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I rapporti con
l’estero d’Israele
(prima parte)
Pietro Longo - 31 marzo 2010 -
eurasia-rivista.org

L’Antefatto
La notizia che circolava per le redazioni dei principali quotidiani di
tutto il mondo già da qualche tempo alla fine è arrivata. Il governo
britannico ha deciso di espellere un diplomatico israeliano per
l’avvenuto uso di passaporti del Regno Unito in occasione
dell’assassinio di un leader di Ḥamās a Dubai.
L’antefatto risale al 20 gennaio, quando Maḥmūd al-Mabḥūḥ è stato
trovato privo di vita nella sua camera d’albergo. L’esecuzione sarebbe
stata ordita e attuata da un gruppo di undici persone, munite di
passaporti inglesi appartenenti ad individui realmente esistenti e che
abitano in Israele. In altre parole, i documenti presentavano delle
generalità reali e sono stati modificati unicamente per la fotografia e
la firma. Le autorità che stanno indagando sull’accaduto, ritengono che
probabilmente i passaporti sono stati sottratti e fotocopiati dallo
staff dello stesso albergo in cui alloggiavano i nazionali britannici.
Gli inquirenti inoltre sospettano fermamente che l’omicidio possa essere
stato commissionato dal Mossad e che gli stessi esecutori siano stati
degli agenti dei servizi segreti.
La vittima era sospettata di essere in viaggio verso l’Iran per
concludere un affare che avrebbe dovuto rifornire la striscia di Gaza di
missili iraniani. C’è da dire che i servizi segreti israeliani hanno già
condotto azioni simili, impiegando documenti falsi. Nel 1997 un
attentato ai danni del capo del movimento islamico palestinese, Ḫālid
Maš’al, fu condotto da individui muniti di passaporto canadese e nel
2004 la Nuova Zelanda interruppe le relazioni con Israele dopo aver
scoperto che gli agenti usavano identità neozelandesi.
Israele in merito all’accaduto ha commentato declinando ogni
responsabilità e sottolineando che non esistono prove per affermare il
coinvolgimento del Mossad. Come già avvenuto, quando su un’azione ricade
la possibilità o semplicemente il sospetto che si celi la mano dei suoi
servizi segreti, Tel Aviv rifiuta di fornire qualsiasi commento,
assumendo un atteggiamento ambiguo.
Nuove ricerche della polizia di Dubai stanno svelando piste fin’ora
ignote, mentre almeno altre 15 persone sono state registrate nel libro
degli indagati, con l’accusa di collusione all’omicidio. Fra questi, tre
degli identificati erano in possesso di documenti australiani mentre il
resto proverrebbe da differenti paesi europei. In tutto dunque si è
trattato di un vero e proprio commando, composta da 26 persone, che
secondo l’Interpol (alla quale è stato trasmesso il fascicolo relativo
all’episodio dalle forze dell’ordine degli Emirati) avrebbero lasciato
immediatamente il paese per trovare riparo nello Stato ebraico, tranne
due membri che potrebbero essere scappati in Iran via mare.
Israele e Dubai non hanno relazioni diplomatiche ufficiali, considerando
che tutti gli Emirati Arabi Uniti propendono per la causa palestinese e
per la fine dell’occupazione. Tuttavia negli ultimi anni si erano
intravisti segnali di apertura, in seguito ad una serie di incontri
politici, seppur di scarso rilievo e soprattutto per l’incremento degli
scambi commerciali. In più un giocatore di tennis israeliano, Shahar
Peer, aveva ricevuto recentemente il placet del governo per disputare un
incontro nel Dubai Championship.


(clicca sulla foto per
ingrandire)
I 26 indagati per l’assassinio del dirigente palestinese non sono
entrati nell’Emirato giungendo da un medesimo paese, ma vi si sono
incontrati partendo da continenti diversi. Ciononostante si tratta di
Stati con i quali Dubai ha stretto accordi che permettono l’ingresso
senza che venga rilasciato un visto preventivo dalla rete consolare. Ciò
ha fatto in modo che la squadra riuscisse ad entrare a Dubai, servendosi
di documenti appartenenti ad altre persone, dotate di doppia
nazionalità. Quanto accaduto ha indotto le autorità aeroportuali
dell’Emirato a innalzare il livello di controllo, nei confronti di
chiunque possieda un duplice passaporto.
