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La realtà di
classe e la propaganda imperiale Iran : la balla dell’ « elezione rubata »
di James Petras*
19 giugno 2009
(segnalazione da
Eurasia
del Canonico F. Peggi)
documento anche in pdf:
La
realtà di classe e la propaganda imperiale
Iran : la balla
dell’ « elezione rubata »

le 30 province iraniane
L’analisi dei
risultati dell’elezione presidenziale iraniana alla luce delle elezioni
precedenti e dei sondaggi commissionati sul posto dagli Stati Uniti non
lascia dubbi : Mahmud Ahmadinejad è ampiamente rieletto. Questo non è
affatto sorprendente, osserva il professor James Petras : il popolo ha
votato per un nazional-populista, mentre solo le elite occidentalizzate
hanno votato per il candidate liberale, prediletto dai media occidentali. Lo
stesso fenomeno è già stato osservato in altri paesi.
« Per i poveri, cambiamento significa avere pane e
lavoro ; non è una questione né di vestirsi secondo certi codici alla moda,
né di ricreazioni miste… In Iran, la politica ha enormemente più a che
vedere con la lotta delle classi che con la religione »
Editoriale del Financial Times, 15 giugno 2009.
Quasi non esiste esempio di un’elezione in cui la Casa Bianca non
abbia avuto un interesse importante e nella quale la sconfitta del candidato
filo-USA non sia stata denunciata come « illegittima » dall’elite politica e
mediatica (occidentale) nella sua interezza… Nell’ultimo periodo, la Casa
Bianca e l’intero schieramento dei suoi amici hanno gridato allo scandalo
dopo alcune elezioni del tutto libere (e supervisionate da osservatori
internazionali) in Venezuela e a Gaza, confezionando allegramente un
«successo elettorale» in Libano, nonostante il fatto che la coalizione
guidata da Hezbollah vi abbia raccolto più del 53 % dei suffragi.
Le recenti elezioni del 12 giugno 2009 in Iran sono un classico del genere :
il presidente uscente nazionalista-populista Mahmud Ahmadinejad ha raccolto
il 63,3 % dei suffragi (ossia 24,5 milioni di voti), mentre il candidato
dell’opposizione liberale sostenuta dall’Occidente, Hossein Musavi, ha
raccolto il 34,2 % dei suffragi (ossia 13,2 milioni di voti).
Questa elezione presidenziale ha motivato più dell’80 % dell’elettorato, in
particolare con un voto oltremare senza precedenti di 234 812 elettori, tra
i quali Musavi ha riportato 111.792 suffragi e Ahmadinejad 78.300.
L’opposizione, guidata da Musavi, non ha accettato la sua sconfitta ed ha
organizzato una serie di manifestazioni di massa, che hanno preso una svolta
violenta, dando vita all’incendio e alla distruzione di automobili, di
banche, di edifici pubblici, nonché a scontri armati con la polizia ed altri
servizi d’ordine. La quasi totalità del ventaglio degli opinionisti politici
occidentali, compresi tutti i principali media cartacei ed elettronici, i
principali siti web liberali, radicali, libertari e conservatori, hanno
fatto eco all’accusa, fatta dall’opposizione iraniana, di un broglio
elettorale generalizzato. I neoconservatori, i conservatori libertari ed i
trotzkisti hanno unito la loro voce a quella dei sionisti, salutando i
protestatari dell’opposizione iraniana, volendovi vedere una guardia
avanzata di non si sa bene quale « rivoluzione democratica ». (Negli Stati
Uniti), i democratici e i repubblicani hanno condannato l’attuale regime in
Iran, rifiutando di riconoscere i numeri di queste elezioni e salutando i
tentativi dei protestatari che mirano a rovesciarne il risultato. Il New
York Times, la CNN, il Washington Post, il ministero degli Esteri israeliano
e tutta la direzione del Consiglio dei Presidenti delle maggiori
organizzazioni ebraiche americane (Presidents of the Major American Jewish
Organizations) hanno chiesto un inasprimento delle sanzioni contro l’Iran,
proclamando « morta e sepolta » l’apertura fatta da Obama in vista di un
dialogo con quel paese.
