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Palestinesi in Libano. Professione...
Articolo originale per Incontro Mediterraneo.blog di Erminia Calabresi e Michaela De Marco dal Libano il 2 maggio 2009
‘‘I medici che lavorano nell’ospedale di Haifa a Beirut’’, ci spiega un venditore di tappeti che ha un negozio sulla via commerciale del campo profughi di Mar Elias, alla periferia di Beirut, ‘‘stando alle politiche dell'UNRWA (United Nations Relief and Works Agency for Palestine Refugees in the Near East ndr) dovrebbero essere tutti palestinesi, ed invece ci sono anche dei medici libanesi, che a differenza dei palestinesi potrebbero lavorare in qualunque altro ospedale del Libano. Le infermiere invece sono tutte palestinesi... ce ne sono molte’’.
L’insicurezza sembra essere una costante nella vita dei palestinesi, ovunque essi si trovino, dai Territori Occupati alla Siria, dal Libano alla Giordania, dall’Europa, all’America. Tuttavia, la loro situazione nel Paese dei cedri è senza dubbio “unica”.
Un decreto del 1982 e uno del 1992 vietano ai palestinesi l’esercizio di settantadue professioni tra le quali: ingegnere, medico, giudice, farmacista e così via. Una legge del 2005, emanata dal Ministero del Lavoro libanese, ha concesso ai palestinesi nati in Libano di poter lavorare nel settore privato, cosa che prima era permessa ai soli libanesi, ma “Questa legge non cambia niente”, ci spiega Hani, un ragazzo di 34 anni del campo profughi di Rashidiyye, situato al sud del paese, “In ogni modo non riusciamo a trovare nessuna azienda o impresa libanese che ci faccia un contratto. Quindi la situazione è la stessa.
“La maggior parte dei palestinesi”, continua “trova lavoro o all’Unrwa o nelle Ong palestinesi o nei negozietti di alimentari o di abbigliamento sparsi un po’ ovunque nei campi”, dice amareggiato.
“Qui non c’è lavoro, non ci sono possibilità. Questo mio chiosco è ovviamente abusivo, non pago tasse. Noi non possiamo nemmeno acquistare una casa. Dobbiamo trovare un prestanome. Ma non è così facile trovare libanesi disposti a farlo!”, esclama un barbiere che ha un chiosco sulla via del mercato a Sabra. Un suo cliente aggiunge: “Vedi questo mio figlio non lavora, l’altro lavora con un suo amico come ragazzo della consegna a domicilio di un ristorante qui vicino... ma ovviamente al nero e si lavora comunque un giorno sì, e dieci no. Trovo che sia assurda questa legge. è un’ingiustizia! Mio fratello ha studiato tantissimo, è un avvocato, ma qui non può esercitare, perciò fa l’elettricista ed è, ovviamente, sottopagato”, esclama un ragazzo che sogna di diventare cantante. Una situazione lavorativa, quella dei palestinesi in Libano, che sembra destinata a peggiorare se si tien conto anche dei dati sull’istruzione. Thaera, un’insegnante in una scuola dell’UNRWA nel campo di Ain el Helwe, ci spiega ‘‘L’UNRWA ha settantaquattro scuole elementari e tre scuole medie. Il livello di istruzione è bassissimo e la maggior parte dei bambini non arriva alle scuole medie perché, dato che sono pochissime, non c’è spazio per tutti”.
Una donna, sfuggita ai raid israeliani nel 1948, abbraccia suo nipote che non ha mai visto Gerusalemme e ci ricorda: ‘‘Molti ragazzi si arruolano nelle milizie. Vanno, si iscrivono e loro li prendono, non è così difficile, non fanno molta selezione, prendono davvero chiunque, a prescindere dal grado di istruzione. Quando i ragazzi entrano nelle milizie hanno uno stipendio garantito. è l’unico posto fisso possibile. Quando ero a Haifa avevo una casa bellissima, con un balcone pieno di fiori, io e mio marito eravamo molto innamorati. Adesso lui è morto di depressione e io vivo qui, in questa baracca che divido con i miei figli’’.
‘‘Io odio questo posto!”, aggiunge un uomo che vive a Sabra, “Le nostre abitazioni sono ovviamente abusive, non abbiamo soldi, la vita in Libano è davvero cara... mia sorella vive a Yarmuq, il quartiere palestinese di Damasco. Anche lì ci sono delle oggettive difficoltà, ma è il paradiso rispetto a Sabra e Shatila. Qui l’acqua non c’è mai, l’elettricità poche ore al giorno... per non parlare delle condizioni igienico-sanitarie... è un disastro. Quando ci ammaliamo dove andiamo? Andiamo all’ospedale di Haifa. I palestinesi, infatti, non hanno diritto ad un’assicurazione medica statale, a differenza di altri cittadini stranieri residenti in Libano. Ci sono medici buoni e meno buoni. La gente si passa le informazioni prima di rivolgersi a qualcuno in particolare in ospedale. In ogni caso, nel quartiere si sa chi è bravo e chi no. Una volta un napoletano che venne qui a dare un’occhiata mi spiegò che anche a Napoli funziona così... è vero?’’
Cos’è l’UNRWA? L’UNRWA emerse dalla “catastrofe” del 1947-48. Nel 1949. Venne al mondo con l’obbiettivo di garantire il rimpatrio incondizionato dei palestinesi alla loro terra, di promuovere l’internazionalizzazione di Gerusalemme e di favorire la partizione della Palestina in due stati. L’anno successivo, la necessità di restituire ai palestinesi la loro terra scomparve dall’agenda politica. L’UNRWA riuscì comunque a sopravvivere a questo evidente fallimento sottoforma di servizio assistenziale di un popolo di profughi abbandonato ormai al suo triste destino dinanzi agli occhi dell’intera comunità internazionale. I palestinesi in Libano oggi sono circa 450 mila: oltre il 52% vive in campi profughi. L’aumento demografico, associato alla diminuzione del numero dei campi poiché danneggiati o rasi al suolo nel corso del tempo, costringe oggi i profughi in spazi angusti e claustrofobici. Un rapporto stilato da AGI Mondo, riporta che: “La situazione dei campi palestinesi in Libano è la peggiore delle cinque aree di intervento dell’Unrwa, con una percentuale di casi di indigenza estrema dell’11.4% contro l’8.7 di Gaza e il 7.3 della Siria”.
Articolo originale per Incontro Mediterraneo.blog di Erminia Calabresi e Michaela De Marco dal Libano il 2 maggio 2009
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