La reazione più vistosa tra i paesi coinvolti in questa vicenda è
arrivata dal Regno Unito. Il Ministro degli Esteri, David Milliband, ha
chiesto all’Ambasciata israeliana di espellere dal paese uno dei suoi
funzionari. La diplomazia britannica ha precisato che formalmente
l’accusa non è relativa alla collusione del Mossad con l’omicidio di
al-Mabḥūḥ, fatto questo non ancora suffragato dalle prove necessarie, ma
circa la responsabilità dei servizi segreti nell’attività di clonazione
dei documenti. Milliband ha anche annullato la partecipazione alla
cerimonia di inaugurazione a Londra dei nuovi locali della sede
diplomatica israeliana. L’espulsione è un tipo di sanzione decisamente
poco comune, anche se proprio il governo inglese l’aveva adoperata
sempre ai danni del personale israeliano in due occasioni nel 1987 e nel
1988. In questo nuovo caso, il destinatario sarebbe il responsabile del
Mossad presso la missione diplomatica di Tel Aviv nel Regno Unito. Il
governo israeliano ha risposto con una nota di disappunto , ma
sottolineando che le relazioni tra i due paesi non sono a rischio, dal
momento che sono di “mutuo interesse”.
Ḥamās ha commentato la vicenda come un “passo importante ma
insufficiente”. Nell’ottica del portavoce del movimento, Fawzī Brahūm,
l’episodio di Dubai è la dimostrazione che Israele impiega forme di
terrorismo per risolvere le dispute politiche.
Lo Stato delle Relazioni Diplomatiche Israeliane

1.I “Nemici di Israele”
Fin dall’anno della sua fondazione, il 1948, lo Stato di Israele ha
riscosso il sostegno principale al di fuori della regione in cui si
trova inserito. Tutt’oggi lo Stato ebraico non ha alcun rapporto con 37
paesi, 20 dei quali fanno parte della Lega Araba. Gli unici due paesi
arabi che continuano ad avere relazioni politiche e economiche sono
Egitto e Giordania, in forza dei rispettivi trattati di pace siglati
dopo la Guerra del Kippur. Gli Stati della Penisola Araba hanno isolato
di fatto Israele, specie dopo che nel 2009, a seguito dell’Operazione
“Piombo Fuso”, il presidente siriano al-Asad lanciò alla Conferenza di
Doha, in Qatar, l’iniziativa di sospendere ogni tipo di rapporto,
diretto e indiretto. Una serie di questi paesi, oltre a non intrattenere
relazioni di alcun tipo con Tel Aviv, non hanno nemmeno mai riconosciuto
l’esistenza dello Stato. Tra di essi vanno annoverati l’Afghanistan,
l’Algeria, l’Arabia Saudita, il Bahrain, gli Emirati Arabi Uniti,
l’Iran, l’Iraq, il Kuwait, il Libano, la Libia, il Sudan, il Pakistan,
la Siria e lo Yemen.
Le ragioni di questa situazione, che ha sempre obbligato i governi a
ricercare un sistema di alleanze fuori dal quadrante vicinorientale,
sono endemiche e vanno ascritte al “particolarismo israeliano”. Questa
espressione non solo si riferisce alla diversità storica, religiosa e
culturale dello Stato ebraico rispetto all’habitat arabo-islamico
circostante, ma risiede proprio nella sua “ebraicità”. Il giudaismo e la
sua storia hanno nutrito la propaganda del Sionismo, perorato
soprattutto da ebrei secolarizzati. Questo a sua volta si può ritenere
come una manifestazione del moderno nazionalismo ed una risposta al
diffuso antisemitismo europeo degli ultimi due secoli. La politica
estera israeliana, dacché esiste, è stata dunque intimamente influenzata
dalla lettura giudaica della storia. Un esperto di relazioni
internazionali israeliane, Bernard Reich, ha anche sottolineato che il
profondo senso della storia (ebraica) del popolo israeliano ha creato
una sorta di tendenza alla ghettizzazione e al vittimismo, elementi sui
quali Tel Aviv ha edificato la sua politica estera e di sicurezza (L. C.
Brown, a cura di, Londra, 2006). Le tesi di Theodor Herzl espresse nel
celebre pamphlet “Der Judenstaat” si basavano proprio su una rilettura
strumentale della tradizione ebraica e allo stesso modo la “Legge sul
Ritorno” adottata dalla Knesset nel 1950, due anni dopo la nascita dello
Stato, fu un mezzo che legalizzava un principio cardine del giudaismo,
quello cioè della diaspora e della conseguente necessità di fare ritorno
alla Terra Promessa ossia Eretz Isra’el.