Le balla dei brogli
I dirigenti occidentali hanno rifiutato i risultati delle elezioni iraniane
perché « sanno » che il loro candidate riformista non poteva perdere… Da
mesi, essi pubblicavano quotidianamente interviste, editoriali e servizi dal
campo, « passando in rivista » i fallimenti dell’amministrazione di
Ahmadinejad ; citavano il sostegno di uomini del clero, di ex responsabili
governativi, di mercanti del bazar e, soprattutto, di donne e di giovani
delle città che parlavano correntemente l’inglese, come garanzia
dell’ineluttabile vittoria di Musavi la quale, ci annunciavano, avrebbe
avuto l’ampiezza di una grande ondata. Una vittoria di Musavi ci veniva
presentata come una vittoria « dei moderati », presentazione di un cliché
privo di senso gratificataci dalla Casa Bianca. Eminenti professori
universitari liberali ne hanno dedotto che le elezioni sono state
necessariamente un bidone, essendo il candidato dell’opposizione, Musavi,
stato messo in minoranza nella sua enclave etnica, tra gli Azéri… Altri
esponenti universitari, basandosi sulle loro interviste a studenti di classi
superiori e medie che abitano nei quartieri yuppy del nord di Teheran,
avevano presunto che il « voto dei giovani » sarebbe stato, nella sua
schiacciante maggioranza, favorevole al cosiddetto candidato « riformista ».
Nell’unanime condanna occidentale del risultato di questa elezione,
presentata come frutto di una frode, la cosa sorprendente è il fatto che non
ci sia traccia della minima prova, né in forma scritta, né osservata,
presentata, né prima, né una settimana dopo lo spoglio delle schede di voto.
Durante tutta la campagna elettorale, non era stata sollevata nessuna accusa
credibile (né, del resto, nessuna accusa dubbia) di broglio elettorale.
Tanto a lungo i media occidentali hanno continuato a credere alla loro
stessa propaganda che parlava di un’imminente vittoria elettorale del loro
candidato feticcio, che il processo elettorale è stato presentato come
altamente libero, animato da dibattiti pubblici accesi e da un livello senza
precedenti di attività pubblica, senza alcun ostacolo attribuibile ad un
eccesso di proselitismo pubblico. A quel punto, i dirigenti e i mass media
occidentali erano persuasi di aver a che fare con elezioni totalmente libere
ed aperte da essere convinti che il loro candidato prediletto avrebbe potuto
solo vincere.
I media occidentali si sono fondati sui loro rapporti che parlavano di
mostruose manifestazioni dei sostenitori dell’opposizione, ignorando e
minimizzando l’enorme punteggio realizzato da Ahmadinejad. Peggio : i media
occidentali hanno ignorato la composizione sociale delle manifestazioni
opposte, quelle dei sostenitori di Ahmadinejad – il fatto che il candidato
eletto goda del sostegno della classe ben più numerosa dei lavoratori
poveri, degli artigiani e dei funzionari, mentre l’essenziale dei
manifestanti dell’opposizione appartiene agli studenti dell’alta e media
borghesia, nonché alla classe degli uomini d’affari e dei liberi
professionisti.
In più, la maggior parte degli opinionisti e dei giornalisti occidentali
corrispondenti da Teheran ha estrapolato le sue proiezioni a partire dalle
sue osservazioni nella capitale – è raro che essi si avventurino nelle
province, nelle città piccole e medie e nei villaggi dove Ahmadinejad
raccoglie l’essenziale dei suoi sostegni. A questo si unisce il fatto che i
sostenitori dell’opposizione costituiscano un’attiva minoranza di studenti
facilmente mobilitabili per manifestazioni in piazza, mente i sostegni ad
Ahmadinejad si collocano in maggioranza tra la gioventù operaia e tra le
casalinghe, che potranno esprimersi nelle urne e che non hanno né il tempo
né la voglia di buttarsi nella politica di piazza.
Un certo numero di mandarini della stampa, tra cui Gideon Rachman del
Financial Times, avanzano come una specie di prova che ci sia stata frode il
fatto che Ahmadinejad ha riportato il 63 % dei suffragi nella provincia
turcofona popolata da Azeri, questo a svantaggio del suo avversario Musavi,
lui stesso di origine azera. Qui abbiamo a che fare con quel semplicistico
presupposto per cui l’identità etnica o l’appartenenza ad un gruppo
linguistico (e non gli interessi sociali o di classe) sarebbero i soli
fattori possibili che permettono di spiegare un comportamento elettorale.
