Anno IV,  Comunicato n. 41 // - 27 febbraio 2009

 

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Gaza underground

Naoki Tomasini, Peacereporter, 12 febbraio 2009


Nel dedalo dei tunnel che passano sotto la Striscia, portando di tutto, che rappresentano l'unico legame con il mondo esterno per un milione e mezzo di persone

Dal nostro inviato

Sabato è giorno di mercato a Rafah, nell'estremo meridionale della Striscia di Gaza, al confine con l'Egitto. Le strade sabbiose della piccola cittadina sono invase dagli schiamazzi e dalla polvere sollevata da migliaia di acquirenti e venditori d'ogni genere: c'è il mercato degli animali, quello delle verdure e della frutta. In una via si vendono elettrodomestici, in quella accanto i motocicli e le automobili. La striscia di Gaza non conosce la grande distribuzione, si vende al dettaglio e prima di ogni acquisto si tocca con mano e si contratta. Il mercato di Rafah è uno dei principali punti di approvvigionamento per la popolazione della Striscia, un milione e mezzo di persone che da due anni, da quando Hamas ha preso il controllo del territorio, vivono sotto l'embargo imposto da Israele con la complicità dell'Egitto e il placet della comunità internazionale.

Fino a qualche anno fa le bancarelle del bazar di Rafah erano lussurreggianti di frutta, verdura e merci provenienti da tutto il mondo, i prezzi erano bassi e vi si poteva rimediare qualsiasi cosa. Oggi lo scenario è totalmente cambiato, la varietà e la qualità degli alimentari è molto ridotta e i prezzi sono alle stelle. Mentre i prodotti d'altri generi, dagli abiti agli elettrodomestici, sono per la quasi totalità made in China. Questi ultimi, perlomeno, con i loro prezzi stracciati e l'infima qualità che li contraddistingue, sono ancora alla portata delle tasche palestinesi, il cui potere d'acquisto si riduce sempre più. Nello spiazzo dedicato ai motocicli gruppetti di uomini confabulano, rimirano e sgasano senza sosta a cavalcioni delle dueruote griffate Daiun, Haoyang, o delle imitazioni di celebri marchi nipponici, come le Kawaseky, che si portano a casa con mille dollari o poco più. Mentre chi non può permettersi tali cifre deve cercare il proprio mezzo di locomozione poco più in la. Per le strade di Gaza il carretto trainato dal mulo è sempre più diffuso, e nel piazzale degli animali, tra capre, pecore e pollame, gli asini sono merce pregiata. Ma se i confini sono chiusi da dove proviene tutta questa mercanzia? Per trovare la risposta bisogna lasciare il mercato e dirigersi verso il confine egiziano, distante poco meno di un chilometro. La strada diventa ogni metro più silenziosa e il desolata. Attorno, gli edifici digradano in grigi ammassi di macerie. Camminando verso la barriera di metallo che segna l'inizio del Sinai egiziano si incrociano carretti carichi di di scatoloni con merci cinesi, israeliane, egiziane, ma anche con il logo dell'Oxfam, che si dirigono spediti verso il mercato: tutti generi che non possono passare per il valico di Rafah.

All'ombra della barriera di confine, sotto le torrette di osservazione delle guardie egiziane, lo scenario è apocalittico. Lunare. E' la cosiddetta Philadelphi route, la striscia di terra - larga circa cento metri e lunga quanto il confine - che Israele ha creato negli ultimi otto anni, dall'inizio della seconda intifada. Prima qui si ammassavano centinaia di abitazioni palestinesi che sono state spianate dai bulldozer, oggi c'è solo terra rossa. Le prime strutture che segnano l'inizio della città sono case forellate come dei colapasta e carcasse di condomini, che incredibilmente sono ancora abitati da palestinesi che non hanno un altro posto dove andare. Dalle finestre, gli occupanti osservano in lontananza l'Egitto che si estende oltre la barriera. Davanti a loro invece, sul lato palestinese di Rafah, i cento metri di terra sono un termitaio. La spianata a ridosso del confine è movimentata da centinaia di cumuli di terra, creati dai bulldozer che scaricano senza sosta. Queste dune artificiali a ben guardare sono piene di vita: sono il territorio delle talpe palestinesi, gli operai che scavano i tunnel per il contabbando.