Circa l’estensione di questa terra esistono diverse definizioni che
variano a seconda del metro di giudizio assunto: da un punto di vista
teologico, ossia sulla sola base della concezione giudaico-cristiana, il
territorio del Grande Israele è delineato chiaramente nel Libro della
Genesi 15:18-21 e comprende un’area estesa da est verso ovest
dall’attuale Iraq all’Egitto (dall’Eufrate al Nilo) e dalla Turchia
all’Arabia Saudita, procedendo da nord a sud. Ovviamente si tratta di un
progetto irrealizzabile e lo stesso Olmert nel 2008 ha dichiarato che
“non esiste più nulla di quello che si poteva considerare il Grande
Israele” e che “quanti ci credono ancora resteranno tremendamente
delusi”.
Dunque la teoria di un Israele esteso “dal fiume al fiume” non ha mai
avuto un reale peso politico e non è mai stato un programma auspicato
dai partiti. Piuttosto il progetto di uno Stato esteso “dal fiume al
mare” (dal Giordano al Mediterraneo) ha sempre costituito il fine reale
dell’azione espansionistica di Tel Aviv. Oggi il fiume Giordano
costituisce la linea di demarcazione tra il West Bank (o Cisgiordania)
ed il Regno di Giordania, tranne che per una piccola porzione di
territorio settentrionale, nei pressi di Nazareth e del Lago di
Tiberiade, in cui il fiume, unendosi ai suoi affluenti principali, solca
il territorio israeliano.
Ma nel 1967, in seguito alla Guerra dei Sei Giorni, lo Stato ebraico
aveva realizzato il suo proposito, occupando militarmente tutti gli
attuali territori palestinesi (Cisgiordania e Gaza) ed arrivando così a
confinare direttamente con la Giordania. Inoltre la presa delle Alture
del Golan, annesse nel 1981 e tutt’ora rivendicate dalla Siria, forniva
il pieno controllo del Lago di Tiberiade che è il principale bacino di
raccolta di acqua dolce di quel quadrante ed è alimentato dallo stesso
fiume Giordano. Questo scorrendo da nord a sud per 320 km, sfocia nel
Mar Morto ma durante il suo corso meridionale si restringe fino a
diventare un torrente che scorre attraverso la piana arida del Negev.
Per questo motivo, nel 1964, Tel Aviv aveva completato la costruzione
del National Water Carrier ossia una grande arteria di distribuzione
idrica, capace di arrivare dalla Galilea fin dentro alle zone più
desertiche. Il progetto di un’estensione dal “fiume al mare”,
all’indomani della guerra del 1967, si arricchiva anche dell’occupazione
della Penisola del Sinai, sottratta all’Egitto. La successiva guerra del
Kippur del 1973 ristabilì gli equilibri, allorché Israele venne
obbligato a restituire il Sinai ma non il Golan, fatto che aprì la
strada ai dialoghi israelo-egiziani e israelo-giordani e alla firma di
una “pace separata” rispettivamente nel 1978 e nel 1994.
Lo storico accordo di Camp David, siglato da al-Sadat e Begin, servì a
Israele a trasformare la principale minaccia araba, contro la quale
erano state combattute ben cinque guerre, in un vicino neutrale.
Ciononostante il governo del Likud commise un grave errore ipotizzando
che questa manovra avrebbe comportato uno spill-over di buoni sentimenti
nei confronti di Israele in tutto il mondo islamico. Piuttosto i paesi
della Lega Araba risposero esattamente al contrario, prendendo la
decisione di marginalizzare l’Egitto e spostando addirittura dal Cairo
la sede dell’organizzazione. Questo gesto ebbe una risonanza enorme,
dato che l’Egitto era (ed è tutt’ora) considerato un punto di
riferimento dell’Islam sunnita, molto più dell’Arabia Saudita,
nonostante i luoghi santi si trovino entro quest’ultimo paese.
