Nel Maggio di quest’anno, Alex Miller, del partito Israel
Beiteinu (“La nostra terra Israele”) ha presentato alla Knesset un
nuovo disegno di legge per reati d’opinione. Come i lettori di questo
bollettino forse già sanno, Israele è uno di quei paesi amanti della
libertà che proibiscono il “negazionismo dell’Olocausto”. Poiché il
presunto genocidio con le camere a gas costituisce, per usare le famose
parole del prof. Faurisson, “la spada e lo scudo” di questa entità
neocoloniale, questo potrebbe essere un provvedimento legislativo
lungimirante.
L’agenzia d’informazioni Memrit e altri “spin-doctor” e agenti
israeliani della disinformazione, imitati pappagallescamente dalla maggior
parte dei media occidentali, continuano a sostenere, nonostante le
irrefutabili prove contrarie, che il Presidente dell’Iran Mahmoud
Ahmadinejad, questa nuova incarnazione di Haman e di Hitler, sta
preparando un olocausto nucleare per gli israeliani, avendo affermato
persino pubblicamente la propria intenzione di “cancellare Israele dalla
mappa”, quando in realtà disse che il regime israeliano sarebbe “scomparso
dalle pagine della storia”, nel senso in cui accadde al regime sovietico.
Si tratta degli stessi propagandisti che spronano l’Occidente ad andare in
guerra contro l’Iran a causa del suo normale programma nucleare, mentre
negano l’esistenza del loro imponente arsenale di armi nucleari (come dice
Dick Morris: “Se l’Iran ottiene la bomba, la userà per uccidere sei
milioni di ebrei”). Come dite voi “chutzpah”? (2)
Alex Miller ha alzato il livello dell’ipocrisia israeliana proponendo una
legge che criminalizza ogni commemorazione pubblica dell’evento che i
palestinesi chiamano “al Nakbah”, e cioè la brutale pulizia etnica di
circa 800.000 palestinesi dalla loro madrepatria in occasione della
creazione dello stato israeliano. Se la legge verrà approvata, la versione
sionista ufficiale della storia sarà la sola ad essere permessa. Secondo
questa utilitaristica espressione di falsa storiografia, i
suddetti 800.000 palestinesi lasciarono le loro case volontariamente per
lasciare campo libero agli eserciti delle nazioni arabe che nel 1948
fecero guerra al ricostituito stato israeliano.
Ilan Pappé, uno storico israeliano nato nel 1954, e professore di storia
all’Università di Exeter, ha dedicato il suo libro La pulizia
etnica della Palestina
(3) allo smascheramento del mito della “ritirata
volontaria”.
Di conseguenza, è stato boicottato, isolato e diffamato con i soliti
sospetti (ad esempio, si veda la pagina di discussione sull’articolo di
Wikipedia su Pappé (4).
Pappé è una persona onesta, pienamente consapevole dell’importanza
politica del mito ufficialmente sanzionato, e del ruolo che il metodo
revisionista deve esercitare nella soluzione della crisi medio-orientale.
Contrariamente a molti storici israeliani (per non parlare dei politici e
di altri portavoce ufficiali) che sostengono che Israele emerse come un
Davide che aveva fronteggiato una schiera di Golia occidentali e arabi,
non nega il ruolo cruciale che ebbe l’Olocausto nella fondazione di questo
stato neocoloniale. In Occidente c’era la forte idea (alimentato dai
lobbisti sionisti) di compensare gli ebrei con un loro stato in Palestina,
che produsse una politica di concessioni verso i coloni israeliani. In
realtà, la risposta inglese all’attentato terroristico contro l’Hotel King
David e ad altri atti di terrorismo sionista fu estremamente misurata
rispetto al trattamento inflitto ai ribelli palestinesi. Tutto ciò,
associato al fatto che l’atteggiamento dei vicini stati arabi verso la
questione palestinese fu decisamente ambiguo, ebbe come conseguenza che i
palestinesi, dopo il crollo della loro classe dirigente alla fine della
seconda guerra mondiale, si ritrovarono in una situazione disperata in cui
nessuno era disposto ad aiutarli.
