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Gaza underground
Naoki Tomasini, Peacereporter,
12 febbraio 2009

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Nel dedalo dei tunnel che passano sotto la Striscia, portando di
tutto, che rappresentano l'unico legame con il mondo esterno per
un milione e mezzo di persone
Dal nostro inviato
Sabato è giorno di mercato a Rafah, nell'estremo meridionale
della Striscia di Gaza, al confine con l'Egitto. Le strade
sabbiose della piccola cittadina sono invase dagli schiamazzi e
dalla polvere sollevata da migliaia di acquirenti e venditori
d'ogni genere: c'è il mercato degli animali, quello delle
verdure e della frutta. In una via si vendono elettrodomestici,
in quella accanto i motocicli e le automobili. La striscia di
Gaza non conosce la grande distribuzione, si vende al dettaglio
e prima di ogni acquisto si tocca con mano e si contratta. Il
mercato di Rafah è uno dei principali punti di
approvvigionamento per la popolazione della Striscia, un milione
e mezzo di persone che da due anni, da quando Hamas ha preso il
controllo del territorio, vivono sotto l'embargo imposto da
Israele con la complicità dell'Egitto e il placet della comunità
internazionale.
Fino a qualche anno fa le bancarelle del bazar di Rafah erano
lussurreggianti di frutta, verdura e merci provenienti da tutto
il mondo, i prezzi erano bassi e vi si poteva rimediare
qualsiasi cosa. Oggi lo scenario è totalmente cambiato, la
varietà e la qualità degli alimentari è molto ridotta e i prezzi
sono alle stelle. Mentre i prodotti d'altri generi, dagli abiti
agli elettrodomestici, sono per la quasi totalità made in China.
Questi ultimi, perlomeno, con i loro prezzi stracciati e
l'infima qualità che li contraddistingue, sono ancora alla
portata delle tasche palestinesi, il cui potere d'acquisto si
riduce sempre più. Nello spiazzo dedicato ai motocicli gruppetti
di uomini confabulano, rimirano e sgasano senza sosta a
cavalcioni delle dueruote griffate Daiun, Haoyang, o delle
imitazioni di celebri marchi nipponici, come le Kawaseky, che si
portano a casa con mille dollari o poco più. Mentre chi non può
permettersi tali cifre deve cercare il proprio mezzo di
locomozione poco più in la. Per le strade di Gaza il carretto
trainato dal mulo è sempre più diffuso, e nel piazzale degli
animali, tra capre, pecore e pollame, gli asini sono merce
pregiata. Ma se i confini sono chiusi da dove proviene tutta
questa mercanzia? Per trovare la risposta bisogna lasciare il
mercato e dirigersi verso il confine egiziano, distante poco
meno di un chilometro. La strada diventa ogni metro più
silenziosa e il desolata. Attorno, gli edifici digradano in
grigi ammassi di macerie. Camminando verso la barriera di
metallo che segna l'inizio del Sinai egiziano si incrociano
carretti carichi di di scatoloni con merci cinesi, israeliane,
egiziane, ma anche con il logo dell'Oxfam, che si dirigono
spediti verso il mercato: tutti generi che non possono passare
per il valico di Rafah.
All'ombra della barriera di confine, sotto le torrette di
osservazione delle guardie egiziane, lo scenario è apocalittico.
Lunare. E' la cosiddetta Philadelphi route, la striscia di terra
- larga circa cento metri e lunga quanto il confine - che
Israele ha creato negli ultimi otto anni, dall'inizio della
seconda intifada. Prima qui si ammassavano centinaia di
abitazioni palestinesi che sono state spianate dai bulldozer,
oggi c'è solo terra rossa. Le prime strutture che segnano
l'inizio della città sono case forellate come dei colapasta e
carcasse di condomini, che incredibilmente sono ancora abitati
da palestinesi che non hanno un altro posto dove andare. Dalle
finestre, gli occupanti osservano in lontananza l'Egitto che si
estende oltre la barriera. Davanti a loro invece, sul lato
palestinese di Rafah, i cento metri di terra sono un termitaio.
La spianata a ridosso del confine è movimentata da centinaia di
cumuli di terra, creati dai bulldozer che scaricano senza sosta.
Queste dune artificiali a ben guardare sono piene di vita: sono
il territorio delle talpe palestinesi, gli operai che scavano i
tunnel per il contabbando.