Quanto ai rapporti giordano-israeliani, a 16 anni di distanza
dall’accordo di pace, che auspicava una soluzione dei problemi per
l’intera regione, tra i due paesi si è passati da una “pace fredda” ad
una vera “guerra fredda”. Risolte le questioni relative
all’approvvigionamento idrico, con la divisione in tre settori del Mar
Morto (uno israeliano, uno palestinese e uno, più lungo, per la
Giordania) e superate le velleità di ‘Ammān sul West Bank (al quale la
monarchia rinuncerà definitivamente nel 1988) il trattato di pace in
concreto non risolveva il nodo centrale del “diritto al ritorno” della
popolazione palestinese, migrata fin dal 1948 e stabilitasi nei campi
profughi giordani. L’accordo semplicemente rimandava la trattazione
della questione agli accordi di pace tra i due popoli, quello israeliano
e quello palestinese, a loro volta ancora irrisolti. In Giordania
abitano ad oggi circa 1,9 milioni di palestinesi, una comunità piuttosto
“ingombrante” capace di reagire in maniera diversa a seconda del
bilanciamento tra l’idea di Stato palestinese e la cosiddetta ”opzione
giordana”. In altre parole, più si allontana il processo di pace in seno
alla causa israelo-palestinese e più si riaccende la possibilità per i
profughi di restare pro tempore entro il regno hāšemita. Viceversa se
una patria per i palestinesi dovesse venire creata, il governo giordano
accoglierebbe di buon grado il trasferimento di tutti gli sfollati,
concretizzando il trattato di pace con Israele ed allontanando il
riemergere della possibilità di uno “Stato dentro lo Stato”, che già in
passato diede vita ad episodi come quello del “Settembre nero” del 1970.
In buona sostanza la Giordania prima della stipula del trattato di pace
non si trovava in una condizione di belligeranza, né aveva mai
ipotizzato di condurre unilateralmente un’azione di guerra contro
Israele, data la consapevolezza dello squilibrio militare al confronto
con lo Stato ebraico. Considerando come i rapporti non siano cambiati
radicalmente, essendo rimasta irrisolta la questione più spinosa, si
potrebbe concludere che il trattato di pace fu completamente inutile.
Questo sarebbe indubitabile, se non fosse che Tel Aviv ha sperato quanto
meno di potersi servire della monarchia giordana per contrastare il
passaggio verso i Territori di mezzi, armi e munizioni, destinati ad
ingrossare le fila della resistenza.
Ma se dati questi eventi si può spiegare come mai Egitto e Giordania
siano gli unici paesi arabi ad avere relazioni con Tel Aviv, alla luce
dell’importanza idrica vitale del Giordano settentrionale invece si
spiega il persistente stato di belligeranza tra Israele e Siria.
Entrambi i paesi hanno un interesse strategico per quanto riguarda il
controllo del Lago di Tiberiade e se Israele cedesse nuovamente il Golan
al suo legittimo proprietario, sarebbe costretta a condividere con la
Siria questo bacino, che verrebbe diviso in due sezioni, sulla falsariga
del Mar Morto. Viceversa Damasco ha posto la restituzione delle Alture
come condicio sine qua non per procedere al riconoscimento dello Stato
ebraico ed alla normalizzazione dei rapporti. Dato il costante rifiuto
di Israele, il regime siriano ha fatto fronte comune con l’Iran e alcuni
movimenti libanesi (soprattutto con Hezbollah), ossia con attori coi
quali condivide un atteggiamento poco incline al dialogo, a meno che non
vengano rispettate delle condizioni avvertite come inderogabili.
Recentemente nella questione è intervenuta la Turchia, che in nome della
politica di “azzeramento dei problemi con i vicini” lanciata dal primo
ministro Erdoğan, ha cercato di porsi come “onesto broker” nelle tante
questioni insolute del mondo arabo-islamico.
A sua volta la Turchia, che per ovvi motivi non fa parte della Lega
Araba, ha avviato rapporti diplomatici ed economici con Israele fin dal
1949. I due paesi hanno sviluppato una stretta collaborazione, sulla
presunta base di condivisione di sentimenti comuni di liberalismo e
democrazia. Sia gli Stati Uniti che Israele infatti, sono stati
considerati da Ankara proprio sotto la prospettiva di una convergenza
ideologica che ha fatto in modo di classificare i primi due in termini
di “amici” rispetto ai paesi arabi dell’area che invece sono stati
pressoché dei semplici “vicini”. La differenza risiede proprio nei
valori sui quali si fonda lo Stato turco (le 6 frecce del Kemalismo:
repubblicanesimo, nazionalismo, populismo, statalismo, laicismo e
rivoluzionarismo) rifiutati categoricamente in blocco o solo
parzialmente accettati dai regimi arabi circostanti. Le relazioni
turco-israeliane si incrinarono in occasione della Guerra dei Sei Giorni
ma migliorarono sensibilmente in occasione degli Accordi di Oslo. Sulla
base di queste premesse, la Turchia mentre intesseva buoni rapporti con
Israele, sul finire degli anni ’80 rischiava di scendere in guerra
contro la Siria e si scontrava verbalmente con la Repubblica Islamica
iraniana, nata nel 1979 da presupposti completamente opposti. Nel 1996
si arrivò ad uno storico accordo di cooperazione con Tel Aviv, basato su
tre pilastri: sul piano economico fu stabilita una zona di libero
scambio, sul piano militare e della difesa venivano condivise
informazioni di intelligence e svolti programmi congiunti di
addestramento dei militari. Inoltre l’accordo serviva anche a dare una
risposta adeguata all’avvicinamento avvenuto in quegli anni tra Siria e
Grecia in funzione anti-turca. Ancora nel 2006 Tzipi Livni, Ministro
degli Esteri israeliano, definiva eccellenti i rapporti tra il suo paese
e la Turchia, non solo a livello personale di contatti tra i politici ma
anche tra le rispettive popolazioni.
