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Ahmadinejad e Obama: due attori per un finale già
scritto?
di Simone
Santini
Pubblicato il
09 Febbraio 2010
Mentre le immagini di esercitazioni missilistiche in
Iran, anche quando si tratta di test dell'industria aero-spaziale
nazionale, riempiono gli schermi dei notiziari occidentali, ingenerando
l'impressione di una incombente e oscura minaccia, ben poca eco ha
invece avuto il dispiegamento voluto da Obama delle batterie di missili
patriots nei paesi arabi del Golfo persico.
Kuwait, Bahrein, Qatar, Emirati Arabi. Ognuno di questi paesi, secondo
il generale Petraeus, riceverà due batterie di sistemi di missili
anti-missile difensivi denominati patriots, mentre negoziati sono in
corso con l'Oman. Il termine "difensivo" non deve trarre in inganno. Il
sistema è concepito per rispondere ad eventuali rappresaglie iraniane in
seguito ad un attacco che coinvolga la penisola arabica come corridoio
aereo. In questo modo Washington intende ottenere una serie di
risultati: accrescere la pressione su Teheran; rassicurare i paesi arabi
vicini senza l'intervento sul posto di truppe che potrebbero contrariare
le opinioni pubbliche di quei paesi; calmare e dissuadere Israele da un
attacco preventivo.
I paesi arabi del Golfo sono sempre più inquieti a fronte della tensione
internazionale che cresce fra Iran e Occidente e per quella che viene
avvertita come una intensificazione del paese persiano quale potenza
regionale, con effetti destabilizzanti verso le proprie minoranze sciite
interne.
Da più parti, ormai, ed in maniera sempre più esplicita, si ammette che
la crisi sul nucleare possa sfociare in un aperto conflitto. Secondo il
Washington Post il coordinamento militare tra gli Usa e questi paesi si
sta rafforzando sempre più strettamente negli ultimi anni. Con l'aiuto
americano l'Arabia Saudita sta allestendo una armata che conta circa
30mila uomini. Gli Emirati Arabi Uniti, principale cliente bellico degli
Usa, hanno speso nell' ultimo biennio 17 miliardi di dollari per sistemi
di difesa elettronici ed aerei da combattimento (tra cui 80 F-16).
L'Iran ha dunque comunicato alla AIEA l'intenzione di
procedere unilateralmente all'arricchimento del suo uranio dal 3,5% al
20% per usi civili (nella fattispecie per il settore medico
radiologico). La notizia è giunta dopo giorni di passione.
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Lo scorso 2 febbraio, il leader dell'opposizione Mir Hossein Mussavi
aveva lanciato un durissimo attacco contro le istituzioni statali,
arrivando a delegittimare dalle fondamenta il sistema della Repubblica
islamica nato dalla rivoluzione e che "mostra le radici della tirannia e
della dittatura [...] Non c'è dittatura peggiore di quella in nome della
religione [...] La più evidente manifestazione di un atteggiamento
tirannico sono i ripetuti abusi del parlamento e del potere giudiziario,
in cui abbiamo completamente perso speranza [...] Reprimere i media,
riempire le prigioni e uccidere brutalmente persone che pacificamente
chiedono il rispetto dei propri diritti dimostra che le radici della
tirannia e della dittatura sono rimaste intatte dall'epoca della
monarchia. Non credo che la rivoluzione abbia raggiunto i suoi
obiettivi".
Le dichiarazioni di Mussavi anticipavano di poche ore una apertura di
Ahamdinejad all'Occidente sulla possibilità di trasferire il nucleare
all'estero: "Non c'è davvero alcun problema. Taluni si agitano per
niente. Firmiamo un contratto. Diamo loro dell'uranio arricchito al 3,5%
e nel termine di quattro, cinque mesi, ce lo restituiscono al 20%".
L'apertura era confermata dal ministro degli Esteri Manucher Mottaki che
il 5 febbraio alla Conferenza internazionale di Monaco di Baviera sulla
sicurezza dichiarava "vicino" un accordo "soddisfacente per tutte le
parti [...] personalmente ritengo che si siano create le basi per
procedere a uno scambio in un futuro non troppo lontano".
Ma le aperture venivano immediatamente gelate dal segretario alla Difesa
americano Robert Gates: "Non ho l'impressione di vedere che siamo più
vicini ad un accordo, l'Iran non ha fatto nulla per rassicurare la
comunità internazionale della sua volontà di rispettare il Trattato di
non proliferazione o metter fine ai progressi verso un'arma nucleare".