Un esame più approfondito dei risultati rilevati nella regione orientale
azerbaigiana dell’Iran rivela che Musavi ha ottenuto la maggioranza solo
nella città di Shabestar, nelle classi medie e superiori (e solo con un
margine debole), mentre si è fatto annientare nelle zone rurali, ben più
importanti, dove la politica di redistribuzione sociale del governo
Ahmadinejad ha aiutato gli Azeri a sdebitarsi, ad ottenere crediti a tassi
modici e, favorito l’accesso dei contadini a prestiti senza difficoltà.
Effettivamente, Musavi ha vinto nella parte occidentale della regione
dell’Azerbaigian iraniano, servendosi dei suoi legami etnici per conquistare
i voti dei cittadini. Nella provincia fortemente popolata di Teheran, Musavi
ha battuto Ahmadinejad nei centri urbani di Teheran e di Shemiranat grazie
ai voti delle circoscrizioni dove abitano le classi medie e superiori,
mentre è stato annientato nelle vicine periferie operaie, nonché nelle
piccole città e nei distretti rurali.
L’accento posto in modo confuso e deliberatamente fallace sul « voto etnico
», invocato da alcuni giornalisti del Financial Times e del New York Times
al fine di giustificare il fatto di aver definito la vittoria elettorale di
Ahmadinejad « elezioni rubate » sta alla pari solo con il rifiuto arbitrario
e deliberato dei media di riconoscere un sondaggio di opinione, effettuato
solo tre settimane prima del voto da due esperti statunitensi sulla scala
dell’intero Iran e in maniera scientificamente rigorosa, il quale mostrava
che Ahmadinejad aveva un vantaggio tale da ottenere più del doppio dei voti
del suo avversario — cioè un margine ancora più importante di quello della
sua vittoria elettorale del 12 giugno. Quel sondaggio mostrava che, tra gli
elettori di origine azera, Ahmadinejad beneficiava del doppio dei voti di
Musavi, il che dimostrava fino a che punto gli interessi di classe incarnati
da un candidato sono capaci di occultare l’identità etnica dell’altro [1].
Il sondaggio dimostrava pure fino a che punto le questioni di classe, in
funzione delle fasce d’età, avessero più influenza sulla formazione delle
preferenze politiche delle persone interpellate rispetto alle considerazioni
sullo « stile di vita » di tale o talaltra generazione. Secondo quel
sondaggio, più dei due terzi dei giovani iraniani era troppo povero per aver
accesso ad un computer e che quelli tra i 18 e i 24 anni « costituivano il
più forte blocco elettorale in favore di Ahmadinejad, tra tutte le altre
categorie di elettori » [2]. Il solo gruppo che sosteneva con costanza
Musavi era quello degli studenti universitari e degli istituti superiori,
degli imprenditori e della classe media superiore. Il « voto giovane », che
i media occidentali ci incensano presentandocelo come « favorevole ai
riformisti », rappresentava una netta minoranza, che raggiungeva meno del 30
% delle intenzioni di voto, ma originarie di ambienti sociali molto
privilegiati, molto largamente anglofoni, beneficiari di una sorta di
monopolio nei media occidentali. La loro invadente presenza
nell’informazione presentata in Occidente ha generato quella che si è potuta
definire « Sindrome di Teheran-Nord », partita dalla capitale dove si trova
l’enclave della danarosa classe superiore di cyu la maggior parte di questi
studenti sono i figli. Questi figli di papà per i quali bello significa
avere la lingua sciolta, mettersi in ghingheri e parlare l’inglese di
Oxford, sono stati totalmente spazzati via nel segreto dell’urna.