La cesura è avvenuta in occasione della cosiddetta Operazione “Piombo
Fuso” del 2008-2009, violentemente attaccata dalla Turchia. Qualche
giorno dopo la prima incursione aerea su Gaza, il 27 dicembre 2008,
Erdoğan e Olmert si incontrarono per discutere lo stato dei dialoghi
segreti israelo-siriani, partiti almeno un anno prima sotto la
mediazione turca. Ankara tradizionalmente si era astenuta dal prendere
una posizione nella questione palestinese, dato che appoggiare una causa
di autodeterminazione sarebbe apparso in netta contraddizione con lo
strenuo contrasto all’indipendentismo curdo. Ma l’ingresso nel 2002 del
partito AK sulla scena politica ha conferito una nuova spinta ai
principi sui quali si basa la diplomazia turca e per converso
l’assunzione nel 2009 di un seggio al Consiglio di Sicurezza dell’Onu
per un periodo di due ann ha portato la Turchia a condannare duramente
l’aggressione israeliana, ad allentare i rapporti e di conseguenza a
terminare l’attività di mediazione con la Siria.
Lo stesso Primo Ministro turco aveva alzato i toni nei confronti
dell’altro alleato strategico, gli USA, già in occasione della richiesta
di impiegare le basi di Incirlik (ad est della penisola anatolica) per
l’attacco all’Iraq nel 2003. Il contemporaneo allontanamento turco dagli
Stati Uniti e da Israele è collegato e si può spiegare considerando la
strategia di Washington, in risposta al disastro iracheno, di favorire
la formazione di una enclave autonoma nel Kurdistan iracheno pronta a
stabilire accordi di partenariato con Tel Aviv. L’esistenza di uno Stato
semi indipendente dei curdi avrebbe aumentato la possibilità di
emulazione da parte dei curdi turchi del PKK. In ragione di ciò Ankara
ha riallacciato i rapporti con la Siria e, fatto ancor più grave per
Israele, con l’Iran.
Le relazioni tra Siria e Israele quindi non hanno conosciuto un
sostanziale sviluppo proprio nel momento in cui esisteva un canale di
dialogo che avrebbe potuto preludere ad un cambiamento. Dei negoziati
sotto la mediazione statunitense si erano già avuti nel 2000 in West
Virginia ed erano falliti più che altro per la posizione irriducibile
dell’allora primo ministro Ehud Barak, non disposto a ritirare le truppe
entro i confini pre-1967. In quell’occasione però il presidente siriano
Ḥāfiẓ al-Asad fece molte concessioni e Bill Clinton, presidente alla
Casa Bianca, cercò di convincerlo a Ginevra a rendersi disponibile alla
concessione più grande: la cessione ad Israele dei territori ad est del
Lago di Tiberiade. Il rifiuto del capo di Stato siriano oltre a far
saltare i colloqui, sarebbe stata anche l’ultima importante decisione
della sua vita, che terminò nel giugno dello stesso 2000.
La nuova fase di dialoghi mediata dalla Turchia cadde in un momento
infelice, sia per i motivi che stavano distanziando Ankara dall’asse
USA-Israele, sia per motivi interni al governo di Tel Aviv guidato da
Olmert. L’opinione pubblica israeliana era già rimasta sufficientemente
influenzata dal ritiro dal West Bank e da Gaza nel 2005 e avrebbe mal
sopportato una ulteriore “concessione” territoriale. Inoltre fin dai
tempi della guerra civile libanese e dell’Operazione “Pace in Galilea”
degli anni ’80 era emersa la forza di Hezbollah, manifestatasi in tutta
la sua chiarezza nell’estate del 2006, durante la “guerra dei 34
giorni”. Inoltre non solo sul fianco settentrionale l’Israel Defence
Force doveva proteggere i confini dai movimenti organizzati di
resistenza ma anche entro gli stessi Territori, il ritiro delle truppe
aveva causato il rafforzamento di Ḥamās che nel 2006 vinceva contro
Fataḥ le elezioni generali in Palestina e che conseguentemente
combatteva proprio con lo schieramento di Abū Māzen una guerra civile
per mantenere il controllo del territorio.