Per la prima volta, in modo pubblico ed esplicito, Robert Gates si
schiera frontalmente contro l'Iran. È questo un passaggio determinante,
provenendo da un esponente della Amministrazione americana a capo
(almeno nel ruolo pubblico) della componente realista che aveva
auspicato il dialogo con Teheran. Ciò significa che il cambiamento di
strategia, le decisioni prese dietro le quinte nei mesi scorsi possono
ora essere dichiarate apertamente. Una sorta di chiarificazione e
accelerazione, i ponti sono stati rotti e il governo americano si muove
con compatta unità di intenti.
Non a caso il sito della televisione iraniana Press-Tv ha anche
divulgato la notizia che il capo della CIA Leon Panetta (altro esponente
ascrivibile alla "fazione" di Robert Gates) si è segretamente recato
alla fine di gennaio in Israele per incontrare il primo ministro
Netanyahu, il ministro della Difesa Ehud Barack, e il capo del Mossad
Meir Dagan. Motivo del meeting (inizialmente previsto per il mese di
maggio) la crescente possibilità di una guerra nella regione. Obiettivi
indicati: Iran, Libano, Siria, Hamas nei Territori occupati (1).
Si è arrivati infine al 7 febbraio, quando Ahmadinejad nel corso di un
discorso televisivo, ha annunciato: "Avevo detto (alle grandi potenze)
che concedevamo dai due a tre mesi (per concludere un accordo sullo
scambio di uranio) e che se non fossero stati d'accordo avremmo
cominciato da soli. Adesso, dottor Salehi (capo dell'agenzia atomica
iraniana), avviate la produzione di uranio al 20 per cento con le nostre
centrifughe".
Il proposito iraniano di procedere autonomamente, è giusto ricordarlo,
non è una provocazione o una sfida come hanno titolato la quasi totalità
dei media occidentali, ma, dal punto di vista giuridico internazionale,
l'attuazione di uno specifico diritto. L'Iran, infatti, quale
sottoscrittore del Trattato di Non Proliferazione ha la possibilità di
arricchire uranio, sotto controllo AIEA, come sta regolarmente
accadendo, per scopi civili.
Altro discorso riguarda l'opportunità politica. La risposta occidentale
è stata aspra con l'annuncio di sanzioni dure, paralizzanti. "Se la
comunità internazionale resta unita, siamo ancora in tempo perché le
pressioni sull'Iran e le sanzioni abbiano l'effetto desiderato, ma
dobbiamo lavorare insieme. La comunità internazionale ha offerto
molteplici possibilità all'Iran di rassicurare sulle sue intenzioni
riguardo al programma nucleare. Ma i risultati sono stati molto
deludenti" ha dichiarato ancora Robert Gates.
E l'ammiraglio italiano Giampaolo Di Paola, presidente del Comitato
militare della Nato, in una intervista a La Repubblica, ha illustrato il
clima cupo che si respira nelle cancellerie occidentali verso l'Iran
("su Teheran buio pesto"), e quanto le aperture iraniane come quella di
Mottaki fossero state percepite come l'ennesimo tentativo di guadagnare
tempo, "una presa in giro", la mancata comprensione della "gravità del
momento" (2).
E tuttavia, una lettura più attenta dei fatti può portare a
considerazioni molto più ragionevoli ed obiettive. Ahmadinejad e
l'Agenzia atomica iraniana hanno specificato che in caso di accordo
l'arricchimento dell'uranio può essere sospeso in qualunque momento.
Questo elemento e le aperture precedenti dimostrano quanto il governo
iraniano stia disperatamente cercando una via d'uscita e tentando di
ottenere una sponda favorevole dall'esterno.
Ahmadinejad si trova di fatto assediato all'interno del paese. Da un
lato l'onda verde che, con le parole di Mussavi, minaccia il cuore
stesso del regime; dall'altra parte l' "opposizione" conservatrice,
pronta a cogliere ogni passo falso del presidente per intaccarne il suo
blocco di potere (Alì Larijani è tornato a ripetere che l'offerta
occidentale sull'uranio è solo un "imbroglio"). Il governo, dunque, deve
mostrasi tanto forte all'interno quanto pronto ad accettare una offerta
onorevole all'esterno, a cui aggrapparsi, che gli consenta di salvare
l'intero quadro. Dimostrare debolezza potrebbe portare allo sfaldamento
del sistema; troppa durezza sfociare in un conflitto drammatico.
Diplomaticamente gli occidentali si trovano, ora, nella migliore
condizione possibile per concludere un accordo vantaggioso. Se la mano
tesa ("open hand") di Obama fosse stata sincera, è in questo frangente
che essa avrebbe dovuto mostrarsi. Invece, dopo un periodo di silenzio
sul tema, oggi (9 febbraio) arriva da Obama il segnale definitivo di
chiusura, la porta sbarrata. "L'Iran si è posto sulla strada per
ottenere la bomba. Questo è inaccettabile. [Stati Uniti e alleati
svilupperanno] un significativo regime di sanzioni". Il partito della
guerra voleva arrivare, a questo stadio del processo, in questo preciso
punto.
