L'Iran nella strategia
del ragno
di
Simone Santini - 25 Ottobre 2009 - Centro Libero Analisi e
Ricerche

Il momento è decisivo. Teheran ha chiesto ancora alcuni giorni per
decidere se accettare la proposta di compromesso uscita dai negoziati
di Vienna sul suo programma nucleare. Ripercorrere la cronistoria
degli avvenimenti dell'ultima settimana fa capire quanto delicato e
pericoloso sia questo frangente.
Domenica 18 ottobre, mattina. Un attentato nella regione del
Sistan-Belucistan, nel sud-est dell'Iran, incrocio dei confini con
Pakistan e Afghanistan, scuote il paese. Obbiettivo è il corpo dei
Guardiani della Rivoluzione (Pasdaran), la potente milizia militare
che è uno degli architrave del regime. Muoiono circa trenta persone,
altrettanti i feriti. Tra le vittime sei alti ufficiali dei pasdaran,
tra cui il vicecomandante generale Nurali Shushtari, capo dello
storico battaglione Al Quds.
Una delegazione dei Guardiani, al momento dell'attacco, era in
procinto di incontrarsi con l'assemblea dei rappresentanti dei clan
sciiti e sunniti della tormentata regione. Il Belucistan sta vivendo
una ondata di terrorismo in cui si mescolano rivendicazioni
indipendentiste etniche e religiose con interessi criminali del
traffico internazionale di droga e l'oscura azione di servizi segreti
di varie potenze, regionali ed internazionali.
L'attentato è rivendicato dal gruppo sunnita Jundallah (soldati di
Dio), già autore di precedenti sanguinosi attacchi, ma fin da subito
le autorità iraniane puntano il dito verso quelli che ritengono i
reali ispiratori.
Vera responsabile è "l'arroganza globale", rappresentata da Stati
Uniti, Gran Bretagna, Israele. Per il presidente Ahmadinejad si tratta
di "un crimine perpetrato da agenti degli stranieri". Ancora più duro
il presidente del Parlamento Ali Larijani: "Riteniamo che gli ultimi
attentati terroristici derivino dall'azione degli Stati Uniti e
dimostrino l'animosità degli Stati Uniti nei riguardi del nostro
Paese. [...] Obama aveva detto che tendeva la mano all'Iran, ma con
quest'azione la sua mano l'ha bruciata. Il popolo iraniano ha ragione
di non credere ai cambiamenti promessi dal governo americano, che è
contro i loro interessi". La radio nazionale ha chiamato direttamente
in causa la Gran Bretagna, mentre il comandante generale dei Pasdaran,
Mohammad Ali Jafari, dopo aver accusato i servizi segreti di Usa, Gran
Bretagna e Pakistan di aver creato e di manovrare il gruppo Jundallah,
ha accusato Usa e Israele per lo specifico attacco, promettendo
"misure di rappresaglia" e di stroncare il terrorismo.
Il portavoce del dipartimento di Stato americano, Ian Kelly, ha
espresso condanna e cordoglio per l'attentato aggiungendo con nettezza
che «le notizie di un presunto coinvolgimento degli Stati Uniti sono
completamente false».
Il giorno successivo, lunedì 19 ottobre. Si apre la sessione dei
negoziati a Vienna presso l'Agenzia atomica internazionale tra Stati
Uniti, Francia, Russia e Iran. Materia della trattativa è l'attuazione
tecnica del principio raggiunto ad inizio mese con i colloqui di
Ginevra, tra Teheran ed il cosiddetto "sestetto", in cui l'Iran aveva
aperto alla possibilità di trasferire il proprio uranio presso un
paese terzo per l'arricchimento destinato a scopi civili.