In generale, Ahmadinejad ha ottenuto ottimi risultati nelle province
petrolifere dotate di industrie chimiche. Questo può essere un riflesso
dell’opposizione dei lavoratori petrolchimici ad un programma « riformista »
che si proponeva di «privatizzare» delle imprese pubbliche. Ugualmente, il
presidente eletto ha avuto ottimi risultati in tutte le province di
frontiera, a causa della sua insistenza sul rafforzamento della sicurezza
nazionale contro le minacce americane e israeliane, nel quadro
dell’escalation degli attacchi terroristici transfrontalieri, sponsorizzati
dagli Stati Uniti, provenienti dal Pakistan, e delle incursioni dal
Kurdistan iracheno sostenute da Israele, che hanno provocato la morte di
decine di cittadini iraniani. La sponsorizzazione ed il massiccio
finanziamento dei gruppi responsabili di questi attacchi terroristici sono
una politica ufficiale degli Stati Uniti, ereditata dall’amministrazione
Bush, ma che il Presidente Obama non ha per nulla ripudiato ; infatti questa
politica ha conosciuto una progressione durante le settimane che hanno
preceduto le elezioni.
Quello che i commentatori occidentali e i loro protetti iraniani hanno
ignorato è il forte impatto che le disastrose guerre ed occupazioni degli
Stati Uniti in Iraq ed in Afghanistan hanno avuto sull’opinione pubblica
iraniana : in quest’elezione, la posizione estremamente forte di Ahmadinejad
in materia di difesa ha contrastato con la molle postura di difesa della
maggior parte dei propagandisti dell’opposizione.
L’immensa maggioranza degli elettori dell’attuale presidente ha
probabilmente avuto la sensazione che gli interessi della loro sicurezza
nazionale, l’integrità del paese e il sistema di sicurezza sociale,
nonostante tutti i suoi difetti ed i suoi eccessi, sarebbero stati più
difesi e migliorati da Ahmadinejad al potere, che non da giovani tecnocrati
delle classi agiate, sostenuti dall’Occidente, i quali pongono il loro stile
egoistico al di sopra dei valori e della solidarietà condivisi dal popolo
iraniano.
L’analisi demografica degli elettori mette in evidenza una reale
polarizzazione di classe, che allinea individui beneficiari di alti redditi,
sostenitori del libero mercato, capitalisti ed individualisti, contro una
classe laboriosa che ha bassi redditi, fortemente solidale al suo interno,
sostenitrice di un’ « economia morale » in cui l’usura e il profitto siano
strettamente limitati da precetti religiosi. Gli attacchi aperti di
economisti dell’opposizione contro le spese sociali del governo, contro la
sua politica di credito accessibile e di sovvenzioni molto generose ai
prodotti alimentari di prima necessità, non sono stati apprezzati dalla
maggioranza degli Iraniani, la quale beneficia di questi programmi sociali
del governo. Lo Stato è considerato (da costoro) il protettore ed il
benefattore dei poveri lavoratori contro il « mercato » che, ai loro occhi,
rappresenta la ricchezza, il potere, i privilegi e la corruzione. Gli
attacchi dell’opposizione contro la politica estera «intransigente» del
regime e contro le sue posizioni « che gli alienano » l’Occidente hanno
trovato eco solo presso gli studenti ultraliberali e in alcuni affaristi
dell’import-export. Agli occhi dell’immensa maggioranza degli Iraniani, la
mobilitazione e la minaccia di escalation militare del regime hanno evitato
all’Iran un attacco armato degli Stati Uniti e/o di Israele.
L’ampiezza del ritardo elettorale dell’opposizione dovrebbe dirci quanto
questa opposizione sia totalmente tagliata fuori dalle vitali preoccupazioni
quotidiane del proprio popolo. Questo dovrebbe ricordare ai suoi membri che,
avvicinandosi all’opinione pubblica occidentale, essi non fanno che
allontanarsi dall’interesse quotidiano per la sicurezza, per l’alloggio, per
il lavoro e per i prezzi dei prodotti alimentari sovvenzionati che rendono
tollerabile la vita di quelli che vivono peggio della classe media e al di
fuori dei cancelli del campo super-privilegiato dell’Università di Teheran.