Dal canto suo la Siria, apostrofata dopo il 9/11 dal presidente Bush
come uno dei paesi dell’axis of evil o “asse del male”, assieme alla
Corea del Nord e a Cuba, finì per trovarsi in una condizione di
isolamento internazionale forzato e per uscirne non poté fare altrimenti
che legarsi all’Iran e ad Hezbollah. Il presidente al-Asad figlio ha
dichiarato più volte dopo la guerra all’Iraq del 2003 la sua
disponibilità a dialogare per il Golan e i Presidenti dei due paesi si
sono pure incontrati ai funerali di papa Giovanni Paolo II a Roma nel
2005. In quello stesso anno i soldati siriani lasciarono il Libano e
durante un discorso alle Camere il Presidente ribadì la sua
disponibilità a riprendere i negoziati, laddove nel 2000 si erano
interrotti. L’accostamento di Damasco alla Turchia, ben più recente, ha
condotto fino ad ora alla stipula di accordi di cooperazione,
nell’ottobre del 2009 ad un accordo di libero passaggio tra i confini
dei due paesi ed alla formazione di un Alto Consiglio di Cooperazione
Strategica, organismo simile a quello già esistente tra Turchia e Iraq.
L’Iran è probabilmente il più grande “nemico di Israele”. Eppure
guardando alla storia dei due paesi, non è un mistero che durante il
regno degli ultimi sovrani Pahlavi, Tehran e Tel Aviv abbiano avuto
molti rapporti economici e politici. Israele guardava all’Iran come ad
un alleato naturale, dato che non è un paese arabo. Ben Gurion, uno dei
padri fondatori dello Stato ebraico, elaborò una grande strategia, nota
con il nome di “alleanza dei paesi periferici” secondo la quale Israele
doveva ricercare alleanze militari fra i paesi non arabi nelle periferie
del Vicino e Medio Oriente, ossia in Turchia, Iran e India. Durante la
guerra del 1967, Tehran fornì il petrolio necessario per continuare le
ostilità, considerato il Grande Gioco anti-arabo iraniano e servendosi
della pipeline Eilat-Ashkelon, nota anche come linea “Trans-Israeliana”,
costruita in quegli anni per veicolare il petrolio iraniano verso
l’Europa.
L’atteggiamento mutò con l’arrivo dell’ayatollah Ḫumaynī e il successo
della Rivoluzione Islamica. Israele adesso era divenuto il “piccolo
Satana” accanto al “Grande Satana” costituito dagli USA. La situazione è
rimasta praticamente immutata da allora, considerando che l’avvento
dell’ayatollah Ḫāmene’i non ha condotto a sostanziali miglioramenti.
Neppure fra il 2000 ed il 2005, durante la presidenza del riformista
Ḫātamī, la considerazione di Israele riuscì a migliorare e si continuava
a ritenerlo uno “Stato illegale”.
Dal 2005 l’Iran è guidato da Aḥmadī-Nağād, leader dello schieramento
Ābādgarān, ideologicamente conservatore, islamico (nel senso di
portatore di una visione integralista) e populista. Costui ha lanciato
diversi appelli contro lo Stato ebraico e contro la politica occidentale
nell’area, specie in opposizione alla questione del programma nucleare.
Tehran sostiene di voler conseguire la tecnologia atomica a scopi
civili, quindi in sostanza per la produzione di energia, fatto di per sé
strano considerando le enormi riserve di gas e petrolio che possiede, ma
più logico se si tiene conto che esse sono attualmente destinate in
larghissima parte al consumo interno. È ben probabile che i continui
appelli alla distruzione di Israele servano piuttosto al regime per
creare un capro espiatorio al di fuori del paese, per nascondere alla
comunità internazionale i problemi economici e per distogliere la stessa
opinione pubblica nazionale, contrastando così la dissidenza interna,
molto attiva specie nell’ultimo periodo.
