ma rifiutata dai Pastori e dagli Apostoli, perciò il
Benamozegh invita la Chiesa a ritornare alle sue origini cabalistiche e
a rifiutare la ellenizzazione e romanizzazione del cristianesimo
originario operata dai Padri ([xiv]).
In Morale ebraica e morale cristiana
- Benamozegh - cerca di provare che la morale del Vangelo è inferiore a
quella farisaica, «Il cristianesimo... ha fatto un Dio a sua immagine,
come gli dèi d’Omero, invece di far l’uomo ad immagine di Dio... Ora,
non solo, con ciò, ha offeso il buon senso, la retta ragione..., ma ha
reso inutile ogni rivelazione» ([xv]).
Inoltre accusa il cristianesimo di aver distrutto l’amor patrio. «Il
patriottismo, è un sentimento dell’Antica Alleanza, che teoricamente non
ha posto nella Nuova; ed il giorno in cui il Vangelo è stato predicato
ai Gentili è stato l’ultimo giorno delle nazionalità [o meglio,
nazionalismo esasperato, nda]. Il sentimento di nazionalità come
l’intendono gli Inglesi è un sentimento essenzialmente ebraico... I
cristiani sono un non-popolo, cioè la negazione teorica e pratica di
ogni nazionalità» ([xvi]).
Benamozegh continua: «spettacoli
orribili, teorie ripugnanti, dottrine difformi, vizi inauditi si
nascondono sotto i principii del Cristianesimo... la finzione della
resurrezione dei fedeli con Gesù... questi vizi non si sono nascosti,
non si son vergognati di sé, ma hanno occupato arditamente un posto
nella Chiesa, hanno esposto senza pudore la loro deformità al sole» ([xvii]).
Il cabalista livornese di origine
marocchina conclude con l’esaltazione del fariseismo che sorpasserebbe
infinitamente la morale evangelica, scrivendo «la morale ebraica
rassomiglia all’uomo, ma all’uomo che realizza le sue due forme, e cioè
l’uomo primitivo di Mosè, l’androgino di Platone, l’uomo dai due
sessi..., la morale cristiana rassomiglia alla donna isolata, separata
dall’uomo, senza il contrappeso della sua fermezza, della sua
esperienza; la donna abbandonata a tutti i trasporti della sensibilità,
della passione... la concezione del Cristianesimo primitivo ha qualcosa
di troppo femmineo..., vi è nella parola e negli atti di Cristo e dei
suoi primi discepoli, l’eterno femminino...» ([xviii]).
Conclusione
Come si vede le idee benamozeghiane sono
state recepite in pieno dal Vaticano II e sono penetrate profondamente
in ambiente cattolico post-conciliare.
1°) Benamozegh: “Rinunciare alla
centralità della Chiesa a favore della centralità di Israele”; cfr.
Paolo VI, NOM del 1970, orazione del Venerdì Santo “pro judaeis”,
in cui si chiede la loro “fedeltà all’antica Alleanza”. Giovanni Paolo
II (Mainz, 1981) “L’Antica Alleanza mai revocata; (Roma, 1986) gli
“Ebrei fratelli maggiori [e prediletti] nella Fede”.
2°) Benamozegh: “La fede che Israele
conserva, potrà un giorno riconciliare le Chiese divise”; cfr.
J. Ratzinger, Molte
religioni, una sola Alleanza, (Assisi, La Porziuncola, 2008) in cui
scandaglia la nuova teologia conciliare e post-conciliare sulle “radici
giudaiche del cristianesimo”, che debbono riunire le diverse religioni.
3°) Benamozegh: “Se
per il cristianesimo l’Incarnazione si compie in un solo uomo, per
la Càbala
l’incarnazione esiste nel fatto e pel fatto dell’intera creazione”;
cfr. “Gaudium et Spes” n.° 22 (del 1965): “per il fatto stesso che il
Verbo si è incarnato, si è unito ad ogni uomo”, con i relativi commenti
di Giovanni Paolo II nelle sue encicliche “Redemptor hominis”
(1979) e “Dominum et vivificantem” (1986). Nella prima scrive:
“Con ognuno Cristo si è unito per sempre […]. Sin dal momento in cui
viene concepito sotto il cuore di sua madre” (n.° 13); “ciascun uomo,
senza eccezione alcuna, […] anche quando l’uomo è di ciò inconsapevole”
(n.° 14). Nell’altra enciclica si legge: “L’Incarnazione […] significa
assunzione di […] tutta l’umanità, di tutto il mondo visibile e
materiale” (n.° 50); “il Verbo si è unito ad ogni carne o creatura,
specialmente all’uomo. […] Dio è immanente al mondo e lo vivifica dal di
dentro” (n.° 54).
Più chiaro (anzi, “oscuro”) di così, si
muore.
d. Curzio Nitoglia
9 marzo 2009
NOTE :
[i])
A. Guetta, Qabbalà
e Cristianesimo nella filosofia di Elia Benamozegh, in «La
Rassegna Mensile di Israel», vol. LXIII, settembre-dicembre 1997,
pagg. 20-21.
[ii])
Ibidem, pagg. 23-24.
Cfr.
A. Pallière, Il santuario sconosciuto, Roma, 1953.
[iii])
E. Benamozegh,
Israele e l’umanità, Marietti, Genova, 1990, pagg. XIII-XIV.
[iv])
Ibidem, pagg. 39-41 e 50.
[x])
E. Benamozegh, Le
origini dei dogmi cristiani, Marietti, Genova, 2002, pagg.
15-16.
[xi])
Cfr. Ibidem, pagg. 21-60.
[xv])
E. Benamozegh,
Morale ebraica e morale cristiana, Carucci, Assisi-Roma, 1977,
pag. 6.
[xvi])
Ibidem, pagg. 12-13.