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Le rovine della casa della famiglia
al-Kafarneh a Beit Hanun.
Foto: Khaled al-'Azayzeh, B’Tselem, 27
gennaio 2009.
Fino al 4 gennaio, io e mia moglie vivevamo con i nostri tre
figli e tre figlie in una casa a due piani su Sikka Street a
Beit Hanun.
Sabato 3 gennaio, intorno alle 8.30 di sera, eravamo tutti
seduti a seguire le notizie sulla guerra. Abbiamo sentito degli
spari fortissimi fuori che provenivano da tutte le direzioni,
allora siamo andati a sederci nella stanza più a est della casa.
Avevamo già preparato cibo e acqua in quella stanza, perché
pensavamo che lì saremmo stati più al sicuro. Abbiamo sentito i
tank avvicinarsi e all’improvviso i proiettili sono penetrati in
casa. Dissi a mia moglie e ai miei figli di stare giù sul
pavimento.
I bambini piangevano. Mio figlio maggiore, Wadi’a, di 17 anni,
ha cominciato a leggere il Corano e a supplicare Dio di salvarci
da questa guerra. Ero veramente spaventato, ma cercavo di
apparire forte davanti ai miei figli. I bambini continuavano a
chiedermi di portarli via da casa. Dissi loro che appena cessati
gli spari, saremmo andati da qualche parte lontano dai tank.
Non c’erano combattenti palestinesi nei dintorni della mia
abitazione. La casa è molto vicina al valico di Erez e la nostra
zona è sempre sotto la sorveglianza israeliana. Sopra di noi c’è
sempre una sonda aerostatica munita di telecamera. Quindi,
siccome gli israeliani potevano constatare che non c’erano forme
di resistenza, pensavo che non ci avrebbero sparato e non ci
avrebbero feriti.
Il giorno dopo, il 4 gennaio, intorno alle 8.30 di sera, una
granata ha colpito la nostra casa senza alcun preavviso. È
caduta sulle scale interrompendo la corrente. Passato meno di un
minuto, è caduta un’altra granata, questa volta nella stanza da
pranzo. Abbiamo gridato tutti dalla paura. Ho detto a mia moglie
e ai bambini di rimanere sdraiati sul pavimento. Dopo pochi
secondi una terza granata ha colpito la stanza dove ci
trovavamo. Ho sentito una forte esplosione e la stanza si è
riempita di fumo e polvere. Mia moglie ha gridato "Aiuto, sono
stata ferita alla gamba!". Io mi sono accorto di essere ferito a
un occhio. Chiamai i miei figli per nome, per essere sicuro che
fossero ancora tutti vivi. Sentendo la mia voce, hanno
cominciato a gridare. Mi sono alzato e li ho presi uno per uno,
portandoli in casa del mio vicino Ahmad Nseir. Fatto questo,
Hassan, il figlio di Ahmad, e io siamo tornati indietro per
prendere mia moglie e portarla in casa di Ahmad.
Ho controllato i bambini. Erano stati tutti colpiti dalle
schegge delle granate ed erano feriti alla testa e in faccia. Le
schegge erano entrate nella testa di mia figlia di tre anni,
Wiaam. Era svenuta. Le ho parlato, ma lei respirava a fatica e
ha chiuso gli occhi. Mia moglie era stata ferita alla testa, in
faccia, alle gambe, allo stomaco e alle mani. Sanguinava molto.
I vicini mi hanno aiutato a strappare le lenzuola e le federe e
a fasciare le ferite per fermare l’emorragia.
Wadi’a, che aveva riportato le ferite più lievi, e Hassan sono
andati di corsa all’ospedale di Beit Hanun, a poco più di un
chilometro da casa, per trovare un’ambulanza. Ci è voluta circa
un’ora prima che arrivassero due ambulanze. Gli autisti dissero
che erano in ritardo a causa della sparatoria in corso nella
zona.
L’ambulanza ci ha portati all’ospedale di Beit Hanun, dove
abbiamo ricevuto i primi soccorsi. Mia moglie, mia figlia Wiaam
e mio figlio di quattro anni, Muhammad, sono stati portati
all’ospedale as-Shifa'a, a Gaza City. Da lì, Muhammad è stato
trasferito all’ospedale oftalmico Nasser, perché aveva una
lesione alla retina. Gli altri bambini e io stavamo all’ospedale
di Beit Hanun.
Il giorno dopo anch’io sono stato trasferito all’ospedale
oftalmico Nasser, perché mi sanguinava l’occhio destro. Verso le
11.00 di mattina, ho ricevuto una telefonata dall’ospedale
ash-Shifa'a: mi dissero che Wiaam era morta. Sono uscito sotto
la mia responsabilità, perché i dottori si rifiutavano di
dimettermi. Andai all’ospedale ash-Shifa'a. Un’ambulanza
trasportò il corpo di Wiaam all’obitorio dell’ospedale Kamal
'Adwan.
Quello stesso giorno, mi dissero che l’esercito aveva demolito
la mia casa. Avevo investito tutto quello che avevo in quella
casa. Mi era costata più di 100.000 dollari. L’esercito l’aveva
demolita con un bulldozer. Aveva anche schiacciato la mia auto,
una Fiat Punto del 1998, e distrutto il mio pollaio di 200 metri
quadri, che conteneva 1.500 galline.
Il giorno dopo, martedì, abbiamo seppellito la salma di Wiaam e
io sono ritornato all’ospedale di Beit Hanun per ulteriori cure.
Mentre ero all’ospedale, sono venuto a sapere che Muhammad era
stato trasferito all’ospedale ash-Shifa’a. Le sue condizioni
erano peggiorate ed aveva un problema al polmone. I dottori lo
avevano operato per salvargli la vita.
Mia moglie è ancora all’ospedale ash-Shifa’a. Ha subìto diversi
interventi e deve farne ancora, tra cui uno di chirurgia
plastica al viso, a causa delle ferite causate dalle schegge.
I bambini e io stiamo ora da mio fratello Saber. Dormiamo nella
stanza degli ospiti. Sebbene la nostra situazione finanziaria
sia pessima, sto cercando una casa da affittare.
La nostra vita è stata distrutta. Dobbiamo ricominciare tutto da
capo.
Jamal Mahmud Hassan al-Kafarneh, 42 anni, sposato con sei figli,
è un allevatore residente di Beit Hanun, a nord della Striscia
di Gaza. La sua testimonianza è stata resa a Khaled al-Azayzeh
in casa del fratello, a Beit Hanun, il 27 gennaio 2009.
Articolo originale:
http://www.btselem.org/English/Testimonies/20090104_Army_she
lls_al_Kafarneh_home_in_Beit_Hanun.asp
Link
traduzione :
www.infopal.it/10710-testimonianza-raccolta-da-b%26%2339%3btselem.html
Link a questa pagina :
http://www.terrasantalibera.org/gazatestimonianzainfopal.htm
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