La delegazione iraniana è giunta a Vienna in un clima molto teso,
accompagnata da dichiarazioni contrastanti che segnalano un
irrigidimento delle posizioni. Per il portavoce dell'organizzazione
iraniana per l'energia atomica, Ali Shirzadian, l'Iran proseguirà
ugualmente l'arricchimento dell'uranio anche se lo dovesse ricevere
già arricchito dall'estero. Si tratta di una dichiarazione forse solo
destinata ad alzare la posta, ma che di certo contrasta con i
desiderata americani, che anzi, fino ai precedenti colloqui di
Ginevra, avevano sempre puntato ad una cessazione unilaterale
dell'arricchimento dell'uranio come precondizione. Più conciliante ma
ferma la dichiarazione di Ahmadinejad sulle conseguenze dell'attentato
verso le trattative: "Non credo vi saranno problemi ai prossimi
negoziati. Se qualcuno vorrà crearli, non ci riuscirà, e se ci
riuscirà ne subirà le conseguenze".

I problemi da risolvere sono sinteticamente questi: l'Iran possiede
attualmente circa 1500 kg di uranio certificati e ufficialmente
denunciati alla Aiea e che sono stati autonomamente arricchiti, sotto
controllo della stessa agenzia, fino al 5%. Per costruire una bomba
sono necessari circa 1000 kg arricchiti oltre il 90%. Per scopi
pacifici e civili (usi medici e per la produzione di energia) è
sufficiente un arricchimento dell'uranio inferiore al 20%.
Quale aderente al Trattato di Non Proliferazione nucleare l'Iran
avrebbe tutto il diritto di sviluppare, sotto controllo Aiea, un
programma nucleare civile, ma la comunità internazionale (Paesi
occidentali ed Israele in testa) teme che l'uso civile altro non sia
che l'anticamera alla produzione della bomba. È evidente che la
cartina di tornasole diventi il livello di arricchimento dell'uranio e
quanto questo possa essere posto sotto tutela e dunque controllato.
Già dal primo giorno di colloqui la soluzione appare tecnicamente
delineata. All'Iran sarebbe chiesto di trasferire gran parte del suo
uranio in Russia che procederebbe al suo arricchimento fino al 19,75%,
utile agli scopi pacifici. Questo non impedirebbe, tuttavia, che una
volta restituito l'uranio possa essere a sua volta sottoposto ad un
ulteriore processo. È necessario quindi un successivo passaggio,
ovvero la riduzione del materiale radioattivo "grezzo" in barre già
predisposte per il loro utilizzo specifico, senza dunque possibilità
di nuovi trattamenti. Solo a quel punto il materiale fissile
tornerebbe in Iran.
Questo secondo e decisivo trasferimento è stato riservato dalla Aiea,
in accordo con il "sestetto", alla Francia, che ha sia le capacità
tecnologiche necessarie sia un apprezzamento di tipo politico che
rassicurerebbe, ad esempio, anche Israele.
Ma in questo tipo di trattative il diavolo si nasconde nelle pieghe
dell'accordo. La Francia, infatti, esige subito una condizione che
rischia di far saltare il negoziato. Se l'Agenzia chiede all'Iran il
trasferimento dell'80% dell'uranio in suo possesso (pari a circa 1200
kg, in modo da impedire il crearsi di una riserva che possa essere
stornata per altri scopi), Parigi pretende che tale trasferimento
avvenga tutto e subito, in una unica soluzione, entro la fine
dell'anno.
Teheran, invece, vorrebbe effettuare più trasferimenti, per
dilazionare il processo nel tempo e testando così la sua validità e
soprattutto l'affidabilità delle parti. Appare chiaro, infatti, che
una volta trasferiti tutti i 1200 kg di uranio in un sol colpo, se un
qualunque problema diplomatico bloccasse la procedura, l'Iran si
troverebbe di fatto nella condizione di vedere congelato il suo
programma, magari sotto pressioni o ricatti esterni, senza più alcun
controllo diretto ed indipendente.
Tuttavia si potrebbe interpretare la modalità di più invii con
quantità ridotte come un tentativo di guadagnare tempo: si cede una
quantità di uranio, col rischio di vederlo bloccato ma con danni
limitati, mentre si procede in maniera occulta all'arricchimento delle
riserve che si detengono, sufficienti per un ordigno. Si tratterebbe
in realtà di una possibilità solo teorica poiché richiederebbe tempi
lunghi, la necessità di sfuggire ai controlli della Aiea,
impossibilità di test militari di verifica per mancanza di materiale.
