I risultati delle elezioni israeliane hanno confermato che
Israele si sposta verso posizioni estremiste. Questa tendenza ha
avuto inizio con le elezioni del 1996, che portarono al potere
Benjamin Netanyahu, il leader del Likud.
A partire da quella data non vi sono più "falchi e colombe"
in Israele: il fronte della pace e della sinistra ha subito un
crollo pressoché totale. In Israele non resta che un unico
fronte, il fronte dell’estremismo e della guerra. La
competizione alle ultime elezioni israeliane è stata
principalmente una competizione fra la destra e la destra
estrema.
Malgrado ciò, ritengo che Netanyahu non chiuderà
completamente la porta ai negoziati, perfino se dovesse formare
un governo esclusivamente di destra, poiché egli si rende conto
che dei negoziati che non portano nulla ai palestinesi sono una
"gallina dalle uova d’oro" per Israele. Perciò egli non si
opporrà ad una ripresa delle trattative.
Si, non meravigliatevi di questo. Poiché il problema con la
destra di Israele non sta nei negoziati in quanto tali, ma nelle
"concessioni" che Israele potrà offrire, e nei benefici che
potrà ricavare. Molto più importante è ciò che Israele fa sul
terreno, all’ombra di tutti i governi israeliani, a prescindere
dalla loro composizione – ovvero l’applicazione di quella
politica che consiste nell’imposizione del fatto compiuto, e che
rende la soluzione israeliana l’unica soluzione che di fatto
rimane sul tappeto.
Naturalmente sarà difficile per Netanyahu costituire un
governo esclusivamente di destra, poiché sarebbe difficile far
accettare un simile governo all’America ed alla comunità
internazionale, e la sua stessa composizione non sarebbe affatto
facile alla luce delle notevoli divergenze esistenti fra i
partiti di destra laici e quelli religiosi.
Anche per Tzipi Livni sarà difficile formare un governo,
perché i partiti di destra preferiscono Netanyahu e il Likud, e
lei sarebbe costretta a coinvolgere diversi partiti della destra
per ottenere la fiducia alla Knesset. Ciò richiede che la Livni
accetti condizioni politiche e finanziarie che condizionerebbero
questo governo rendendolo non molto diverso da un governo di
destra guidato da Netanyahu.
Gli scenari più probabili, per la formazione del futuro
governo israeliano, sono quelli che prevedono un governo
allargato, o un governo di unità nazionale, a cui prenderebbero
parte quasi tutti – o tutti e quattro – i principali partiti
israeliani. Se dovesse nascere un governo del genere, sarebbe un
governo di guerra, soprattutto contro l’Iran, qualora
l’amministrazione americana non dovesse riuscire a convincere
Teheran a rinunciare al suo programma nucleare. Inoltre esso
sarebbe un governo di paralisi rispetto al processo di pace, pur
senza chiudere la porta alla ripresa dei negoziati. Anzi, un
governo di unità nazionale sarà in grado, o cercherà, di
"vendere" nuovamente l’illusione della pace, poiché esso potrà
riprendere i negoziati senza nessun obbligo, da parte
israeliana, che sia paragonabile ai pur vaghi obblighi che i
governi israeliani precedenti avevano accettato.
Se la trattativa riprenderà, sarà una trattativa fine a se
stessa, che si concentrerà su passi volti a costruire la
fiducia, a migliorare l’economia, a rafforzare i servizi di
sicurezza dell’Autorità Palestinese, affinché siano in grado di
combattere il "terrorismo". Una trattativa del genere avrà come
massimo obiettivo una forma di autogoverno per i palestinesi, e
sarà priva di qualsiasi principio chiaro e vincolante. Io metto
in guardia dal negoziare con un simile governo. Se infatti
Israele, sotto la guida di Kadima e del Partito Laburista – due
formazioni meno estremiste – non ha fatto un’offerta che il
presidente Abu Mazen, pur con tutta la sua moderazione, potesse
accettare, come potrà lo stato ebraico fare un’offerta migliore,
o meno negativa, sotto la guida di un governo composto dal Likud
e da Yisrael Beiteinu, due partiti ancora più estremisti?
Quanto detto fin qui significa che i risultati delle elezioni
israeliane forniscono un’ulteriore base per una rinnovata unità
palestinese. Infatti, una delle maggiori fonti di contrasto fra
i palestinesi è proprio la questione dei negoziati e del
cosiddetto processo di pace, una questione che – alla luce dei
risultati attuali – potrebbe essere notevolmente ridimensionata,
o addirittura scomparire. Quello che offrirà il prossimo governo
israeliano sarà infatti al di sotto di quanto potranno accettare
anche i palestinesi più moderati. La destra israeliana non fa
differenza fra i palestinesi, non distingue tra Fatah e Hamas,
tra "moderati" ed "estremisti", e ritiene che un buon
palestinese sia un palestinese morto, o un palestinese che
lavora al suo servizio. Un palestinese moderato è invece una
minaccia non minore – se non addirittura maggiore – di un
palestinese estremista.
