Claudio Mutti - 4 gennaio 2010 - Eurasia-rivista.org
Roberto Gremmo, L’ebraismo armato. L’”Irgun Zvai Leumi” e gli attentati antibritannici in Italia (1946-1948), Storia Ribelle, Biella 2009
Nella notte
fra il 30 e il 31 ottobre 1946 due valige di dinamite esplosero
sul portone principale dell’ambasciata britannica di Roma, in
via XX Settembre, producendo un ampio squarcio sulla facciata
dell’edificio. Nella seduta del Consiglio dei Ministri che ebbe
luogo il giorno successivo, l’on. Emilio Sereni, ministro
dell’Assistenza Postbellica, attribuì l’attentato ad “una
organizzazione fascista italiana che aveva collegamento con
organizzazioni fasciste palestinesi”.
Si trattava di un tentativo di depistaggio, che mirava ad
allontanare i sospetti dai veri autori dell’attentato: i
terroristi ebrei dell‘Irgun Zvai Leumi.
Il ministro Sereni non solo era cognato di Ada Ascarelli, attiva
responsabile per l’Italia di una rete sionista (Mossad le
aliyà bet) che organizzava l’invio di ebrei dall’Italia
alla Palestina, ma era anche un prestigioso esponente del
Partito Comunista Italiano, che appoggiava in maniera decisa la
causa sionista. Il quotidiano del PCI “aveva solo parole di
aperta simpatia per quelli che definiva partigiani ebrei
sostenendoli a spada tratta anche quando facevano esplodere il
quartier generale britannico di Gerusalemme, una delle azioni
terroristiche più spettacolari e dirompenti” (p. 23). Infatti la
posizione filosionista del PCI (conseguente all’obbedienza del
partito agli ordini di Stalin, che si era illuso di poter
utilizzare gl’invasori della Palestina contro l’imperialismo
britannico) veniva giustificata dall’ “Unità” del 16 maggio 1948
con una tesi che Sergio Segre formulava nei termini seguenti:
“La costituzione di uno Stato ebraico progredito economicamente
e politicamente avrebbe rafforzato le forze democratico popolari
in tutti i paesi vicini” (p. 118). Stretti legami d’altronde
unirono l’apparato militare clandestino del PCI al terrorismo
sionista, almeno fino al 1953, quando l’URSS, in seguito
all’affare dei medici ebrei e all’attentato terroristico contro
la rappresentanza sovietica a Tel Aviv, ruppe finalmente le
relazioni diplomatiche col regime sionista. Ancora nel febbraio
1949, infatti, in un appartamento milanese utilizzato dalla
“Volante Rossa” viene trovata fra l’altro “una macchina per
scrivere con caratteri ebraici”, mentre a Roma – secondo una
nota informativa dei servizi segreti italiani – “le spese che
quotidianamente incontra l’IRGUN di Via Varese 31 (…) vengono in
parte sostenute dal P.C.”. Anche il controspionaggio della
Marina segnalava che “numerosi ebrei, membri dell’IRGUN, tramite
l’ambasciata russa in Italia, ricevono soccorsi in denaro ed
agevolazioni di ogni genere da personalità comuniste italiane”.
Le attività terroristiche dell’Irgun potevano contare, secondo i
rapporti stilati dai funzionari di polizia, sulla “ostinata
omertà” della massa di diecimila ebrei che si erano riversati in
Italia “con l’intendimento di emigrare in America e di
trasferirsi clandestinamente in Palestina”. Ospitati in diversi
campi profughi, questi rifugiati vivevano “per la maggior parte
dediti all’ozio usufruendo di un vitto abbondante fornito a cura
dell’U.N.R.R.A. e di numerosi generi di conforto” e praticando
un “attivo commercio di borsa nera”, quando non erano
“specializzati nel furto con destrezza”.
Una vera e propria centrale terroristica si era installata a
Torino, da dove furono inviate lettere esplosive a personalità
britanniche che rivestivano cariche ufficiali fuori
dall’Inghilterra. Per fiancheggiare l’attività clandestina
ebraica e difendere le azioni dell’Irgun, venne fondato
a Firenze un giornale che recava il titolo “L’Idea Sionistica” e
il sottotitolo “La risposta dei patrioti ebrei”; lo dirigeva
Corrado Tedeschi, che in seguito avrebbe pubblicato un periodico
di enigmistica e avrebbe anche tentato la carriera parlamentare.
Ma a revocare l’autorizzazione al periodico diretto da Tedeschi
fu un giovane sottosegretario del Ministero degl’Interni di nome
Giulio Andreotti.
Le ultime operazioni compiute in Italia dall’ebraismo armato, a
parte una serie di rapine effettuate nel milanese da “elementi
comunisti” legati al sionismo, sono gli attentati del 1949
contro alcune navi arabe in Liguria. Quanto meno, è a tali
episodi che si arresta l’indagine di Roberto Gremmo, il quale
conclude però avvertendo il lettore circa “l’esistenza d’un
occulto legame dell’eversione politica italiana con ignoti
fiancheggiatori in Israele. Un legame solido e robusto, che non
si è mai spezzato”.