In ogni caso le due posizioni riflettono quella mancanza di "reciproca
fiducia" che il direttore della Aiea, El Baradei, poneva come base per
la buona riuscita del negoziato.
Martedì, 20 ottobre. L'Iran butta sul tavolo la risposta dirompente
alla condizione francese: Teheran chiede che i transalpini vengano
esclusi dal negoziato, gli iraniani vogliono trattare direttamente
solo con Stati Uniti e Russia. La dichiarazione del ministro degli
Esteri Mottaki è lapidaria: "Stati Uniti e Russia hanno accettato di
partecipare ai negoziati per fornire il combustibile. Dunque le
trattative vanno condotte tra noi e loro alla presenza dell'Agenzia.
Non ci serve molto combustibile e non ci serve la presenza di molti
paesi. Non c'è alcun motivo che la Francia sia presente". Gli iraniani
mostrano così di non fidarsi affatto dei francesi. Per quale motivo?
In questo ultimo anno la Francia è stato il paese europeo più esposto
nel contrasto al programma nucleare iraniano, o più semplicemente alla
possibilità che il paese degli ayatollah assurga al ruolo di potenza
regionale. Hanno giocato una funzione in tal senso sia la vicinanza
ideologica dell'attuale leadership con la politica di Israele, sia gli
interessi nazionali che legano Parigi con le aristocrazie
arabo-sunnite del Golfo, nemiche storiche dello sciismo persiano.
A settembre si era anche rischiata la rottura diplomatica sul caso
della ricercatrice francese Clotilde Reiss arrestata e accusata di
spionaggio dalle autorità iraniane per il suo ruolo nei disordini
post-elettorali; il presidente Sarkozy era stato sprezzante
("immaginate l'arma nucleare nelle mani di questa gente, è del tutto
inaccettabile... il dialogo non procede, aspetteremo fino a dicembre,
non oltre") ed altrettanto la risposta di Ahmadinejad ("la Francia si
merita dirigenti ben migliori di questi"); e Sarkozy, insieme ad Obama
e Brown, durante la celebre pubblica dichiarazione ai margini del G-8
di Pittsburgh, aveva accusato la leadership iraniana di aver mentito e
tenuto segreta la costruzione del sito nucleare di Qom.
A questo si deve aggiungere un annoso contenzioso tra Parigi e Teheran
proprio in merito a forniture di combustibile nucleare. L'Iran è,
infatti, fin dai tempi dello shah Pahlevi, proprietario al 10% di
Eurodif, la società francese sotto controllo statale che produce i
reattori nucleari e l'uranio arricchito delle centrali transalpine.
Ma, in seguito alla rivoluzione khomeinista, Parigi ha congelato
(almeno ufficialmente) la posizione di Teheran, al punto che
recentemente un dirigente della società (anche in seguito a notizie
apparse sulla stampa sul particolare rapporto tra Francia e Iran in
merito al nucleare)(1) ha fatto sapere che "l'Iran non ha mai ricevuto
neppure un grammo di uranio arricchito dalla Francia. L'Iran è un
partner dormiente di Eurodif".
Eppure gli iraniani ritengono di aver diritto a quell'uranio. In una
intervista a Le Monde, in seguito alla richiesta iraniana di escludere
dai negoziati di Vienna la Francia, il presidente del Parlamento
Larijani ha dichiarato che gli iraniani "non hanno alcuna animosità
verso i francesi". "Davvero?" incalza l'intervistatore. "In effetti"
risponde serafico Larijani "è vero che già da tempo i francesi ci
hanno confiscato 60 tonnellate di esafluoruro d'uranio. Non ce l'hanno
mai restituito. Eppure non c'è ragione perché la Francia sia nostra
nemica".
Ma il ministro degli Esteri Mottaki ha rincarato la dose: "La Francia,
dopo aver mancato in passato di assolvere ai suoi obblighi, non
rappresenta più un partner affidabile per fornire combustibile
nucleare all'Iran".
La richiesta francese di fornitura integrale di tutto l'uranio
iraniano in una unica soluzione deve aver fatto suonare qualche
allarme a Teheran: Parigi sta forse preparando una trappola per
bloccare il nostro programma?