A differenza di altri casi di pulizia etnica, i responsabili della
Nakba sono ben conosciuti, come le circostanze delle decisioni che la
concretizzarono. L’uomo al vertice degli avvenimenti fu, non c’è bisogno
di dirlo, David Ben-Gurion, a casa del quale tale soluzione venne discussa
e preparata. Subito sotto di lui c’era un gruppo di dodici consiglieri,
tra cui Moshe Dayan, Yigael Yadin, Yigan Allon e Yitzhak Sadeh. La cerchia
successiva era costituita dai comandanti regionali, ognuno responsabile
della pulizia etnica di una certa area. La maggior parte di questi uomini
vengono oggi presentati come “eroi di guerra”. Il più famoso fu il futuro
primo ministro Yitzhak Rabin, che operò nelle città di Ramle e di Lydda,
come pure nell’area della Grande Gerusalemme. Altri comandanti furono
Moshe Kallman, Moshe Karmel e Shimon Avidan. Un ruolo cruciale venne
esercitato da funzionari dell’intelligence, comandati dal futuro capo del
Mossad e dello Shabak (5),
Issar Harel. Questi uomini furono coinvolti in alcune delle peggiori
atrocità, ed ebbero anche l’ultima parola su quali villaggi dovessero
essere distrutti e su chi dovesse essere ucciso. Fare una lista dei
criminali responsabili non sarebbe un problema, ma naturalmente un
processo del genere non avrà mai luogo.
Pappé sottolinea che la Nakba non venne condotta in base a una
decisione improvvisa, ma fu il risultato di un lungo processo le cui
radici risalgono alla fase pionieristica del sionismo. Già nel 1917, Leo
Motzkin, descritto da Pappé come un sionista moderato, parlò del
reinsediamento forzato dei palestinesi in aree esterne alla “Eretz Israel”
[Grande Israele]. Si può dire che l’effettiva preparazione militare ebbe
inizio alla fine degli anni ’30 quando il gruppo paramilitare Haganah,
che più tardi divenne lo zoccolo duro dell’esercito, fu ristrutturato con
l’aiuto del funzionario inglese O. C. Wingate, in modo tale che le “forze
di difesa” ebraiche fossero associate alle truppe inglesi che combatterono
la rivolta palestinese del 1936. In tal modo, i membri dell’Haganah
appresero come terrorizzare e sottomettere gli indigeni.
Il programma sionista venne preparato nei minimi particolari. Studiosi di
topografia e di etnologia vennero assunti dal Jewish National
Fund per registrare tutti i dati disponibili sui villaggi
palestinesi, un progetto che venne completato all’inizio degli anni ’40.
In particolare, venne presa nota di quei villaggi dove erano diffusi
sentimenti antisionisti. Tali villaggi vennero presi particolarmente di
mira dall’esercito israeliano. Come Pappé fa notare, gli studiosi
coinvolti, a partire da Ezra Danin, erano pienamente coscienti che la loro
attività era finalizzata a scopi militari. Nel 1947, venne compiuta la
revisione finale del loro “archivio”, per produrre le liste dei
palestinesi “ricercati”. Questa categoria consisteva di persone coinvolte
nel movimento nazionale palestinese (che aveva dominato la politica
palestinese dopo il 1933), persone che avevano preso parte alle
insurrezioni contro le truppe inglesi o sioniste, o persone che
semplicemente avevano “visitato il Libano”. Nel 1948, queste persone
vennero radunate e giustiziate. In certi casi, a essere “ricercati” erano
interi villaggi.
Il programma di pulizia etnica di Ben-Gurion venne finalmente realizzato a
partire dalla fine del 1947. Portava il nome in codice di “Piano D” (o
Dalet, in ebraico). Come si può dedurre dalla sua designazione, era
stato preceduto da tre piani poi scartati. L’operazione venne preparata
fin nei dettagli e poi rivista per essere adattata a nuove situazioni. Il
Piano A datava al 1937, mentre il Piano B venne stilato nel 1946. Il
nocciolo del Piano C, una lista dettagliata di azioni violente da condurre
contro i palestinesi, passò nel Piano D. I leader palestinesi, gli
agitatori e le persone che li finanziavano, i palestinesi che
partecipavano ad azioni contro gli ebrei, e i funzionari e gli ufficiali
palestinesi di rango superiore (ricompresi nel Mandato Inglese) – dovevano
tutti essere uccisi. Inoltre, i trasporti dovevano essere danneggiati,
l’economia palestinese (pozzi d’acqua, fabbriche, ecc.) distrutta, e i
luoghi pubblici (inclusi i caffè) attaccati.
Forse le prove più schiaccianti contro i negazionisti della Nakba
vengono fornite nel capitolo 4. Qui apprendiamo che la prima fase della
pulizia iniziò già nel Dicembre del 1947, con gli attacchi ebraici contro
un certo numero di villaggi palestinesi. Sebbene in scala ridotta rispetto
a quanto accadde in seguito, queste prime operazioni portarono all’esilio
di circa 75.000 persone, quasi il 10% della cifra totale delle vittime
della Nakba. Secondo la versione ufficiale, le espulsioni di massa ebbero
luogo solo dopo il 15 Maggio del 1948, e furono la conseguenza della
guerra arabo-israeliana. In realtà, il “Piano D” venne iniziato il 10
Marzo 1948. Questo significa che le azioni contro i palestinesi non furono
attuate come rappresaglia ma facevano parte di un programma di violenze
apertamente dichiarato, che portò - alla fine dell’Aprile di quell’anno -
all’espulsione di ulteriori 250.000 palestinesi. A tutto ciò fece poi
seguito una serie di massacri intesi a mettere in fuga la popolazione
rimanente.