D’altro canto Israele al momento è l’unico paese dotato di un arsenale
atomico nell’area e dunque è molto geloso della propria superiorità
strategica. In realtà Tel Aviv non è riconosciuto fra i paesi dotati di
armi atomiche, secondo i parametri del Trattato NPT (Nuclear
Non-Proliferation Treaty) e sull’argomento ha mantenuto sempre una certa
ambiguità strategica. Il braccio di ferro tra i due Stati è arrivato ai
ferri corti di recente, in seguito alla dichiarazione iraniana del
raggiunto livello di 20% di arricchimento dell’uranio. Questo dato
rientra nella strategia mediatico-propagandistica del paese persiano,
atta a creare pressione internazionale. Infatti il livello raggiunto non
è ancora sufficiente a costruire armi di distruzione di massa, né tanto
meno è indice di un prossimo traguardo. Tuttavia ha sortito l’effetto
che il regime iraniano sperava, ossia quello di un passo falso da parte
dei nemici occidentali e soprattutto da parte israeliana. Tel Aviv
spinge per l’aggressione militare, mentre gli USA hanno già messo in
cantiere l’idea di colpire Tehran con “sanzioni paralizzanti”. In
entrambi i casi, dal punto di vista delle masse popolari, l’Iran finisce
per apparire come la vittima dell’imperialismo occidentale, e quindi
dalla parte del giusto.
Il pericolo maggiormente avvertito da Israele non è tanto che l’Iran si
doti di armi atomiche, che comunque date le distanze necessiterebbe di
opportune tecnologie balistiche. Probabilmente Tel Aviv avverte una
minaccia insostenibile circa il problema della “proliferazione nucleare”
nel Vicino Oriente. In altre parole ciò che più si teme è che queste
armi CBRN (chimiche, batteriologiche, radiologiche e nucleari),
eventualmente una volta realizzate, possano finire nelle mani dei gruppi
di “resistenza islamica”, primi fra tutti gli Hezbollah libanesi,
accusati di aver assunto il ruolo di Iranian Western Command.
Israele ed il Libano non hanno mai avuto rapporti politici ed economici
normali anche se Beirut è stato il primo paese a firmare un accordo di
pace nel 1949 dopo la Nakba, ossia la disfatta araba subita all’indomani
della nascita dello Stato ebraico. Benché il paese dei cedri non abbia
partecipato alle guerre del 1967 e del 1973, ha dovuto subire
un’invasione israeliana finalizzata a colpire la resistenza palestinese.
Fu in quell’occasione che la milizia del Partito di Dio ottenne i primi
successi, ripetuti nel 1996 durante l’Operazione “Grappoli d’Ira” e nel
1978 durante l’Operazione “Litani”. Parallelamente, il clima degli
Accordi di Oslo, se spianava la strada al trattato di pace con la
Giordania, non riusciva a sortire lo stesso effetto nei confronti del
Libano che restava dominato dalle forze della resistenza. Un’altra
vittoria significativa fu conseguita dal movimento nel 2000, allorquando
l’ONU impose il ritiro israeliano al di sotto della “linea blu”,
tracciata come confine tra Libano e Israele. Irrisolta rimase la
questione delle fattorie di Šaba’a, ossia una porzione di territorio
contesa tra i due paesi. Israele ne rivendica l’autorità sulla base
dell’occupazione del Golan. Gli oppositori fanno leva sul fatto che le
Alture sono state occupate forzatamente e quindi la sovranità israeliana
è illegale, di conseguenza lo è anche quella sulle fattorie. In forza di
questo sillogismo si spiega anche l’asse tra la Siria ed il movimento di
Hezbollah, che trova un punto a suo favore anche nella comune fede
musulmana ši’īta.
In occasione della festività musulmana del mawlīd al-Nābī che quest’anno
si è celebrata a febbraio, il Presidente siriano, quello iraniano ed il
capo di Hezbollah Naṣr Allāh si sono incontrati a Damasco dove hanno
rinsaldato la loro alleanza. Appena qualche giorno prima, il segretario
di Stato Clinton, aveva chiesto alla Siria di prendere le distanze dalla
condotta iraniana e di cessare il rifornimento di armi al Partito di
Dio. In tutta risposta i due Capi di Stato hanno preso la decisione di
eliminare ogni restrizione per quanto riguarda l’entrata e l’uscita dai
rispettivi paesi.