Fermare i negoziati e creare nuove basi
In questo contesto i palestinesi e gli arabi devono
riconsiderare il processo di pace ed i negoziati, per trarne i
dovuti insegnamenti. Proseguire con i negoziati, malgrado tutto
ciò che è accaduto e che potrebbe accadere con la vittoria degli
estremisti alla Knesset israeliana, non costituisce soltanto un
errore, ma significa oltrepassare ogni residua linea rossa.
All’interno di Israele prevalgono in questo momento gli appelli
alla guerra, all’espansionismo, alla costruzione degli
insediamenti, ed al razzismo. Se gli arabi continueranno a
mendicare la pace, ciò non farà che aumentare le bramosie degli
israeliani in questo senso. Ciò che Israele può offrire in
questo momento agli arabi è "la pace in cambio della pace", e
non in cambio della terra e del diritto all’autodeterminazione
dei palestinesi, della creazione di uno stato palestinese
indipendente e sovrano con capitale Gerusalemme, e di una giusta
soluzione del problema dei profughi in accordo con la
risoluzione 194 dell’ONU.
Qualcuno potrebbe dire – come sentiamo affermare in alcuni
ambienti palestinesi e arabi, e nella maggior parte degli
ambienti israeliani ed americani – che la destra israeliana è
quella maggiormente in grado di realizzare la pace, poiché nel
momento in cui essa prenderà una decisione del genere non potrà
che avere il sostegno del centro e della sinistra israeliana, al
contrario di quanto avviene se al governo si trova la sinistra,
poiché quest’ultima incontra l’opposizione della destra che
impedisce di realizzare la pace. Per dimostrare questa tesi, i
suoi sostenitori citano il fatto che fu la destra israeliana
guidata da Menachem Begin a firmare la pace con l’Egitto ed a
ritirarsi dal Sinai; fu la destra guidata dallo stesso Netanyahu
a decidere il "ritiro" da al-Khalil (Hebron per gli
israeliani (N.d.T.) ), ed a firmare il Memorandum di Wye
River; e fu la destra guidata da Ariel Sharon a "ritirarsi" da
Gaza.
In risposta a queste affermazioni posso dire che per gli
israeliani, ed in particolare per la destra israeliana, il
processo di pace con i palestinesi differisce radicalmente dal
processo di pace con gli altri paesi arabi. Fu la sinistra
israeliana guidata dal Partito Laburista a firmare gli accordi
di Oslo, e fu la destra che li distrusse, aiutata in questo dal
Partito Laburista sotto la leadership di Ehud Barak, il quale si
avvicinò alla destra contraddicendo gli orientamenti del partito
ai tempi di Yitzhak Rabin.
Il ritiro dal Sinai avvenne in circostanze molto differenti
sia a livello arabo che internazionale. A quell’epoca vi era una
solidarietà araba, ed un blocco socialista guidato dall’Unione
Sovietica, e vi era un presidente americano determinato ad
ottenere un successo storico. Inoltre, in cambio del ritiro dal
Sinai Israele riuscì a escludere l’Egitto – il paese guida del
mondo arabo – dall’equazione del conflitto, e ad isolare gli
altri arabi, ed in particolare i palestinesi. Dopo il trattato
di pace israelo-egiziano, lo stato ebraico portò a termine piani
di aggressione e di espansione coloniale e razzista senza
precedenti, e scatenò una guerra totale contro il Libano nel
1982, il cui risultato fu, tra l’altro, l’espulsione della
leadership dell’OLP e delle forze palestinesi dal Libano.
Quanto a Netanyahu, non fu lui il responsabile della
decisione di colonizzare Jabal Abu Ghneim (l’attuale
insediamento di Har Homa, a sudest di Gerusalemme (N.d.T.)
), portando alla "rivolta dei tunnel" del 1996 (rivolta che
trae il suo nome dagli scavi compiuti dalle autorità israeliane
sotto la spianata delle moschee (N.d.T.) )? Non fu
Netanyahu, insieme ai neocon americani guidati da Richard Perle,
a redigere il documento del 1995 che mirava a distruggere gli
accordi di Oslo poiché essi erano una "catastrofe" – secondo
loro – per Israele? La domanda è: dove sono gli accordi di Oslo?
Risposta: sono stati superati dagli eventi, e sono stati
consegnati alla storia.
Quanto all’accordo su al-Khalil, fu un accordo parziale che
non prevedeva un ritiro da al-Khalil, ma un ridispiegamento, e
fu accompagnato dalla spartizione di al-Khalil in due settori,
H1 e H2, cosa che permise a centinaia di coloni israeliani di
insediarsi nel centro della città, rendendo la vita dei suoi
abitanti un inferno.
Quanto al Memorandum di Wye River, relativo al
ridispiegamento delle forze israeliane (che comportava il
parziale trasferimento della gestione della sicurezza dei
territori palestinesi all’ANP, in applicazione del precedente
accordo ad interim del settembre 1995, nella cornice degli
accordi di Oslo (N.d.T.) ), rimase lettera morta poiché
Netanyahu si pentì di averlo firmato e lo rese inapplicabile
andando ad elezioni anticipate, le quali portarono alla vittoria
di Ehud Barak, leader del Partito Laburista, che si rifiutò di
ottemperare agli obblighi israeliani derivanti dagli accordi di
Oslo, e di integrarli con il negoziato sullo "status finale".