Senza queste gallerie la popolazione della Striscia morirebbe di
fame, lo sanno tutti qui. Ma Israele, con il pretesto di
contrastare il contrabbando di armi li bombarda. La celebre
accoglienza palestinese in questa striscia di terra lascia il
posto alla diffidenza e alla paura: i gruppi di operai, alcuni
nascosti dietro teloni di plastica, altri in piena vista,
mandano via ogni curioso. Nella Striscia tutti sanno quel che
accade qui, ma il mondo non deve sapere. "Andate via! - gridano
- Niente foto per carità, Tsahal potrebbe usare le immagini per
individuare il nostro tunnel e seppellirci vivi". L'esercito
israeliano ovviamente non ha bisogno delle foto dei giornalisti,
dispone di tecnologie di spionaggio satellitare che le rendono
superflue, e inoltre, i tunnel sono così numerosi che una bomba
in qualunque punto della zona di confine ne può distruggere a
decine. Da tre giorni però, dal 5 febbraio, Israele ha
interrotto i bombardamenti per non compromettere le trattative
per una tregua in corso al Cairo. Dentro e fuori dalle tende si
lavora alacremente per sfruttare il momento. Le orecchie sono
sempre tese, al minimo sentore di un caccia F16 o di un
elicottero Apache in volo, tutti sono pronti a fuggire dai
cantieri. Ma oggi l'atmosfera è più rilassata del solito, e con
pazienza si riesce a scavalcareil muro della diffidenza. Dentro
una specie di serra di plastica nera, un gruppo di palestinesi
sta completando la costruzione di un tunnel. Un ragazzo sulla
ventina con una lunga barba nera sta sul bordo del pozzo
d'ingresso. In una mano un rudimentale interfono per comunicare
con gli scavatori, venticinque metri più sotto, nell'altra il
comando per azionare un montacarichi: cala bidoni di plastica
vuoti e li issa, poco dopo, colmi di terra. Altri due uomini
riepiono le carriole e le vanno a svuotare all'esterno, dove un
quarto, a bordo di un caterpillar, raccoglie i detriti e li
ammucchia di fronte alla tenda, nascondendola in parte alla
vista. La carrucola all'interno viene usata anche per calare le
persone dentro la bocca del tunnel, un pozzo quadrato largo
circa un metro, le cui pareti sono rivestite da assi di legno
per impedire al condotto di franare.
Scendendo, appesi a una corda su un precario seggiolino di
plastica, non si può fare a meno di sbattere goffamente su tutti
i lati. Non fosse per una lampadina piazzata a metà discesa il
buio sarebbe totale. Sul fondo un ragazzino fuma e parla con la
superfice all'interfono: non vede la luce del sole per tutto il
giorno e non sembra soffrirne. "Da quella parte" dice indicando
l'inizio della galleria. Il tunnel è lungo circa centocinquanta
metri, tanto basta per arrivare dall'altra parte del confine.
Ogni venti metri c'è una piccola lampadina, qui le pareti sono
graffiate nella terra viva, non c'è rivestimento. Sul terreno
fangoso scorrono i bidoni che trasportano la terra, azionati da
un altra carrucola, mentre in fondo si intravede il lavorio
degli scavatori che stanno iniziando ad approntare l'uscita sul
lato egiziano. Si procede chinati all'inizio, busto e ginocchia
flesse. A stento c'è spazio per fare dietrofront. Poi dopo poche
decine di metri tocca inginocchiarsi e procedere a carponi,
mentre la temperatura diventa insopportabile e l'aria sempre
sempre più rarefatta. Si suda come in un bagno turco e si
respira a fatica, anche perché non si può fare a meno di pensare
cosa possa accadere qua sotto durante un bombardamento. In fondo
c'è una bombola di ossigeno per riprendere il fiato, ma gli
operai sembrano poterne fare a meno. Al ritorno in superficie ci
si sente in paradiso. L'aria, che prima pareva dura e torrida,
ora sembra fresca, e l'alito di vento che tira dal Sinai
rinfranca la pelle inondata di sudore. Gli operai ridono
porgendoci un bicchiere di tè fumante. E' un lavoro disumano,
"Ma ne vale la pena" spiega il proprietario del cantiere:
"quando il tunnel sarà ultimato potremo importare quintali di
cibo, vstiti, elettrodomestici, medicine ...". "Armi?" domando,
"Non ne vale la pena" ribatte deciso, "i guadagni del commercio
ordinario sono più che sufficienti, perchè rischiare?.
Costruire un tunnel costa dai dieci ai quindicimila dollari, ma
con i prezzi alle stelle della Striscia di Gaza si rientra in
fretta delle spese". Una volta completo questo sarà un tunnel di
media misura, ma lungo la Philadelphi route ce ne sono di ogni
tipo. Poche decine di metri più in la, due uomini lavorano
accanto a una carrucola in piena vista, al bordo di un piccolo
pozzo sotto gli occhi delle torrette del confine egiziano.
Mentre occultati dentro un'altra serra, una dozzina di operai ha
appena terminato il rivestimento in mattoni di cemento di
un'altro, largo circa due metri e profondo una trentina. I
tunnel in funzione sono i più difficili da vedere, vengono
custoditi gelosamente. Un palestinese ci racconta orgoglioso del
suo, ma non vuole rivelarne la posizione per non compromettere
il suo giro d'affari: "lo uso per importare benzina" spiega. "In
24 ore riesco a portare dall'egitto quindici mila litri di
carburante. Perché dovrei contrabbandare armi se così posso
guadagnare 3/4mila dollari netti al giorno?". Secondo quanto si
racconta a Gaza, anche la leadership di Hamas ha i propri
tunnel, questi segretissimi, che vengono usati per il passaggio
dei politici diretti all'estero. Leggenda popolare vuole che
quello usato dal premier Haniyeh e compagnia sia grande al punto
che ci si può passare in auto.
Link originale :
it.peacereporter.net/articolo/14147/Gaza+underground
Link a questa pagina :
http://www.terrasantalibera.org/gazaunderground.htm
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