La vittoria elettorale di Ahmadinejad, vista in una prospettiva storica
comparativa, non può essere sorprendente. In simili contesti elettorali, che
oppongono nazionalisti-populisti a liberali filo-occidentali, sono sempre i
populisti a vincere. Gli esempi passati comprendono Peron in Argentina e,
più recentemente, Chavez in Venezuela, Evo Morales in Bolivia e pure Lula da
Silva in Brasile, i quali hanno tutti dato prova di una capacità di
assicurarsi circa il 60 % dei voti, se non di più, in elezioni perfettamente
libere e democratiche. In questi paesi, le maggioranze degli elettori
preferiscono il benessere sociale alla sfrenata libertà dei mercati,
preferiscono la sicurezza nazionale all’allineamento su uno od un altro
impero militare.
Le conseguenze della vittoria elettorale di Ahmadinejad possono ormai essere
oggetto di dibattito. Gli Stati Uniti possono concluderne che il fatto di
continuare a sostenere una minoranza, sia pure forte in voti ma comunque
battuta su tutta la linea, non fa presagire niente di buono circa la
possibilità di ottenere concessioni sull’arricchimento dell’uranio o
sull’abbandono da parte dell’Iran del suo sostegno ad Hezbollah e ad Hamas.
Un approccio realistico consisterebbe piuttosto nell’aprire un dibattito
estremamente ampio con l’Iran e nel riconoscere, come ha fatto osservare
recentemente il senatore Kerry, che il fatto di arricchire uranio non
rappresenterebbe una minaccia vitale per nessuno. Tale approccio
differirebbe in tutto da quello dei sionisti americani infiltrati nel regime
Obama, che seguono i loro capi in Israele, i quali fanno pressione per una
guerra preventiva contro l’Iran e ricorrono allo specioso argomento secondo
il quale non ci sarebbe trattativa possibile con un governo « illegittimo »
a Teheran. « Illegittimo », perché avrebbe « rubato la sua elezione » !..
Alcuni recenti avvenimenti indicano che i dirigenti politici in Europa, e
anche certi a Washington, non accettano la versione dei mass media sionisti
secondo la quale le elezioni in Iran sarebbero state « rubate ». La Casa
Bianca non ha sospeso la sua offerta di negoziati con il governo nuovamente
rieletto, si è piuttosto concentrata sulla repressione contro i protestatari
dell’opposizione (e non sull’elezione in sé). Ugualmente, i 27 paesi membri
dell’Unione Europea hanno espresso la loro « seria preoccupazione circa la
violenza in Iran » ed hanno fatto appello affinché « le aspirazioni del
popolo iraniano siano soddisfatte con mezzi pacifici » e « la liberà di
espressione sia rispettata » [3]. Eccetto il presidente « francese »
Sarkozy, nessun leader europeo ha rimesso in discussione il risultato delle
elezioni iraniane.
All’indomani di queste elezioni, il joker è la reazione israeliana :
Netanyahu segnala ai suoi sostenitori sionisti negli Stati Uniti che devono
ricorrere alla balla della « frode elettorale » per esercitare la massima
pressione sul regime Obama e costringerlo a mettere fine a tutti i suoi
progetti di andare incontro al regime Ahmadinejad recentemente confermato
dal suffragio popolare.
Paradossalmente, sono i commentatori statunitensi (di sinistra, di destra e
di centro) che si sono bevuti la frottola dei brogli elettorali in Iran a
fornire inavvertitamente a Netanyahu e ai suoi burattini statunitensi gli
argomenti e le falsificazioni che essi diffondono in abbondanza : là dove
essi vedono delle guerre religiose, noi vediamo delle lotte tra classi ; là
dove inventano una frode elettorale, noi constatiamo un tentativo di
destabilizzazione imperialista.
* James Petras è professore emerito di Sociologia all’università Binghamton
di New York. Intellettuale emblematico della sinistra americana, è autore di
numerose opere. James Petras è membro della conferenza « anti-imperialista »
Axis for Peace organizzata dal Réseau Voltaire.
Versione italiana eseguita da Belgicus dalla traduzione in francese di
Marcel Charbonnier
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[1] Washington Post, 15 juin 2009
[2] Washington Post, 15 juin 2009
[3] Financial Times, 16 juin 2009, p. 4.
Voltaire, édition internationale
on GlobalResearch.ca, 18 juin 2009
http://www.globalresearch.ca/index.php?context=va&aid=14018
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