Allo stato attuale, il Likud è diventato ancora più
estremista, al punto che due terzi dei suoi leader sono
considerati più estremisti dello stesso Netanyahu. Quanto alla
decisione di Sharon di rompere i legami con la Striscia di Gaza,
ritengo che ciò che è accaduto dopo l’applicazione di quella
decisione sia sufficiente a dimostrare che essa non
rappresentava una passo verso la pace, ma un passo indietro a
Gaza al fine di separare la Cisgiordania dalla Striscia e di far
fare ad Israele dieci passi in avanti nel rafforzamento
dell’occupazione in Cisgiordania, ed al fine di tagliare la
strada alle iniziative arabe ed internazionali volte a risolvere
il conflitto, facendo in modo che tutti gli sforzi ruotassero
attorno all’iniziativa israeliana.
I palestinesi e gli arabi devono rendersi conto una volta per
tutte che Israele non vuole la pace e non è pronta per la pace,
e che ora è diventata più estremista poiché non è riuscita ad
imporre la "pace israeliana" ai palestinesi né al vertice di
Camp David del 2000 né tramite il processo di Annapolis nel
corso del 2008. Perciò Israele intende giocare le sue ultime
carte utilizzando la destra e la destra estrema, la quale
sostiene di essere in grado di portare a termine le guerre in
cui Israele si era impegnata senza vincerle, in particolare in
Libano nel 2006 e a Gaza nel 2009, e pretende di apprestarsi a
scatenare le guerre che Israele non aveva ancora scatenato, in
particolare contro la Siria e l’Iran.
Una prova difficile per Obama
Vi è un solo fattore che è contrario a Israele in questo
momento, ed è il fatto che alla Casa Bianca vi è un nuovo
presidente americano che propone il cambiamento negli Stati
Uniti ed in tutto il mondo. Egli è giunto dopo la partenza del
presidente americano che più di ogni altro aveva sostenuto
Israele, e la cui amministrazione aveva portato ad una serie di
fallimenti, di guerre e di gravi crisi finanziarie. Ciò richiede
ora la promozione di una politica del dialogo, degli incentivi,
della cooperazione e delle soluzioni mediate. Tutto ciò spinge
Israele a cambiare, almeno un po’.
Ma invece di far questo, Israele si è orientata ancor di più
verso la destra e l’estremismo, al punto da rendere la missione
del nuovo presidente americano molto più difficile. In questo
contesto, Israele scommette sulla sua amicizia strategica con
gli Stati Uniti, sulla lobby sionista e sui gruppi di pressione
che sostengono lo stato ebraico, cosa che potrebbe spingere il
presidente americano a pensarci bene prima di esercitare
pressioni serie nei confronti di Tel Aviv. Perciò, egli
probabilmente si accontenterà di gestire il conflitto, e non
cercherà di risolverlo. Questa è la condotta americana che ci
attendiamo, ed è quella che dà le migliori garanzie a
Washington, poiché al massimo può portare ad alcune divergenze
fra gli Stati Uniti ed Israele, ed a pressioni americane nei
confronti dello stato ebraico su questioni secondarie.
L’amministrazione americana ed il mondo non eserciteranno reali
pressioni nei confronti del prossimo governo israeliano, a
prescindere da quanto esso sarà aggressivo ed estremista. Le
pressioni del mondo spettano solo ai palestinesi.
Quello che temo è che gli arabi ed i palestinesi
dimenticheranno tutti i segnali ostili lanciati dal nuovo
governo israeliano, qualunque esso sia, e continueranno ad
aggrapparsi all’illusione che il presidente americano eserciterà
pressioni su Israele. Il timore è che essi si affretteranno a
dire: aspettiamo e vediamo, continuiamo a tendere la mano araba,
attraverso l’iniziativa di pace, senza "armare" questa
iniziativa di alcuna difesa, e senza aprire la strada a scelte
alternative. Il timore è che gli arabi saranno disposti anche a
riprendere i negoziati, mentre il requisito minimo per compiere
un simile passo dovrebbe essere il soddisfacimento di alcune
richieste essenziali: il congelamento degli insediamenti,
dell’aggressione e dell’assedio, e l’accordo preliminare sul
fatto che l’obiettivo dei negoziati deve essere l’applicazione
della legalità internazionale e delle risoluzioni dell’ONU.
Questi principi non sono negoziabili.
Perché tutto questo possa realizzarsi, è necessario che in
qualunque futuro negoziato vi sia un ruolo internazionale
effettivo e reale, vi siano garanzie internazionali, e venga
stabilita una tabella di marcia che preveda tempi ristretti.
Poiché nessun negoziato può durare in eterno.
Hani al-Masri è un noto analista
politico palestinese; risiede in Cisgiordania
Titolo originale:
اسرائيل بعد الانتخابات: حكومة حرب وشلل عملية السلام