Mercoledì, 21 ottobre. Con la posizione iraniana verso la Francia
il negoziato è di fatto bloccato. Il direttore dell'Agenzia atomica,
El Baradei, azzarda il tutto per tutto, consapevole che una impasse
nei negoziati, visto il clima diplomatico internazionale, significa un
suo fallimento con tutte le drammatiche conseguenze. È del resto
l'ultima occasione per il direttore, in scadenza di mandato, di vedere
risolversi il dossier con un successo.
El Baradei stila una bozza di accordo che implementi tutti gli aspetti
trattati fino a quel punto e la sottopone ai quattro paesi
interessati. Hanno due giorni di tempo per accettarla e chiudere la
partita.
El Baradei ha escogitato una soluzione sottile per tenere insieme
tutte le posizioni, una soluzione che potrebbe accontentare l'Iran ma
che non esclude la Francia. Formalmente l'accordo sull'arricchimento
all'estero lega solo Russia e Iran, Mosca si fa garante dell'intero
processo. Ma a sua volta potrà "sub-appaltare" ad altri alcune fasi
della procedura, come la realizzazione delle barre in Francia.
Di fatto il pericolo paventato da Teheran rimane sempre incombente, ma
la garanzia russa potrebbe anche bastare. Possibilista appare da
subito il capo-negoziatore iraniano Ali Ashqar Soltanieh secondo cui
benché "la Francia abbia annunciato di essere pronta a far parte
dell'accordo, sono i russi, come si può constatare, ad essere
responsabili del contratto nel suo insieme... l'intesa è
costruttiva... stiamo cooperando pienamente, dobbiamo ancora valutare
il testo, tornarvi su e arrivare a una soluzione amichevole".
Venerdì 23 novembre, pomeriggio. Nella giornata precedente sono
giunte una dopo l'altra le dichiarazioni, scontate, di accettazione
della proposta El Baradei da parte di Russia, Stati Uniti, e Francia.
Si attende con trepidazione una risposta da Teheran, mentre mancano
ormai poche ore alla scadenza del termine. A metà pomeriggio le
agenzie cominciano a battere la notizia. È una doccia fredda. "L'Iran
rifiuta l'accordo" riportano i primi lanci; "schiaffo" di Teheran alla
comunità internazionale, titola La Repubblica on-line.
La posizione tuttavia non è ufficiale, a darne notizia è stata la
televisione iraniana in lingua inglese Press Tv citando una fonte
interna ai negoziatori. Dai successivi particolari si capisce meglio
il quadro. Da Teheran non è giunto un rifiuto quanto una
controproposta: in linea coi timori di vedere bloccato il proprio
programma, piuttosto del trasferimento immediato all'estero dell'80%
del suo combustibile a basso arricchimento, l'Iran vorrebbe acquistare
direttamente l'uranio che gli serve già arricchito, evidentemente di
volta in volta secondo le necessità. I dettagli non sono chiari ma
secondo la fonte si attende una "risposta positiva" da parte delle
grandi potenze, le quali da parte loro, si dice con un certo sarcasmo,
"hanno semplicemente dato una risposta positiva alle loro stesse
proposte... ciò che è davvero sorprendente!".
La controproposta iraniana è apparsa subito debole e più che altro
atta a prendere tempo, non sembrando risolvere i problemi avanzati,
legittimamente o meno, da Usa e Francia. Se questa fosse la posizione
definitiva il negoziato sarebbe destinato a chiudersi lì con un
fallimento.
Ma non passano alcune ore che arriva il nuovo colpo di scena: l'Iran
sta ancora studiando la proposta e chiede una proroga di alcuni
giorni. Dalla Aiea sono ottimisti, in un loro comunicato si legge:
"L'Iran ha informato il direttore generale che sta valutando la
proposta in profondità e con attitudine favorevole, ma ha detto di
aver bisogno di tempo fino alla metà della prossima settimana prima di
poter fornire una risposta".
Anche gli americani decidono di aspettare: "Ovviamente speravamo in
una risposta oggi. Per noi è urgente. Ma speriamo che la prossima
settimana la risposta sia positiva", ha riferito il portavoce del
Dipartimento di Stato Ian Kelly.