L’alleanza araba, pur consapevole della situazione disperata dei
palestinesi, aspettò fino alla metà di Maggio - quando il Mandato Inglese
ebbe formalmente termine e venne dichiarato lo stato ebraico - per
intervenire militarmente. Il tacito accordo tra Ben-Gurion e i governanti
giordani, in base al quale la Giordania avrebbe dovuto occupare il 20% del
territorio palestinese come proposto dalle Nazioni Unite, trattenne
l’esercito arabo più forte dal difendere i palestinesi, dando un grande
aiuto all’attuazione della pulizia. I leader sionisti, mentre usavano
l’immagine apocalittica di un “secondo olocausto” per aumentare il numero
di reclute dell’esercito, non dubitarono mai che le loro forze sarebbero
state sufficienti per battere i deboli eserciti arabi, occupare la
Palestina ed espellere la sua popolazione indigena.
Molte pagine dell’opera di Pappé sono dedicate al gran numero di massacri
attuati nei villaggi palestinesi, come Ayn al-Zaytun (dove, tra gli altri,
vennero legati e fucilati 37 adolescenti presi a caso), Tantura, Lubya,
Ayn Ghazal, Dawaymeh (centinaia di civili falciati davanti a una moschea,
bambini con la testa fracassata, donne stuprate o bruciate vive), Sa’sa,
Safsaf, Hula, Saliha. Qualche assassino venne in seguito incriminato da
corti militari, ma la maggior parte venne poi rilasciata. Uno di loro,
Shmuel Lahis, che aveva ucciso personalmente 35 persone, venne graziato
dal presidente israeliano ed ebbe poi una carriera politica. Oltre ai
massacri nei villaggi, molte delle espulsioni ebbero luogo in condizioni
particolarmente inumane. Nelle città di Lydd e di Ramleh, gli abitanti
dovettero percorrere a piedi tutto il tragitto per la Cisgiordania. Come
ci si poteva aspettare, molti morirono durante il percorso. Anche i
bombardamenti aerei ebbero un ruolo importante nel processo di espulsione.
La mentalità ordinaria dei leader sionisti di Tel Aviv e dei macellai sul
posto si può intravedere da citazioni come quella tratta dall’annotazione
del diario di Ben-Gurion del 24 Maggio 1948, dove il primo ministro parla
di distruggere la Siria, la Transgiordania e l’Egitto come vendetta del
loro presunto trattamento del popolo ebreo “al tempo della Bibbia”.
Possiamo ricordare a questo proposito l’invettiva contro Babilonia del
Salmo 136: “Beato chi afferrerà e sbatterà i tuoi bambini contro la
roccia!”.
Gli ultimi tre capitoli del libro riguardano la susseguente occupazione
della Palestina, il furto continuato delle terre palestinesi, la
profanazione dei luoghi di culto musulmani, e i vari aspetti
dell’oppressione israeliana di quei palestinesi che rimasero sulla loro
terra dopo il 1948. Un aspetto cruciale di questa tirannia è costituito
dalla negazione ufficiale che una qualsivoglia pulizia etnica abbia mai
avuto luogo. La proposta di mettere fuori legge la memoria della Nakba,
e il recente disegno di legge che vorrebbe rendere la negazione del
“diritto di Israele di esistere come stato ebraico” un reato punibile fino
a un anno di prigione, sono chiari segni di disperazione. Se, o piuttosto
quando, queste proposte verranno trasformate in leggi, la falsità della
tesi di Israele di essere un normale stato democratico diventerà sempre
più ovvia anche nelle nazioni occidentali, con i loro media faziosamente
pro-israeliani. Nel frattempo, il pregevole e accurato libro di Ilan Pappé
– è certamente uno dei migliori libri scritti finora sulle origini dello
stato israeliano – merita di essere diffusamente letto e discusso.
di Ilan Pappé - Recensito da Thomas Kues
Il testo originale è disponibile all’indirizzo: http://www.codoh.com/newsite/sr/online/sr_163.pdf
[1] Traduzione di Andrea Carancini
http://andreacarancini.blogspot.com/2009/11/la-pulizia-etnica-della-palestina.html
[2] Termine ebraico che designa la spudoratezza e l’improntitudine (nota del traduttore).
[3]
http://www.fazieditore.it/scheda_libro.aspx?l=1098
[4]
http://en.wikipedia.org/wiki/Talk:Ilan_Papp%C3%A9
[5] Acronimo ebraico dell’israeliano Shin Bet, il servizio di
intelligence degli affari interni.
Link a questa pagina:
http://www.terrasantalibera.org/pulizia_etnica_palestina.htm