Senza queste gallerie la popolazione della Striscia morirebbe di fame, lo sanno tutti qui. Ma Israele, con il pretesto di contrastare il contrabbando di armi li bombarda. La celebre accoglienza palestinese in questa striscia di terra lascia il posto alla diffidenza e alla paura: i gruppi di operai, alcuni nascosti dietro teloni di plastica, altri in piena vista, mandano via ogni curioso. Nella Striscia tutti sanno quel che accade qui, ma il mondo non deve sapere. "Andate via! - gridano - Niente foto per carità, Tsahal potrebbe usare le immagini per individuare il nostro tunnel e seppellirci vivi". L'esercito israeliano ovviamente non ha bisogno delle foto dei giornalisti, dispone di tecnologie di spionaggio satellitare che le rendono superflue, e inoltre, i tunnel sono così numerosi che una bomba in qualunque punto della zona di confine ne può distruggere a decine. Da tre giorni però, dal 5 febbraio, Israele ha interrotto i bombardamenti per non compromettere le trattative per una tregua in corso al Cairo. Dentro e fuori dalle tende si lavora alacremente per sfruttare il momento. Le orecchie sono sempre tese, al minimo sentore di un caccia F16 o di un elicottero Apache in volo, tutti sono pronti a fuggire dai cantieri. Ma oggi l'atmosfera è più rilassata del solito, e con pazienza si riesce a scavalcareil muro della diffidenza. Dentro una specie di serra di plastica nera, un gruppo di palestinesi sta completando la costruzione di un tunnel. Un ragazzo sulla ventina con una lunga barba nera sta sul bordo del pozzo d'ingresso. In una mano un rudimentale interfono per comunicare con gli scavatori, venticinque metri più sotto, nell'altra il comando per azionare un montacarichi: cala bidoni di plastica vuoti e li issa, poco dopo, colmi di terra. Altri due uomini riepiono le carriole e le vanno a svuotare all'esterno, dove un quarto, a bordo di un caterpillar, raccoglie i detriti e li ammucchia di fronte alla tenda, nascondendola in parte alla vista. La carrucola all'interno viene usata anche per calare le persone dentro la bocca del tunnel, un pozzo quadrato largo circa un metro, le cui pareti sono rivestite da assi di legno per impedire al condotto di franare.

Scendendo, appesi a una corda su un precario seggiolino di plastica, non si può fare a meno di sbattere goffamente su tutti i lati. Non fosse per una lampadina piazzata a metà discesa il buio sarebbe totale. Sul fondo un ragazzino fuma e parla con la superfice all'interfono: non vede la luce del sole per tutto il giorno e non sembra soffrirne. "Da quella parte" dice indicando l'inizio della galleria. Il tunnel è lungo circa centocinquanta metri, tanto basta per arrivare dall'altra parte del confine. Ogni venti metri c'è una piccola lampadina, qui le pareti sono graffiate nella terra viva, non c'è rivestimento. Sul terreno fangoso scorrono i bidoni che trasportano la terra, azionati da un altra carrucola, mentre in fondo si intravede il lavorio degli scavatori che stanno iniziando ad approntare l'uscita sul lato egiziano. Si procede chinati all'inizio, busto e ginocchia flesse. A stento c'è spazio per fare dietrofront. Poi dopo poche decine di metri tocca inginocchiarsi e procedere a carponi, mentre la temperatura diventa insopportabile e l'aria sempre sempre più rarefatta. Si suda come in un bagno turco e si respira a fatica, anche perché non si può fare a meno di pensare cosa possa accadere qua sotto durante un bombardamento. In fondo c'è una bombola di ossigeno per riprendere il fiato, ma gli operai sembrano poterne fare a meno. Al ritorno in superficie ci si sente in paradiso. L'aria, che prima pareva dura e torrida, ora sembra fresca, e l'alito di vento che tira dal Sinai rinfranca la pelle inondata di sudore. Gli operai ridono porgendoci un bicchiere di tè fumante. E' un lavoro disumano, "Ma ne vale la pena" spiega il proprietario del cantiere: "quando il tunnel sarà ultimato potremo importare quintali di cibo, vstiti, elettrodomestici, medicine ...". "Armi?" domando, "Non ne vale la pena" ribatte deciso, "i guadagni del commercio ordinario sono più che sufficienti, perchè rischiare?.

Costruire un tunnel costa dai dieci ai quindicimila dollari, ma con i prezzi alle stelle della Striscia di Gaza si rientra in fretta delle spese". Una volta completo questo sarà un tunnel di media misura, ma lungo la Philadelphi route ce ne sono di ogni tipo. Poche decine di metri più in la, due uomini lavorano accanto a una carrucola in piena vista, al bordo di un piccolo pozzo sotto gli occhi delle torrette del confine egiziano. Mentre occultati dentro un'altra serra, una dozzina di operai ha appena terminato il rivestimento in mattoni di cemento di un'altro, largo circa due metri e profondo una trentina. I tunnel in funzione sono i più difficili da vedere, vengono custoditi gelosamente. Un palestinese ci racconta orgoglioso del suo, ma non vuole rivelarne la posizione per non compromettere il suo giro d'affari: "lo uso per importare benzina" spiega. "In 24 ore riesco a portare dall'egitto quindici mila litri di carburante. Perché dovrei contrabbandare armi se così posso guadagnare 3/4mila dollari netti al giorno?". Secondo quanto si racconta a Gaza, anche la leadership di Hamas ha i propri tunnel, questi segretissimi, che vengono usati per il passaggio dei politici diretti all'estero. Leggenda popolare vuole che quello usato dal premier Haniyeh e compagnia sia grande al punto che ci si può passare in auto.


Link originale : it.peacereporter.net/articolo/14147/Gaza+underground


Link a questa pagina : http://www.terrasantalibera.org/gazaunderground.htm

 

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