I prossimi giorni saranno dunque determinanti, possono significare
una svolta di pace per tutta l'area mediorentale o l'avvitarsi verso
uno scenario di escalation della crisi con esiti fatali. Si immagina
che proprio in queste ore siano febbrili i contatti sotterranei, le
rassicurazioni e i trabocchetti delle diplomazie segrete tra le parti
che vogliono l'accordo e quelle che mirano al suo fallimento.
Teheran ha sicuramente in mano il cerino, dalla lungimiranza della
leadership iraniana dipende tutto. Le notizie contrastanti giunte
nella giornata di venerdì, le iniziali voci di rifiuto dell'accordo,
la controproposta, quindi la richiesta di ulteriore tempo, sono
segnali affatto rassicuranti e che probabilmente testimoniano di uno
scontro di potere interno al regime. Arduo individuare gli attori di
questo scontro ed a quali interessi rispondano maggiormente, se
personali, di blocchi di potere, o internazionali.
Certamente il clima, che si è creato in Iran dopo la destabilizzazione
post-elettorale e la strategia della tensione terroristica, non aiuta
ad affrontare con serenità un momento così delicato. Di fondo
riteniamo possano confrontarsi due anime.
Una militarista, rappresentata dal blocco dei pasdaran, che secondo
studi recenti controlla circa un terzo della società iraniana, anche
per le sue articolazioni economiche, finanziarie, ed amministrative.
Tale fazione può temere un ridimensionamento del ruolo di potenza
indipendente dell'Iran a causa di un progressivo riallineamento
all'Occidente. Perdita di un ruolo "rivoluzionario" sul piano
internazionale significa anche perdita delle posizioni di potere
acquisite internamente.
L'altra anima è quella realista, soprattutto dei conservatori
pragmatici, che rappresentano in qualche modo, nell'attuale esecutivo,
la minoranza della maggioranza, ma anche dei riformisti nazionalisti.
Costoro vorrebbero una apertura all'Occidente mantenendo intatte le
strutture della Repubblica islamica, così da sfruttare al meglio le
opportunità di sviluppo derivanti dalla posizione strategica
dell'Iran. La grande difficoltà di questa parte è la sua divisione
politica interna e anche la possibilità che nel campo riformista
esistano settori che mirano a ribaltare il tavolo, secondo la logica
del tanto peggio tanto meglio, puntando alla dissoluzione delle
strutture di potere attuali.
Khamenei, la guida suprema, ed il presidente Ahmadinejad, si trovano
nella scomodissima posizione di cercare una sintesi fra queste
pulsioni, a loro volta, probabilmente, non perfettamente allineati,
potendosi maggiormente ascrivere Khamenei al campo "realista" e
Ahmadinejad a quello "militarista".
Gli iraniani sono dunque invischiati in una rete di interessi,
ideologie, pressioni e manipolazioni esterne, che possono far perdere
di vista il perseguimento del bene supremo dell'interesse nazionale e
della patria. È certo spiacevole che una nazione come l'Iran, che ha
storicamente dimostrato il suo ruolo progressivo nelle sorti
dell'umanità, si ritrovi nella posizione di dover contrattare con
potenze straniere quello che è un proprio diritto, l'accesso alle
tecnologie nucleari, mentre altri paesi si arrogano il giudizio sul
bene o il male altrui mentre sfregiano in continuazione il diritto
internazionale e dei popoli. E, tuttavia, questa è la situazione di
fatto.
Obbiettivo superiore della dirigenza della Repubblica islamica è, in
questo momento, la difesa del suo popolo dai nemici che ne vogliono
l'annichilimento e la divisione che solo uno stato di guerra può
portare. A costo di qualunque sacrificio e rischio questo dovrà essere
evitato.
(1) Vizi privati e pubbliche virtù: l'Occidente finanzia e controlla
il nucleare iraniano.
http://www.megachipdue.info/tematiche/guerra-e-verita/547-vizi-privati-e-pubbliche-virtu-loccidente-finanzia-e-controlla-il-nucleare-iraniano.html
Fonte: Centro Libero Analisi e Ricerche - Clarissa.it
http://www.clarissa.it/esteri_int.php?id=1239
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