Per quanto riguarda gli armamenti di cui Hezbollah dispone, lungi
dall’essere stati sospesi i rifornimenti, prima dello scontro con
Israele dell’estate del 2006 da parte siriana erano giunti consistenti
aiuti che sono stati in parte impiegati. Si ritiene che damasco abbia
fornito stazioni mobili di lanciarazzi, come il BM-27 Uragan di
inconfondibile manifattura sovietica (e non è mai stato un segreto che
Damasco abbia avuto una relazione particolare con l’URSS durante tutta
la guerra fredda) i missili B302, da 302 millimetri, di manifattura
siro-cinese e ancora i razzi Grad-type Katyusha da 122 millimetri,
anch’essi made-in-Moscow e con una gittata variabile da 30 a 50
kilometri.
Da parte iraniana, il Partito di Dio è stato armato con missili Fağr 3,
calibro 240 e con un range massimo di 45 kilometri e con i ben più
poderosi Zelzal 1, 2 e 3. Ascritti tra l’artiglieria pesante, questi
esplosivi dal provocante nome di “terremoto” hanno un calibro di 610
millimetri ed una gittata di 210 kilometri e benché siano stati
classificati come SRBM (short-range balistic missile) hanno la capacità
teorica di veicolare una testata nucleare. Esistono infine anche
equipaggiamenti shore-to-ship ossia i missili Nur C802, esplosi il 14
luglio ai danni della marina israeliana.
Quanto all’Iran non possiede ancora tecnologie nucleari da guerra, ma
possiede verosimilmente i vettori necessari per trasportare una testata
da Tehran a Tel Aviv (circa 1598 kilometri) cioè un missile balistico
medium-range, capace di coprire una distanza compresa tra i 1.000 e
3.000 km. I Sağil 1 e 2 (noti anche come Ġadr-110 e Ašūra) sono missili
balistici strategici in grado di coprire una distanza di almeno 1930
kilometri. Classificati come MRBM, sono stati sperimentati con successo
nel novembre del 2008. In precedenza l’Iran aveva sviluppato anche altri
missili a medio raggio, gli Šahāb (categorie da 1 a 6) che però non sono
stati mai esplosi e probabilmente mai realizzati su grande scala.
Per concludere, è necessaria una disamina degli armamenti di cui dispone
Israele. L’esercito consta di divisioni di fanteria, aviazione e marina.
La fanteria è dotata di fucili M16, M4 (e la variante M4A1) e armi
d’assalto CAR-15, tutti di manifattura statunitense e prodotti dalla
Colt. Benché Tel Aviv importi i suoi equipaggiamenti soprattutto dagli
USA, esiste un’industria di stato di armi, di nome Israel Militar
Industries. Questo marchio è diventato famoso per l’invenzione delle
pistole-mitragliatrici Uzi, esportate in tutto il mondo e riprodotte. Si
ritiene che entro breve l’esercito verrà dotato essenzialmente di armi
di produzione locale, come i fucili automatici Tavor e MicroTavor da 5
millimetri, gli ACE e i Galil che sono classificati come armi d’assalto.
La stessa industria produce anche le mitragliatrici leggere non da
postazione Negev che sostituiranno le MAG prodotte dalla Fabrique
Nationale belga. Quanto invece alle armi pesanti, l’esercito è dotato di
Browning M2 e lancia granate Mk19, prodotti negli Stati Uniti. Infine
per colpire veicoli corazzati, sono impiegati RPG7 e M72 LAW,
quest’ultimo un anti-carro leggero di manifattura americana mentre il
B300 è prodotto dall’IMI. In diverse campagne sono stati impiegati anche
missili TOW e Spike teleguidati, più precisi dei comuni missili
anti-carro.
Entro la fanteria sono compresi anche i reparti corazzati e
l’artiglieria: quanto ai primi Israele produce i carri armati Merkava
III e IV, quanto ai secondi l’industria Soltam realizza gli howitzer
M-71. Gli USA forniscono anche gli howitzer M109 e il lancia razzi M270.
Quanto ai missili, Israele produce gli short-range Lance, i Jericho 1 e
2 dispiegati nel Golan e i missili da crociera Popeye Turbo.
Tralasciando la marina, l’Israel Air Force consta di circa 750 velivoli
posizionati in nove basi dislocate in tutto il territorio. I mezzi
spaziano dai caccia F15 ed F16 ad aerei da trasporto e da rifornimento,
fino agli elicotteri e ai velivoli senza pilota Hermes ed Heron.
(continua)
* Pietro Longo, dottorando in Studi mediorientali (Università
l’Orientale di Napoli), è un frequente contributore di “Eurasia”
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