Un ruolo di mediazione poteva essere svolto efficacemente
dall'Italia. Per la sua storia, per i legami economici con Teheran, per
la credibilità del governo Berlusconi presso il mondo islamico, visti i
buoni rapporti con Gheddafi e le ultime affermazioni sui crimini del
colonialismo italiano in Africa che ottima impressione avevano destato
dall'altra parte del Mediterraneo. Questo credito è stato completamente
bruciato con la recente visita del premier in Israele ed il discorso
pronunciato alla Knesset.
Il riposizionamento della politica estera italiana totalmente a favore
di Israele, le accuse rivolte all'Iran e la giustificazione
dell'operazione "piombo fuso" a Gaza, hanno avuto l'effetto diplomatico,
questo sì, di una bomba nucleare sui rapporti bilaterali con Teheran.
Anche analisti prudenti come Lucio Caracciolo hanno avvertito la
problematicità dello strappo: "Gli attacchi senza precedenti di Silvio
Berlusconi al regime iraniano rappresentano probabilmente anche il
frutto dei suoi recenti incontri con i dirigenti israeliani. [...] Nel
nostro rapporto con Gerusalemme verremo valutati soprattutto per quello
che vorremo e sapremo fare contro Teheran. In particolare, bisognerà
vedere fino a che punto saremo disposti a sacrificare i nostri
tradizionali, corposi vincoli economici e commerciali con l'Iran. [...]
In ogni caso, i prossimi mesi saranno decisivi. Se le sanzioni non ci
saranno o saranno inefficaci, è possibile che non solo in Israele, ma
anche negli Stati Uniti torni a farsi sentire il partito del
bombardamento, come unica alternativa alla bomba atomica iraniana.
In
quel contesto, evidentemente, noi italiani avremmo poco da dire. Ma
certamente saremmo tra i primi a subire direttamente e indirettamente le
conseguenze di una guerra. I nostri uomini in Libano e Afghanistan sono,
di fatto, sotto un ambiguo ombrello di protezione iraniano. È ovvio che,
in caso di conflitto, questa protezione cadrà. I nostri contingenti
sarebbero probabilmente oggetto delle prime rappresaglie iraniane. Ma
non è detto che queste considerazioni siano state presenti a Berlusconi
nel momento in cui si lanciava nell'offensiva verbale contro Teheran"
(3).
Il tentativo odierno dell'assalto all'ambasciata italiana in Iran mostra
quanto delicato sia il momento. Da possibili pompieri ci troviamo nel
mezzo del fuoco che abbiamo contribuito ad accendere. Ma i tafferugli
che sono avvenuti devono preoccupare anche in altro senso.
Quello che Caracciolo chiama "il partito del
bombardamento" necessita di un ulteriore scatto nell'escalation della
crisi. In vista dell'11 febbraio, anniversario della vittoria della
rivoluzione islamica, è previsto un picco di tensione negli scontri di
piazza. Le azioni verso le ambasciate occidentali denunciano l'esistenza
di gruppi di ultrà (ispirati chissà da chi) che si stanno predisponendo
allo scontro, col rischio di autentici scontri civili fra opposte
fazioni. Uno scenario che potrebbe facilmente degenerare e sfociare
nell'imposizione della legge marziale, arresti indiscriminati (se non
peggio) tra la popolazione e tra i leaders del movimento di protesta.
Insomma, una sorta di colpo di stato militarista non più strisciante ma
palese. A quel punto l'allarme verso un paese non più sotto controllo (e
determinato ad avere la bomba) equivarrebbe ad uno stato di urgenza e
necessità che può giustificare qualunque intervento dall'esterno.
di Simone
Santini
Pubblicato il
09 Febbraio 2010
http://www.clarissa.it/esteri_int.php?id=1265
(1) Secret CIA-Mossad meeting, preparation for new war?
Press-Tv
http://www.presstv.ir/detail.aspx?id=117579§ionid=351020202
(2) "L'Iran nucleare minaccia del secolo". L'allarme dell'ammiraglio Di
Paola. La Repubblica, 7 febbraio 2010.
http://www.repubblica.it/esteri/2010/02/07/news/di_paola_iran-2222233/
(3) "Se Berlusconi lancia l'offensiva anti Iran", Lucio Caracciolo
http://temi.repubblica.it/limes/se-berlusconi-lancia-loffensiva-anti-iran/10777Si
http://www.clarissa.it/esteri_int.php?id=1265
http://www.ariannaeditrice.it/articolo.php?id_articolo=30523
http://www.terrasantalibera.org/iran_finale_scritto.htm
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